La devozione del popolo livornese nei confronti della Vergine Maria, e in particolare per l’opera pittorica conservata nel Santuario di S. Maria delle Grazie di Montenero, che affonda le radici nella storia più antica e nelle tradizioni della città.
I fatti miracolosi legati all’icona mariana, custodita inizialmente in un piccolo oratorio sulla collina posta a sud di Livorno, erano probabilmente già noti alla fine del ‘300, dato che sono attestati pellegrinaggi verso la piccola struttura per tutto il secolo successivo e oltre. Tuttavia pare che non mancassero, in precedenza, chiese o altre strutture cultuali dedicate alla Vergine: Giuseppe Vivoli, storico vissuto a Livorno a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo, ricorda una Pieve di S. Maria di Porto Pisano, piuttosto «famosa, cui andava soggetto il gran Piviere del Piano di Porto Pisano, esistente sino dai tempi dei Longobardi». La descrizione continua così: «…retta quindi da un Corepiscopo, e la giurisdizione della quale estendevasi su tutte le Pievi e Chiese filiali del Piano ridetto, e sino a quella di S. Lorenzo in platea presso Castel Anselmo (…) Dopo il trasporto delle reliquie di S. Giulia eseguito dalla Gorgona, o dalla Sardegna, sotto Desiderio ultimo re dei Longobardi per la via del Porto Pisano, la devozione verso questa S. Martire Cartaginese essendosi aumentata tra gli abitanti delle sue vicinanze fu del di lei nome fregiata la Pieve suindicata (…).» (Guida di Livorno antico e moderno e dei luoghi più notabili dei suoi contorni).
Nel 1564 il culto di Maria di Montenero divenne più forte, per un intervento prodigioso attribuito alla Sacra Immagine, in seguito alla scomparsa di un’epidemia di peste che stava colpendo duramente tutta la Toscana. Gli Anziani della comunità la proclamarono così Patrona di Livorno, affidando ai Fratelli della Confraternita del SS. Sacramento e di S. Giulia l’incarico di offrire in dono alla Sacra icona un cero del valore di 10 scudi ogni anno. Di tale delibera, custodita dalla Confraternita, non si ha più traccia dal 1603 (Francesco Terreni, L’Arciconfraternita del SS. Sacramento e S. Giulia Patrona di Livorno).
Da tali eventi i livornesi hanno rafforzato così nei secoli la propria devozione e, anzi, le varie forme cultuali che si sono susseguite hanno senz’altro operato da collante, se non religioso almeno identitario, di una comunità che ha conosciuto repentini cambiamenti sociali ed economici, legati allo sviluppo di attività commerciali e marittime, con un quadro urbanistico e civile complesso: la protezione di Maria è stata da sempre richiesta, infatti, per catastrofi marittime e guarigioni da epidemie di ogni genere, supportate spesso da ritrovamenti o acquisti d´immagini sacre. L’arte ha poi concretizzato tale devozione: si pensi alle chiese, ancora oggi esistenti su tutto il territorio della provincia, dedicate alla Madonna, e alle numerose immaginette votive presenti ad ogni angolo delle strade, i “taberna’oli”, scritto così come pronunciato nel gergo livornese: l’elenco e la mappa delle edicole sono disponibili su Google Maps (progetto di Gaetano Mastrorilli per la Diocesi di Livorno https://mapsengine.google.com/map/edit?mid=zdRuBXpqLGx0.k3a6zE579Xuk oppure http://goo.gl/VTYxfD).
