Mi capita di navigare sul Web alla ricerca di articoli, pamphlet o altro che possano ampliare la mia conoscenza su una tematica che mi sta a cuore e che potrei riassumere in questo modo: “qualità e modalità della produzione libraria”. La mia curiosità è amplificata dalla sgradevole sensazione che, sui giornali e in televisione e alla radio, se ne discuta in modo molto blando e a corrente alternata, quasi si trattasse di un argomento tabù. Durante queste scorribande sulla rete, ho scoperto di provare uno strano piacere quando mi imbatto in qualche accesa polemica nei confronti del mondo editoriale. La chiave di ricerca che più utilizzo per questa esplorazione è, generalmente, l’associazione dei sostantivi libro, cultura e editoria all’aggettivo mercantile. Insomma, avrete capito che punto diritto all’obiettivo. Suppongo che tante altre persone, soprattutto quelle che vivono con sofferenza un mancato riscontro alle loro ambizioni letterarie (molto spesso non del tutto lecite), provino la stessa mia eccitazione quando fuocherelli di critiche feroci e irrispettose nei confronti degli editori lampeggiano sullo schermo del loro PC o del loro smartphone. Certo, ho piena consapevolezza che alcuni interventi sono suggeriti da un irrefrenabile “cupio perdere”, dove tutto può essere razionalmente aggredibile e aggredito. È uno sparare a zero perseguendo l’obiettivo della tabula rasa. In questi casi si parte dal mondo dell’editoria e si va ben oltre. Tuttavia, alcuni di questi interventi fortemente critici danno la sensazione di una demolizione ragionata, ben argomentata e con grande cura del dettaglio. Fanno presa, anche perché affondano il coltello in una piaga (quella di un’editoria sempre più mercantile e sempre meno culturale) che va a incancrenirsi e che già trenta anni fa era piuttosto purulenta. D’altronde, spesso è proprio dall’interno delle imprese editoriali che provengono i “mea culpa” più espliciti e i segnali di allarme più convincenti. L’editoria italiana è in crisi da lungo tempo. Si legge sempre di meno, le case editrici dichiarano ricavi sempre più in discesa e reagiscono abbattendo i costi a scapito della qualità (redazioni e uffici stampa ridotti all’osso, utilizzo di editor esterni pagati a cottimo, etc,). Per non parlare dell’appannamento o della scomparsa del prezioso lavoro di scouting, un tempo affidato a scrittori e/o intellettuali di altissimo livello (Vittorini, Pavese, Calvino, etc.).
Ho provato a capire cosa faccia realmente scattare dentro di me questo irrazionale e imbarazzante piacere nel leggere critiche feroci mosse contro gli editori. Dopo una sbrigativa autoanalisi credo di avere colto in fallo vari meccanismi istintuali, alcuni dei quali possiedono tutto il retrogusto della meschinità. Ah, la meschinità! Brutta bestia! Prende in subaffitto una piccola stanza delle nostra vita e, dopo qualche tempo, te la ritrovi a passeggiare tranquilla dentro l’intero appartamento. Con aria da padrona.
Un tipico meccanismo istintuale (e perfido) fa leva sull’eccitante sensazione di essere finito dentro un covo di pericolosi sabotatori dove, tuttavia, non rischio nulla. Posso specchiarmi in quella critica feroce e in quello sghignazzo estremo e vedervi riflessa una mia immagine meno ingobbita, più fortificata, più dopata. Ah, finalmente mi sento come uno dei trecento gloriosi delle Termopili, ma non con la spada in mano a infilzare soldati di Ciro il Grande, bensì nascosto dietro a un enorme masso ad annusare estasiato il vento che porta alle mie narici l’odore acre del sangue. Insomma, quello che tipicamente accade a chi naviga sulla rete alla ricerca di una qualche forma di rivalsa. Estremizzando, è un piacere che fa leva sull’atto liberatorio dell’emersione delle memorie dal sottosuolo (quelle sordide, per intenderci), proprio come avviene al personaggio abbietto che il grande Dostoevskij mette a nudo attraverso contorte confessioni/autoanalisi del protagonista. È quell’alternarsi di sbalzi umorali estremi, dalla condizione umana di inadeguato (“in questo mondo provo disagio e restituisco cattiveria”) a quella di vittima rabbiosa (“tutto il mondo è sbagliato e mi è nemico”). Questo è un piacere che mi fa doppiamente male in quanto, essendo un buon conoscitore delle opere di Nietzsche, ricordo bene sia l’entusiasmo del nostro geniale amico Frederich nel leggere quello straordinario scritto di Dostoevskij sia le considerazioni che ne trasse. Tra le tante, quella che metteva in risalto il grave pericolo che gli angoli sordidi e rancorosi degli esclusi e dei perdenti possano corrodere la purezza dello slancio vitale. Come accadde a Nietzsche, anche a me è capitato (paragone improponibile? ma sì, crepi la modestia!) di avere già dato fondo a tutta la mia capacità razionale per svuotare il mondo da qualsiasi accenno di senso compiuto. Ecco, non vorrei giocarmi anche lo slancio vitale, quello prodotto dal quel brandello di cervello rettile che, fortunatamente, ogni homo sapiens possiede ancora e che ci mette in piedi ogni mattina. In piedi, a desiderare, a progettare e a sragionare.
