Troppi libri stampati in prima edizione: inutilità e spreco. È il mercato, bellezza!

Secondo capitolo del saggio sull’editoria SI STAMPI!!!
Stressed Hispanic student studying with many books around

Troppi libri stampati in prima edizione: inutilità e spreco. È il mercato, bellezza!

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Secondo capitolo del saggio sull’editoria SI STAMPI!!!

Se ti sei perso il primo capitolo del saggio, puoi leggerlo qui.

Di Galassia Guttenberg parlò il visionario Marshal McLuhan nel lontano 1962, decenni e decenni prima che esplodesse la comunicazione interattiva dei social network. Sembrava che parlasse d’altro. Avviene sempre così, in ogni epoca c’è sempre qualcuno incontinente per coraggio, lucidità, onestà. E noi diciamo: “L’ha sparata grossa per farsi notare”.

Galassia è una bellissima parola perché ci indirizza verso la seducente immagine di migliaia e migliaia di lucine che punteggiano la volta celeste. Ma di tutte quelle lucine accese nel cielo, quante sono utili per indicarci una meta e orientarci nel mondo? Quante restano accese per qualche tempo nella nostra mente? In una recente intervista, il mio amatissimo Francesco Guccini, alla domanda su cosa pensa delle canzoni dei nostri tempi, ha dato una risposta che ho condiviso appieno : “La maggior parte delle canzoni che ascolto oggi sono peggio che brutte. Sono inutili”. Ecco, l’aggettivo inutile mi indirizza in automatico al sostantivo spreco. Se mi fosse richiesto di compilare un elenco delle peggiori nefandezze che mi prendono allo stomaco e mi fanno stare male, lo spreco starebbe tra i primi posti in classifica. Penso a un lettore medio, preso da mille impegni e che nell’arco di una mese ha solo dieci preziosissime ore libere da dedicare al suo “vizietto” per i libri. Molto spesso non possiede alcun tipo di bussola per orientarsi tra le migliaia di libri “nuovi” che vengono catapultati ogni anno sul mercato librario. La probabilità che sbagli la scelta nell’acquisto del libro è altissima. Se questo capita (e capita molto spesso), il danno è enorme: le dieci preziosissime ore libere del suo mese andranno a bilancio come tempo miseramente “sprecato” a leggere un’inutile porcata.

In Italia, come nel resto del mondo, si stampano decine di migliaia di titoli all’anno. Come ho già detto, la gran parte è ben ascrivibile alla categoria dell’inutile e, di conseguenza, dello spreco. Lo sprovveduto lettore in pectore entra a La Feltrinelli o al Mondadori Point o in qualsiasi altro bookstore e, sulle prime scaffalature che sbarrano quasi l’ingresso, trova la scritta “Le novità” ovvero “I più venduti del mese”. Gli autori? Giornalisti cerchiobottisti e/o a libro paga, intellettuali confusamente/orgogliosamente moderati, ex di “qualcosa” che si riciclano a tappe successive (generalmente, con approdo finale al genere “giallo” che va tanto di moda), personaggi televisivi di varia/avariata notorietà. Benissimo! Eccoli lì, tutti riciclati scrittori. Poi, nel migliore dei casi, su un ripiano speciale dello scaffale, mediocri finalisti dell’ultimo Strega o dell’ultimo Campiello (prescelti/proposti/promossi solo come segno di omaggio alla lobby dei grandi editori). Poi, la saga di un’antica famiglia famosa o il libro da cui è tratta la serie che sta andando alla grande su una piattaforma. Ma anche l’ultimo libro di ricette del tale o della tale (in quest’ultimo caso, potrei tranquillamente inserirlo nella categoria “libro utile” se si cucinasse ancora a casa). Lo sprovveduto o la sprovveduta entra nel bookstore, afferra un libro che ha visto presentato in TV un’infinità di volte (ma sì, il ben noto giro delle sette chiese), lo rigira tra le mani per valutarne numero di pagine e prezzo (fondamentale il rapporto €/Kg), il font, il size, la spaziatura, la qualità del biancore della pagina (lettura comoda, non faticosa: affanculo ai libricini della vecchia BUR!). “OK, l’autore l’ho visto da qualche parte e il rapporto qualità/prezzo per questo specifico prodotto merceologico è accettabile. Lo prendo!”.

Ho esagerato? È solo una mia acida fantasia l’idea che l’indirizzo mercantile (“le novità”) sopravanzi di gran lunga l’indirizzo culturale (“la buona letteratura”) nelle strategie degli editori e dei bookstore? Assolutamente no. I dati forniti dall’Associazione Italiana Editori ed elaborati dalla società Nielsen BookScan, sono chiari e categorici. Come accade da molto tempo, anche negli ultimi due anni ben l’85% del venduto era rappresentato da libri editi per la prima volta (“le novità”). Questo dato mi agita in quanto sta lì come un macigno a sbarrare il passo verso una scelta più educata, più informata.