I “taberna’oli” sono eredità delle antiche aedicules, nicchie in cui erano poste le immagini dei Lares familiares, le divinità del focolare, i protettori della casa e della famiglia. L’affissione delle icone sacre di Maria agli angoli di numerose strade livornesi dimostra proprio l’affetto della popolazione nei confronti della Vergine. Ad esempio, una delle più antiche, oggi posta in Borgo Cappuccini, risale al 1701, edificata per volere dell’associazione religiosa detta “Sacra Lega”, che volle erigere cappelline votive perché rappresentassero luogo di sosta e di preghiera per i pellegrini che si recavano al Santuario. Ma non solo: per onorare la Madonna di Montenero, ogni anno ricorre la “festa del Voto”, che risale all’inizio del 1742, periodo in cui la città fu sconvolta da violenti terremoti. Si attribuì alla protezione della Vergine di Montenero la mancanza di vittime in quanto il quadro, trasportato in città, fu posto davanti alla Collegiata (attuale Duomo). Era il 27 gennaio, e quel miracolo non fu mai dimenticato. Ogni anno si rinnova così il voto che i livornesi fecero allora alla Madonna “…di digiunare in perpetuo il 27 gennaio, di non fare balli, né maschere, di assistere nella Collegiata stessa all’annua funzione di ringraziamento”. Tutto il Popolo si assunse l’impegno con il grido “lo giuriamo, lo giuriamo” (M. Luisa Vigna Fogolari, Andrea Zargani, Guida all’Archivio Diocesano di Livorno. Custodire la memoria).

Jacopo di Michele detto Gera (attribuzione), S. Maria delle Grazie di Montenero, tratta da AA. VV., Maria “icona” della Chiesa, Livorno, Padri Benedettini Vallombrosani del Santuario di Montenero (LI), 1993, pag. 4
Le origini del culto
Le radici di questo culto si sviluppano quindi a partire dal tardo Medioevo. Livorno sorse come un piccolo villaggio fortificato, un castello, a ridosso di Porto Pisano, come parte di quella rete di strutture portuali installate lungo il litorale tirrenico che aveva fatto la fortuna di Pisa, rendendola una potenza navale ed economica in grado di imporsi, insieme ad Amalfi, Genova e Venezia, in tutto il Mediterraneo.
A metà del XIII secolo Porto Pisano era una delle più importanti strutture portuali del Mar Tirreno. A questo centro di scambi commerciali e, inevitabilmente, culturali, cominciò proprio «ad affiancarsi la limitrofa Livorno», che si trovava nel «suo più intenso sviluppo demografico» e urbanistico con «molti spazi verdi, utilizzati prevalentemente per orto, ma anche per cerealicultura e viticultura» (Marco Tangheroni, Politica, commercio, agricoltura a Pisa nel Trecento); questo mentre Pisa, invece, iniziava un lento declino come potenza navale e commerciale, anche a causa di scontri come la battaglia della Meloria, del 6 agosto 1284.
Nelle acque prospicenti il litorale del giovane borgo, le navi pisane affrontarono in battaglia la flotta genovese, eterna rivale nell’egemonia del commercio navale tirrenico e mediterraneo. Nonostante l’importante differenza numerica (una sessantina di navi genovesi contro le 102 della rivale), Genova ottenne una vittoria pur a scapito di numerose perdite.
Tale sconfitta non era tuttavia riuscita ad indebolire l’audacia di imprenditori e commercianti pisani i quali, nel secolo successivo, attuarono una politica di investimenti fondiari e di incremento dei rapporti commerciali con le altre città, prima fra tutte con la vicina e potente Firenze, che da sempre aveva particolare interesse agli sbocchi sul Tirreno controllati da Pisa. C’erano tuttavia da considerare anche altri due aspetti: la decadenza delle industrie, che non favoriva certo l’apertura verso nuovi mercati (con conseguente rinvigorimento del commercio dei prodotti cittadini), e la necessità di armatori e mercanti di avere una pace duratura che permettesse loro di svolgere i propri affari, in un momento in cui la stessa prosperità di Porto Pisano era sempre ormai più legata proprio all’affluenza delle merci fiorentine.
