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Quando Freeman rese la lobotomia uno spettacolo itinerante

Fino a circa 60-70 anni fa, quando furono introdotti i primi farmaci antipsicotici, i malati psichiatrici erano un grosso problema per la società perché molto spesso non si sapeva letteralmente come trattarli. Questo aveva spinto molti medici a cercare una soluzione…
Walter Freeman all'opera

Quando Freeman rese la lobotomia uno spettacolo itinerante

Walter Freeman all'opera
Fino a circa 60-70 anni fa, quando furono introdotti i primi farmaci antipsicotici, i malati psichiatrici erano un grosso problema per la società perché molto spesso non si sapeva letteralmente come trattarli. Questo aveva spinto molti medici a cercare una soluzione…

Nel corso della storia medica, poche pratiche hanno suscitato tanta controversia quanto la lobotomia, un intervento chirurgico cerebrale che fino a circa 60-70 anni fa era considerato un’avanguardia nel trattamento delle malattie psichiatriche. La procedura divenne particolarmente nota grazie a Walter Freeman, un medico americano che trasformò la lobotomia in uno spettacolo itinerante, viaggiando attraverso gli Stati Uniti e praticando l’intervento a chiunque lo richiedesse.

Prima dell’introduzione dei farmaci antipsicotici, le società si trovavano di fronte al grave problema di come trattare i malati psichiatrici. Spesso, l’unico “trattamento” consisteva nell’internamento in manicomio, dove le condizioni di vita erano a dir poco disumane. In questo contesto, la ricerca di una soluzione che potesse offrire una qualche forma di sollievo era sentita con urgenza.

L’idea di poter isolare la parte di cervello ritenuta responsabile delle malattie mentali, in particolare il lobo prefrontale, guadagnò terreno alla fine del XIX secolo e durante la prima metà del XX secolo. La teoria, sebbene oggi considerata priva di fondamento scientifico, portò alla sperimentazione di vari metodi per intervenire sul cervello. Il portoghese Antonio Egas Moniz fu uno dei pionieri di questa pratica, e per il suo lavoro ricevette il premio Nobel per la medicina nel 1949, nonostante i risultati ambigui e spesso dannosi degli interventi.

Walter Freeman, ispirato da Moniz e altri, adottò e modificò queste tecniche, introducendo l’uso di un punteruolo da ghiaccio per perforare la scatola cranica e accedere al lobo prefrontale. La facilità e la velocità dell’intervento permisero a Freeman di praticare lobotomie in modo quasi itinerante, trasformando di fatto l’intervento in uno spettacolo pubblico e una fonte di reddito.

Il termine “lobotomia” fu coniato da Freeman per motivi pubblicitari, sostituendo il precedente “leucotomia”. La procedura guadagnò popolarità e Freeman ne divenne il maggiore divulgatore, eseguendo oltre 3500 lobotomie tra il 1936 e il 1956. Tuttavia, i risultati furono spesso disastrosi: un significativo numero di pazienti morì a seguito dell’intervento, mentre altri rimasero in uno stato semi-vegetativo o subirono gravi danni neurologici.

Nonostante la crescente evidenza dei rischi e dell’inefficacia delle lobotomie, la pratica continuò fino all’introduzione dei farmaci antipsicotici negli anni ’50, che offrirono un’alternativa meno invasiva e più sicura al trattamento delle malattie psichiatriche. La progressiva messa al bando della lobotomia segnò la fine di un’era nella storia della medicina psichiatrica, lasciando dietro di sé un’eredità controversa e dolorosa.

La storia di Walter Freeman e della lobotomia è emblematica degli sforzi umani per comprendere e curare la mente, ma serve anche come monito sui rischi di adottare pratiche invasive senza un’adeguata comprensione scientifica e etica. La lobotomia rimane un capitolo inquietante e paradigmatico nella storia della medicina, riflettendo le complessità e le sfide nell’esplorazione del cervello umano.

Testimonianze

Uno dei casi più noti e tragici è quello di Rosemary Kennedy, sorella del presidente John F. Kennedy. Rosemary fu sottoposta a una lobotomia all’età di 23 anni, nel 1941, a causa di comportamenti considerati problematici e di una lieve disabilità intellettiva. L’intervento fu disastroso, lasciandola incapace di parlare in modo comprensibile e di camminare correttamente per il resto della sua vita. La storia di Rosemary non è solo un racconto di sofferenza personale ma riflette anche le aspettative e i pregiudizi della società dell’epoca riguardo al comportamento e al ruolo delle donne.

Le testimonianze dei pazienti e delle loro famiglie offrono una visione intima delle conseguenze della lobotomia, rivelando la profondità della disperazione e della speranza che portò molti a scegliere questa procedura. Le storie di persone trasformate in ombre di se stesse, spesso incapaci di gestire le funzioni di base della vita quotidiana, evidenziano la crudeltà di un trattamento che prometteva la liberazione dalla malattia mentale ma che spesso portava a una prigionia in un corpo e mente danneggiati.

Impatto culturale e artistico

L’influenza della lobotomia si estende ben oltre la medicina, penetrando profondamente nelle arti e nella cultura popolare. Nel cinema, ad esempio, il film “Qualcuno volò sul nido del cuculo” (1975), basato sul romanzo omonimo di Ken Kesey, presenta la lobotomia come simbolo dell’oppressione e della deumanizzazione all’interno delle istituzioni psichiatriche, riflettendo le crescenti preoccupazioni sociali riguardo alle pratiche psichiatriche coercitive.

Nella letteratura, il tema della lobotomia è stato esplorato in opere come “Lo sguardo di Orfeo” di Simone Weil, che utilizza la procedura come metafora della perdita dell’individualità e della capacità di connessione emotiva. Anche nella musica, artisti come The Ramones hanno toccato il tema nel loro brano “Teenage Lobotomy”, esplorando l’alienazione e la ribellione giovanile con un riferimento oscuro a questa pratica medica.

L’impatto culturale della lobotomia riflette la lotta tra la ricerca del benessere mentale e le etiche del trattamento medico, evidenziando come le pratiche psichiatriche siano profondamente intrecciate con le norme sociali e culturali. Questa riflessione artistica e culturale serve non solo come critica ma anche come memoriale per coloro che hanno sofferto a causa di tali pratiche, mantenendo viva la conversazione sulla responsabilità etica nella medicina.

Informazioni sulla pubblicazione

Testo inviato da Emiliano Cecchi
Picture of Emiliano Cecchi

Emiliano Cecchi

Web Designer per la PuntoWeb.Net sas, mi occupo anche di editoria online sin dal lontano 1996. Già ideatore e curatore di vari portali, sono il co-founder di LiquidArte.it dove svolgo anche il ruolo di content manager. Sono appassionato di storia e di tutto quanto può accrescere la mia cultura.