Ecco, prendo un anno a caso, il 2020. Quell’anno il Premio Strega viene assegnato a Sandro Veronesi per il romanzo Il Colibrì (La nave di Teseo). Vince di misura su Gianrico Carofiglio che si è candidato con il romanzo La misura del tempo (Einaudi). Quel mese, entrando a La Feltrinelli di piazza Carità a Napoli, ovviamente il passo mi è sbarrato dallo scaffale delle “novità” dove troneggiano questi due libri. Voglio fare l’esperimento di comprarli e leggerli entrambi, voglio essere smentito, ho forte il desiderio di scoprire che mi sbaglio, che il primo e il secondo classificato del più prestigioso premio letterario italiano si riveleranno due opere di livello, di quelle che ti restano dentro. Bene, a distanza di soli quattro anni, non ricordo nemmeno di cosa narrassero, non riesco a recuperare dalla mia memoria emotiva nemmeno una pagina, un periodo, una sola frase che si sia fissata nella mente per significato, stile o stigma di un tempo. Insomma, categoria “libri dimenticabili”. “Più che brutte, opere inutili” direbbe l’amatissimo Guccini.

A tale riguardo, mi viene in mente che, circa 25 anni fa, consigliato da un amico di cui mi sono sempre fidato ciecamente, comprai e lessi Ferito a morte di Raffaele La Capria (Premio Strega 1961). Ancora oggi ricordo tutto di quell’opera, ricordo singole pagine, sono ancora in grado di entrare in quel mondo e in quel tempo, quel mondo e quel tempo sono dentro di me, sono parte di me. Non sto affermando che negli anni ’60 del secolo scorso vincessero il premio Strega solo capolavori. Sto semplicemente cercando di dire che opere come Ferito a morte, Diceria dell’untore, Lessico famigliare (e tante altre) dovrebbero essere riedite con continuità dagli editori, rilanciate dai mass media, posizionate in bella vista nelle piccole librerie così come nei grandi bookstore. Non sempre e non tutti abbiamo il fidato amico che ce le fa scoprire, regalandoci un dono di immenso valore.

Bene, vi farò una confessione. È da qualche anno che, tutte le volte che entro in un bookstore di Feltrinelli o di Mondadori, mi sento travolto da un’eccitazione febbrile. Vorrei percorrere tutto il lungo tragitto degli scaffali dove sono disposti gli autori in ordine alfabetico e prelevare una copia di alcuni libri a me cari. Giusto per indicare alcuni titoli di libri che hanno fatto aumentare di un grammo il mio peso specifico in questa mia vita, vi propongo un breve elenco: Padri e figli di Turgenev, Il maestro e Margherita di Bulgakov, Una diga sul Pacifico di Duras, La morte a Venezia di Mann, Nemico, amico, amante di Munro, Stoner di Williams, Le bucoliche di Virgilio, La luna e i falò di Pavese, Tutte le poesie di Dickinson, Gente di Dublino di Joice, La coscienza di Zeno di Svevo, Lolita di Nabokov, Neve sottile di Tanizaki, I racconti di Cechov, La condizione umana di Malraux, Memorie del sottosuolo di Dostoevskij, L’età della ragione di Sartre, Le affinità elettive di Goethe, Big Sur di Kerouac, Lessico famigliare di Ginsburg, Opinioni di un clown di Böll. Ecco, vorrei prelevare una copia di ciascuno dei libri su elencati (e di tanti altri), tornare verso l’ingresso e disporli sugli scaffali a nascondere tutte quelle proposte presentate come novità imperdibili. In alcuni casi, la manomissione di quegli scaffali-civetta servirebbe anche a nascondere qualche “faccia di culo” che ci sorride dalla locandina pubblicitaria che affianca il libro. Funzionerebbe questa azione provocatoria? E poi, sicuri della qualità dei libri da me proposti? E inoltre, se un frequentatore di bookstore ritiene che quelle “facce lì” scrivono cose molto interessanti e appassionanti, quale diritto ho io di oscurargli l’oggetto del desiderio? E a chiudere: ammesso che ci sia un criterio inoppugnabile in grado di distinguere i libri di qualità da quelli pessimi, possiamo affermare con certezza che i primi producono individui e società migliori e quegli altri fanno danni? Ne siamo certi? Tutti noi conosciamo persone di qualità umana eccellente (onesti, generosi, altruisti, gentili, affettuosi, etc.) le cui uniche letture consistono nei volantini pubblicitari dei supermercati e nella Settimana Enigmistica. Allo stesso tempo, conosciamo persone con cui abbiamo piacevolmente parlato per ore di Leopardi o di Caravaggio e poi abbiamo scoperto che, pur essendo proprietari di una villa a Positano e di una barca da 20 metri, godono misteriosamente dell’esenzione ticket sui farmaci e del bonus libri scolastici per i figli (insomma, evviva! i nuovi veri autentici patrioti di questo paese). Ma fermiamoci qui, questa questione ci porterebbe troppo distanti dall’oggetto principe del nostro argomentare. In fondo, stiamo solo parlando di carta inchiostrata.