E, infatti, le più importanti «società fiorentine – sempre secondo quanto emerso dagli studi di Marco Tangheroni – avevano a Pisa delle succursali le quali non si limitavano alla semplice utilizzazione di Porto Pisano per le importazioni verso Firenze». Non c’erano solo le grandi compagnie, quali i Bardi ed i Peruzzi, ma anche un numero consistente di mercanti e banchieri «che avevano trasferito la propria residenza nella città del Campanile pendente, acquistandovi beni sia entro le mura che nel contado» tanto che non mancavano certo «casi di matrimonio con donne pisane».
Stravolgimenti economici, uniti a guerre ed epidemie che si erano proposte più volte nell’arco di un centinaio d’anni, portarono anche ad una crisi demografica, incidendo gravemente sul contesto sociale cittadino.
Porto Pisano, nel tempo, stava conoscendo un progressivo insabbiamento (che nei decenni successivi avrebbe inevitabilmente portato al suo definitivo declino), mentre Livorno era in continua espansione: ma entrambi rappresentavano un punto strategico, per i quali non poteva certo mancare l’interesse di istituzioni pubbliche e di enti ecclesiastici; questi si interessarono di creare ospedali e nuove strutture civili e religiose in quei territori, molti dei quali erano ancora da sfruttare: a Stagno (località oggi sita nel comune di Collesalvetti, provincia di Livorno), ad esempio, era già presente un ospedale dipendente dal monastero femminile di Ognissanti di Pisa.
In questo complesso e articolato contesto avviene la scoperta del quadro della Madonna di Montenero: il 4 settembre 1345 (Giorgio Mandalis, La Madonna di Montenero dalla leggenda alla storia) un pastore storpio trovò e portò sull´altura un´immagine sacra raffigurante Maria col Bambino, la quale si credeva di fattura orientale e proveniente dalla Grecia, tramite «traslazione angelica dall’isola di Eubea, o Negroponte» oppure via mare, a cui seguì «una lunga serie di fenomeni taumaturgici». Per il territorio toscano, non era certo la prima immagine a giungere miracolosamente sulle coste dell’alto Tirreno: ad esempio del Volto Santo di Lucca, un crocifisso ligneo conservato nel Duomo di S. Martino, la leggenda vuole che sia arrivato via mare sulle coste tra la Lucchesia e la Lunigiana. L’opera fu attribuita a Nicodemo, che vi avrebbe anche inserito un’ampolla del sangue di Cristo in un opercolo triangolare ancora visibile dietro la testa della statua (Alessandro Bedini, Il Vero Graal. Itinerario terreno del Sangue di Cristo).
Grazie a questo ritrovamento, inizialmente su Montenero (località menzionata anche nel Decameron di Boccaccio – II, 10) sorse un semplice oratorio costruito nella seconda metà del ´300 dai Terziari Francescani, che Nicola Vasaturo descrive come “fratres heremitas pauperes” su terreni di proprietà della Curia pisana (Nicola R. Vasaturo O.S.B. Vallombrosano, Santuario di Montenero – frammenti di Storia); in seguito, sulle colline livornesi, nel 1374, venne fondato dai Gesuati l´Eremo di S. Maria alla Sambuca, di cui si possono ancora oggi ammirare i resti attraverso una gradevole passeggiata nel bosco, poco fuori Livorno. L’Ordine ebbe in affidamento, nel secolo successivo, lo stesso oratorio, ampliandone le dimensioni: nel corso dei secoli, dalla piccola edicola si passò alla creazione di una chiesa ad aula unica rettangolare, che terminava con un altare marmoreo creato da Silvio Cosini, oggi conservato nella Sacrestia del Santuario.
Nel frattempo la situazione economica di Pisa andava aggravandosi, fino alla conquista da parte di Firenze nel 1406. Livorno, invece, passò sotto il dominio di Genova dal 1407 al 1421: al tempo contava ancora meno di un migliaio di abitanti, Nel 1421 i Fiorentini acquistarono il villaggio da Genova per 100mila fiorini d’oro, conquistando il tanto agognato sbocco sul mare. Firenze promosse il primo censimento della popolazione livornese (1427), applicandole il sistema catastale fiorentino, per un territorio che andava da Stagno all’Ardenza. Dal 1540 Porto Pisano divenne inagibile, e Livorno rimase unico sbocco sul mare per i toscani. Cosimo de’ Medici, entrato in possesso della città, investì per creare le infrastrutture necessarie allo sviluppo di un sistema di difesa e di una rete commerciale, gettando anche le basi di un importante riassetto urbanistico.