Scendendo di livello, quel perverso piacere mi fa male perché, facendo anch’io parte di quell’esercito sconfinato di uomini e donne che hanno pretese letterarie (ripeto, il più delle volte non del tutto lecite) e desiderio morboso di emergere, in quegli affondi senza riguardo alcuno trovo finalmente facile conforto: “Oh, che bello!” urla di gioia il mio omino dal sottosuolo “c’è qualcuno competente e onesto che mi sta dando ragione, cioè che l’immensa galassia dell’editoria è proprio un grande merdaio. Ecco perché quell’editore non mi pubblicò! Ecco perché in quel concorso letterario ero tra i finalisti ma non vinsi!”.
Tuttavia, fermarmi alla sola analisi del mio piacere perverso nel navigare per certi siti non mi sembra un grande contributo a una questione molto seria quale è il processo di mercificazione del libro. Pertanto, è opportuno cambiare registro e cercare di capire il senso e l’utilità di interventi fortemente critici contro l’industria editoriale italiana quando sono ben articolati su criteri oggettivi di analisi. Tra i tanti, cito Marco Nicastro in un suo articolo del 2016 dal titolo Il libro come merce. L’impoverimento culturale dell’editoria contemporanea : “Negli ultimi decenni la grande editoria si è difatti trasformata, in Italia e in modo ancora più evidente in alcuni paesi anglosassoni, in una forma di produzione industriale che tiene principalmente in considerazione il profitto. Mentre in tempi recenti – nel nostro paese almeno fino agli anni 80 e 90 – il lavoro dell’editore era quello di garantire la pubblicazione di libri ritenuti di qualità (letteraria, contenutistica, stilistica ecc.) grazie anche alla competenza di consulenti editoriali e intellettuali di assoluto rilievo, secondo un modello antico di editoria come attività di stampa e diffusione di idee e concetti innovativi o culturalmente arricchenti … oggi siamo giunti al punto che ogni editore, prima che selezionare i testi in base alla loro qualità, ha la preoccupazione di intuirne l’appetibilità, la vendibilità e l’adattabilità alle esigenze e caratteristiche dei potenziali lettori”.
Di analisi anche più crude e feroci di quella sviluppata da Nicastro ne potrete trovare un’infinità sulla rete. Serve a qualcosa tenere acceso questo dibattito? Boh, ho i miei dubbi. Di certo, serve a fare palestra, a tenere in esercizio un pensiero critico sempre più schiacciato sotto il dominio assoluto sia della “santissima moderazione”, spruzzata qui e là con gesto imperioso e sacrale (non agitatevi troppo, occorre soltanto un aggiustino, un passo alla volta, è tutto sotto controllo), sia della legge del profitto, forza trainante che “tutto muove verso il bene” e divenuta ormai “valore” primario in tutti gli ambiti della nostra società.
Quindi, fosse anche solo per fare palestra, qualcosa vorrei pur dire nelle vesti di autore di una raccolta di racconti pubblicata nel 2018 e di un romanzo, finito di scrivere nel 2021 e tenuto due anni ostinatamente “segregato” in una cartella del mio PC (che faccio? mi tengo fuori dal solito giro? mi si nota di più se partecipo o se mi sottraggo?) prima di pubblicarlo pochi mesi fa con Graus Edizioni.