D’accordo, alle condizioni date appare quasi incontestabile il fatto che l’industria editoriale debba operare strategie ben mirate per reggere sul mercato in un mondo dominato dalle ferree regole del profitto e dalla valanga di “infocultura” prodotta dai nuovi mass media . Ma le opere letterarie, e per esse intendo quei libri di una tale preziosità che, una volta letti, ci danno la sensazione di avere fatto aumentare di un grammo il nostro peso specifico in questa nostra vita, quei libri lì sono assimilabili a normali prodotti di mercato?

Già nel lontano 2001 lo scrittore e critico letterario Giuseppe Pontiggia scriveva: “Viviamo un periodo certamente confuso, inquinato da incompetenze, affanni economici, crisi dei lettori. Ma per approfondire una situazione assai complicata, occorre secondo me un’analisi della metamorfosi dell’editoria. Partirei proprio dall’editoria di cultura di un tempo. Poiché ho avuto modo di conoscerla dall’interno come consulente quale allora ero, ricordo che era sorretta da tre cose: dalla politica, dall’ideologia e dalle coperture finanziarie delle banche. Cioè poteva rischiare perché era ‘coperta’. Era anche sorretta dai mecenati, che finanziavano case editrici di valore per pura ambizione culturale, e da un pubblico medio borghese che leggeva. […] La novità oggi è che l’editoria deve fare i conti con l’economia”. Anche Jason Epstein, noto esperto del settore editoriale, negli stessi anni di inizio del nuovo millennio si accorse della metamorfosi di quel mondo: “Nel passato, l’editoria libraria commerciale è sempre dipesa dalla generosità di mecenati e dalla devozione scarsamente compensata di chi lavorava nel mondo editoriale. Di certo, non ha mai soddisfatto gli investitori alla ricerca di normali rendimenti“. Ecco, ci risiamo: profitto e rendimento, il libro trattato come una qualsiasi altra merce.

Quindi, per dare ancora qualche chance all’editoria di cultura, che si fa? Si ritorna a fornirle un rassicurante tetto di copertura da parte della politica e dell’ideologia? Ma politica e ideologia sono cose ormai depotenziate. Inoltre, la politica non sa più cosa farsene della cultura, fa leva su strumenti bambineschi (slogan della durata di un giorno, prevalentemente). E allora? Dobbiamo auspicarci un nuovo mecenatismo? E chi sarebbero i nuovi mecenati? Temo che i più probabili candidati a quel ruolo potrebbero essere proprio quelli che hanno creato spaventosi imperi economici invadendo le nostre vite con quello straripante e caotico ammasso di “infocultura” e di intrattenimento sulla rete, il tutto ai danni della cultura libresca. Insomma, sarebbe il cane che si morde la coda.

Da quanto fin qui sostenuto, potrei anche pormi la fatidica domanda: e se l’editoria di cultura fosse ormai un’attività di nicchia in fase agonizzante, quasi del tutto sostituita da altre tipologie di intrattenimento narrativo? D’altronde, qualcosa del genere è accaduto nell’arte pittorica dove la ritrattistica e la paesaggistica sono state ormai sostituite dalla fotografia (quella di alto pregio, ovviamente). Perché non volere accettare la scomparsa dell’editoria di cultura? Perché ostinarsi? Va bene, facciamo finta che questa mia idea rappresenti soltanto una provocazione (ma non lo è poi tanto). D’altronde, se sposassi in pieno quanto ho appena prospettato, per coerenza dovrei chiudere qui e salutarvi. E no! Voglio rompervi le scatole ancora per un bel pezzo. Quindi, torniamo ad appassionarci al problema.

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Informazioni sulla pubblicazione

Immagine di Alessandro Antonaia

Alessandro Antonaia

Premio Aspera per la poesia XX ed Autore di "Flusso" (racconti) premiato in 5 concorsi letterari. Ha appena pubblicato "Punto di svolta" (romanzo).

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