L’autore: Jacopo di Michele detto Gera e la pittura pisana nel Trecento
L’attribuzione del quadro è stata a lungo dibattuta. Nel 1902 Pietro Vigo la riporta come appartenente alla scuola giottesca; successivamente Bernard Berenson inserisce la Madonna di Montenero fra le opere di Andrea Vanni, riconducendola così all´ambiente pittorico senese, fino all’attribuzione definitiva al pittore pisano Jacopo di Michele detto Gera (Mario Salmi, La Madonna di Montenero, e Il pittore della Madonna di Montenero).
Il XIV è un secolo d’oro per la scultura ma anche per la pittura pisana, anche se nel secondo caso sono piuttosto maestri forestieri a ricevere le commissioni più importanti: nella prima metà del ‘300 Giotto invia la pala con “San Francesco riceve le stimmate” alla chiesa di S. Francesco, mentre nella decorazione dell’abside del Duomo, accanto ad un maestro locale semisconosciuto di nome Francesco, è all’opera Cimabue; tavole, affreschi e codici sono affidati ad artisti come il senese Memmo di Filippuccio, il lucchese Deodato Orlandi e il pistoiese Vincino di Vanni. Dal 1319 è fondamentale la presenza in Pisa di Simone Martini, che ci ha lasciato il Polittico di S. Caterina, e dei suoi collaboratori, tra cui Lippo Memmi, il quale ha dipinto il disperso polittico per S. Paolo a Ripa d’Arno e la tavola con il “Trionfo di S. Tommaso” in S. Caterina. Nei decenni successivi operano Giovanni di Nicola e Francesco Traini – quest’ultimo probabile collaboratore di Lippo Memmi nel “Trionfo di S. Tommaso” e autore dell’affresco della “Crocefissione” in Camposanto – nonché il fiorentino Bonamico Buffalmacco, che lavorò anch’egli in Camposanto negli anni successivi, e Taddeo Gaddi, nelle cui “Storie di Giobbe” si notano le accurate ricerche prospettiche ed anatomiche.
Nella seconda metà del XIV secolo operano altri pittori di valore come Agnolo Gaddi, Spinello Aretino, Taddeo di Bartolo e Francesco di Neri da Volterra, già operante in Pisa nel 1343, il quale ha lasciato varie opere, tra cui il polittico a due ordini, oggi anch’esso nel Museo Nazionale di S. Matteo, proveniente dalla chiesa di S. Giovannino de’ Cavalieri di Pisa, e il polittico con “San Paolo e altri santi” del 1363-64, eseguito per la chiesa di S. Caterina, sempre in Pisa. All’inizio dell’ultimo trentennio del Trecento invece Francesco è impegnato in Camposanto nel rifacimento delle “Storie di Giobbe”; a lui fa capo un gruppo di artisti composto da Neruccio di Federigo, Cecco di Pietro, Berto d’Argomento e Jacopo di Francesco.
Molti pittori tardo-trecenteschi quindi prendono le mosse da questo Francesco da Volterra. Tra questi probabilmente anche il nostro Jacopo di Michele detto Gera, attivo tra il 1361 ed il 1395, e abitante in Pisa nella parrocchia di S. Nicola: questi è menzionato nel 1368 come membro di un collegio peritale per la stima dei dipinti dell’autore volterrano presenti in S. Pietro in Vinculis a Pisa, e l’anno seguente lo troviamo a dipingere una tavola per il setaiolo Coco d’Amato. Nel 1388 dipinge una tavola anche per l’ospedale di Ponsacco; oltre a queste e a molte altre opere, si ricorda la colorazione del Crocifisso in marmo sulla porta orientale del Camposanto, portata poi in S. Michele in Borgo; morì sicuramente nel 1402 (Antonino Caleca, Jacopo di Michele o Gera).