Nell’arco di questi ultimi sei anni ho avuto modo di sperimentare personalmente qualcuno dei meccanismi che governano il mondo dell’editoria e di giungere a una mia visione dello stato delle cose. Inevitabilmente, dopo un’intera vita che mi ha visto coinvolto nel mondo dei libri soltanto come accanito lettore, l’ingresso e l’attraversamento di quel mondo nelle vesti di autore in cerca di riscontro editoriale è stato un percorso sorprendente, complicato e sofferto. Sintetizzando, potrei semplicemente dire che è stata la scoperta progressiva e stupefacente di un mondo a me ignoto che ha prodotto due effetti quasi contrastanti nella mia mente: da un lato ha di molto stemperato il mio senso di vittimismo (“ma sì, forse le mie opere sono semplicemente mediocri o forse non mi sono impegnato il giusto per farmi conoscere e apprezzare”), dall’altro mi ha sempre di più posizionato tra i candidi correi (“uno dei tanti a loro insaputa”) del grande merdaio di cui sopra.
La verità è che il mondo è scoppiato da un bel poco. Ovvero, esprimendoci con il linguaggio di chi la sa lunga, è da decenni che il mondo è diventato totalmente fluido. Per quale motivo vogliamo ostinarci a credere che l’arte (e, nella fattispecie, la letteratura) possa restare estranea e vergine rispetto a un processo di mercificazione della comunicazione che ha sostituito il faticoso lavoro di analisi e di scavo in profondità con strumenti di accelerazione utili a comunicare istantaneamente la realtà osservabile? In definitiva: Affanculo agli strati profondi! C’è una superficie del vissuto e della realtà levigatissima e rischiarata da luce intensa su cui, con i potenti (?) strumenti massmediali che abbiamo creato negli ultimi tempi, possiamo muoverci a velocità sempre maggiori e sempre più inebrianti. Ci si indossa un paio di pattini, e via!
Confessiamolo, fare narrazione attraverso lo scavo era un mestiere duro e elitario. Per esercitarlo al meglio, era necessario acquisire un background corposo, avere/prendere confidenza con strumenti particolarmente complessi ed essere dotati di una capacità straordinaria di autocensura (riscrivere una pagina anche cento volte fino a fare scomparire o mascherare al meglio la rozza banalità quotidiana di cui siamo impregnati fino alle ossa). Ah, e poi mettiamoci il signor Tempo. Tempo per lasciare maturare la materia da narrare, tempo per filtrarla, tempo per ricomporla. Tanto tempo, tutto quello che occupa un’intera vita. Viceversa, questo nuovo modo di intendere l’acquisizione del vissuto e della realtà (a che velocità ti muovi? quanta superficie perlustra il tuo sguardo in un solo giorno?) e tramutarla in narrazione fa sì che tutti ci sentiamo abilitati e autorizzati a costruire strutture narrative e a intraprendere senza tema il percorso che ci condurrà all’agognato “SI STAMPI”. Scavare è sinonimo di lentezza e di fatica e la sua pratica può produrre risultati efficaci solo se siamo stati bene addestrati a maturare una “predisposizione”. All’apparenza, sembrerebbe un’affermazione contraddittoria indicare come predisposizione qualcosa che si conquista con fatica. Pensateci, non lo è affatto. Viceversa, pattinare veloci sulla superficie del mondo richiede strumenti di utilizzo estremamente facilitato (user friendly) e nessun obbligo ad affinare una “predisposizione”.
Messi da parte il piccone, la vanga e il setaccio, siamo diventati tutti abili pattinatori. Ci sentiamo tutti potenziali comunicatori che credono di potere trasferire accadimenti e sentimenti con grande efficacia e con straordinario risparmio energetico (livello di consumo sinaptico quasi pari allo zero). Ma proprio tutti! Tutti proviamo la sensazione di potere esprimere e comunicare efficacemente la nostra personalissima weltanschauung (generalmente, uno sguardo molto corto, giusto nei dintorni del nostro ombelico o di quello del lettore medio). E come risponde il mercato, all’interno di un mondo iperliberista che mira solo al profitto, a una moltitudine sterminata di potenziali comunicatori? Raccoglie la nostra domanda di esprimerci e comunicare con offerte tagliate su misura. Si mette a disposizione dello scrittore in pectore, ansioso di testimoniare pubblicamente la sua esistenza, e del lettore in pectore, che un libro all’anno deve pur portarlo a casa per sentirsi consumatore globale nel mondo della sovrabbondanza delle merci. Insomma, cari amici e amiche che volete sperimentarvi nell’arte della scrittura, non c’è problema. Davanti a voi c’è una superficie perfetta, senza dossi, senza cunette, levigata, illuminata alla perfezione. Indossate i vostri pattini e lanciatevi verso la Galassia Guttenberg. Accoglierà anche voi.