Mantenendo per riconosciuta l’attribuzione a Jacopo di Michele, considerato il periodo della sua attività in base alle fonti, e in mancanza di altra documentazione, tale arco di tempo sposterebbe in avanti di decenni la datazione del quadro di Montenero.
Il riconoscimento di appartenenza dell´opera di Montenero a Gera non è stato comunque immediato: una tradizione seicentesca, che accomunava molte immagini sacre mariane, sembrava attribuirla direttamente alla mano di San Luca. Superata questa credenza, e anche quella che faceva del quadro un’opera di Margaritone d´Arezzo, Salmi sottolineò come il gruppo facente parte della scena – cioè il Bambino che afferra l´orlo del collo della Vergine come alla ricerca del seno materno, la Madonna che lo tiene stretta tra le braccia ed il cardellino, tutto su un fondo dorato – faccia parte chiaramente del tardo XIV secolo.
Di fatto a Pisa, dall´inizio del Trecento, si muovono molti artisti senesi che lasciano il “segno”, formando autori come il nostro Gera e Getto o Ghetto di Iacopo, quest´ultimo individuato da Antonino Caleca come figlio di Gera. Di Getto di Jacopo è conservata nel Museo nazionale di S. Matteo a Pisa una tavola, datata 1391, in cui sono rappresentati i Santi Ludovico di Tolosa, Bartolomeo, Domenico, Guglielmo di Malavalle, Giovanni Battista e Giovanni Evangelista con – nel frontone triangolare – Gesù Cristo e la scena dell’Annunciazione, in cui si potrebbero riscontrare dei tratti in comune tra padre e figlio.
Nell’opera di Montenero si scorge l´impronta di scuola senese dalla piccola tunica indossata dal Bambino e nel cuscino sul quale è seduta la Vergine. Comunque è certo come tale rappresentazione mariana appartenga a quel genere definito “Madonna Odighitria” (od Odigitria, dal greco odēgéin, “condurre”, “guidare”), tipico degli ambienti pittorici che hanno risentito di influenze orientali, perché con la mano (nell´opera dipinta appositamente più grande rispetto alle proporzioni del corpo) indica Cristo, «la via, la verità, la vita» (Vangelo di san Giovanni. 14, 16) dell´Umanità. La simbologia è molto forte, di chiara ispirazione neotestamentaria: oltre lo sfondo dorato, è impossibile non notare il manto azzurro con le pieghe dei movimenti; le stelle – che si scorgono a malapena – sottolineano la propensione “al cielo” della Vergine; la tunica rossa rappresenta invece il dolore e la sofferenza. Maria è la Chiesa che si rivolge al Bambino, a Dio: l´uccellino, legato da una corda non eccessivamente stretta tenuta da Gesù nella mano sinistra, è il Cristiano che, avendo il libero arbitrio, può decidere se rimanervi legato o fuggire (Padri Benedettini Vallombrosani del Santuario di Montenero, Maria “icona” della Chiesa).
Attorno all’aureola si può leggere AVE M(ARIA) MATER CHRISTI.
Una devozione senza fine
I Medici continuarono a sviluppare i propri territori di conquista. A Pisa venne fondato l’Ordine dei Cavalieri di S. Stefano, per la difesa marittima dei commerci contro i predoni, e venne istituito un servizio di posta con la costruzione del canale dei Navicelli, con il quale venivano collegate Livorno a Pisa e, via Arno, a Firenze, progetto portato a compimento nel 1575.

Veduta di Livorno · dipinto, pittura a fresco, Palazzo Vecchio, Firenze. Opera da molti studiosi attribuita a Giorgio Vasari (1557-1558), dal Catalogo dei Beni Culturali l’attribuzione è per Van Der Straet Jan detto Giovanni Stradano (1523/ 1605 – https://catalogo.beniculturali.it/detail/HistoricOrArtisticProperty/0900281632-8)
Il porto di Livorno cresceva, così come i commerci e la popolazione, e andava riempiendosi anche di navi inglesi e olandesi. Occorreva rimodellare ulteriormente l’impianto urbanistico della città e delle sue strutture portuali, secondo il modello di Anversa.
Il progetto per una nuova città venne affidato a Bernardo Buontalenti, l’architetto granducale. La prima pietra fu posta il 28 marzo 1577. Il rinnovo strutturale previsto venne portato a termine grazie all’ausilio di schiavi e operai.
Ma fu con Ferdinando I che la situazione cambiò radicalmente: l’incremento dell’attività portuale e edilizia era ciò che ci voleva per attrarre manovalanza (e non solo). Erano periodi di gravi carestie e, proprio per questo, il Granduca se ne servì per far decollare Livorno come porto dei grani. Tutto il grano proveniente dal nord si fermava a Livorno, grazie alle accorte politiche fiscali e a strutture adeguate, lo stesso grano che riforniva tutti gli stati italiani: nel 1591 si potevano contare oltre quaranta navi da carico e vascelli, più le imbarcazioni per il cabotaggio.
Per la nuova città Ferdinando chiamò maestranze specializzate e affidò la Fabbrica di Livorno ai due architetti Alessandro Pieroni (per le case) e Claudio Cogorano (per le fortificazioni).
Venne ampliata anche la rete idrica, con fontane e pozzi, e fu predisposta una rete fognaria.
Venne costruita la Fortezza nuova, per controllare lo specchio di mare destinato all’accoglienza delle navi alla fonda, mentre la Fortezza Vecchia restava a guardia del porticciolo e della nuova darsena.
Si arrivò così al testo delle “Livornine”, che invitava a giungere a Livorno tutti i «mercanti di qualsivoglia nazione Levantini, Ponentini, Spagnoli, Portoghesi, Greci, Tedeschi et Italiani, Ebrei, Turchi, Mori, Armeni, Persiani…»
Fu un testo eccezionale per l’Europa del tempo, perché offriva privilegi, esenzioni e protezione sul piano economico e delle libertà religiose e individuali, fatto che caratterizzò Livorno e aumentò la fama dei Medici.
Nell’età della Controriforma era un documento “controcorrente”, che segnava il passo della tolleranza religiosa in Europa. Nel documento è sancito il principio secondo cui le due sfere, economico-politica e spirituale, restano di pertinenza di Stato e Chiesa separatamente.
Tutti coloro che si insediarono a Livorno crearono prospere comunità chiamate “nazioni”. Di nuovo su progetto del Buontalenti, venne costruito il Duomo, che dominava la piazza d’armi (oggi piazza Grande), e si dette il via alla costruzione della chiesa greca e della sinagoga. E così nel 1606 Livorno ottenne il titolo di città.
E infatti, lungo l´attuale via della Madonna, tra il Duomo – dedicato oggi solo a S. Francesco – e la Fortezza Nuova, sorgono due chiese dedicate a Maria: la Chiesa della Madonna e della Santissima Annunziata dei Greci, costruite entrambe tra la fine del XVI e gli inizi del XVII secolo. La Chiesa della Madonna, affidata in origine ai Frati Minori, conserva una statua depredata dai Cavalieri di S. Stefano di Pisa a dei brigantini corsari dopo uno scontro lungo le coste còrse. La statua, portata così nella città labronica, fu affidata alla Confraternita dei SS. Cosma e Damiano, i quali già amministravano un oratorio vicino al complesso. A causa di varie vicissitudini, legate a disaccordi tra i Minori e la Confraternita, la statua fu data ai primi, e ancora oggi è esposta sull´altare maggiore della chiesa della Madonna, all´interno di un´edicola marmorea del secolo XVIII. La particolarità della Chiesa sta inoltre nell´essere stata la sede, sin dalla fondazione, di tutte le nazioni straniere insediatesi in Livorno, e che qui vi avevano costruito un proprio altare: ad esempio quello dei francesi, il più antico, reca una tela raffigurante San Luigi re di Francia, quello dei “fiamminghi” è dedicato a Sant´Andrea Apostolo, e quello dei portoghesi è dedicato a Sant´Antonio di Padova.
Accanto alla Chiesa della Madonna sorge la Chiesa della Santissima Annunziata o dei Greci Uniti, così chiamata perché fondata dai Greci Cattolici insediatisi a Livorno nella seconda metà del ´500. Cosimo de´ Medici incoraggiò la loro presenza nella città al fine di poter stringere nuovi accordi commerciali con l´Oriente, consolidare quelli esistenti e di sfruttare l´arte marinaresca per cui i Greci andavano noti presso tutte le corti italiane e non solo. Duecento anni dopo venne realizzata l´iconostasi che ancora oggi ne abbellisce l´interno (muro divisorio posto tra l´unica navata – in questo caso – ed il presbiterio, ornato d´immagini sacre o statue, un´impostazione molto in uso nelle chiese bizantine e russe).
Anche il Santuario di Montenero conobbe dei cambiamenti: nel 1668 passò in mano ai Teatini per ordine di Papa Clemente IX: in quel periodo, importanti lavori di restauro e ampliamento lo portarono ad assumere l´aspetto attuale, con l´interno decorato in stile barocco, ed abbellito da preziose opere raffiguranti storie della Vergine – come quelle di Filippo Maria Galletti nell´atrio – o ispirate a miracoli attribuiti all´intercessione della Madonna.

Santuario di S. Maria delle Grazie di Montenero, Livorno (veduta piazzale d’ingresso)
Nel corso dei secoli il culto si diffuse enormemente tramite «stampe devozionali (…) a cui vanno aggiunti gli antichi attestati dell’Ufficio di Sanità del porto di Livorno (Carlo M. Cipolla, Il burocrate e il marinaio) che la riproducevano sul frontespizio». Nel 1792, sotto il Granduca Ferdinando III, la chiesa, che non versava in ottime condizioni, passò ai Vallombrosani, custodia che dura tutt´oggi. L’importanza crescente del Santuario convincerà Papa Leone XIII a indire il “Primo Congresso Mariano Nazionale” proprio a Livorno nel 1895. Il 15 maggio 1947, Papa Pio XII la proclamò ufficialmente Patrona della Toscana, UNIVERSAE TUSCIAE PATRONA.
Tanta era la devozione dei livornesi (e non solo) che il quadro venne arricchito con collane, ori, perle e molti altri gioielli, che finirono per ricoprirlo in buona parte. Il furto di quei preziosi monili, avvenuto nella notte tra il 4 e il 5 agosto 1971, e i due restauri del 1974 e del 2006, hanno permesso di rivedere l’opera nel suo stato originale, incastonata nella meravigliosa Gloria all’interno della chiesa del Santuario, dietro l’altare maggiore.

Jacopo di Michele detto Gera (attribuzione), S. Maria delle Grazie di Montenero (ornata di gioielli), tratta da Giorgio Mandalis, La Madonna di Montenero dalla leggenda alla storia, Fucecchio (FI), Edizioni dell’Erba, 2012, pag. 57
Oggi il Santuario è mèta di pellegrinaggi da parte dei fedeli di tutto il mondo, ed è posto tra i luoghi da visitare in occasione del Giubileo: all’interno dell’edificio sacro sono state predisposte numerose sale in cui sono raccolti migliaia di ex-voto, di cui molti riferibili alla tradizione marinaresca della città, come ringraziamento per scampati naufragi o battaglie navali, e che ci lasciano una preziosa testimonianza sulla vita popolare e sulla marineria del XIX e dei primi del XX secolo.








