Nato l’8 agosto del 1754 a Milano, Luigi Marchesi è stato uno dei cantanti castrati più celebri del XVIII secolo, il cui talento vocale e carisma scenico lo resero una figura di spicco nella storia della musica lirica. La sua carriera, segnata da successi straordinari, riflette non solo il suo straordinario talento, ma anche l’evoluzione e il declino della pratica dei castrati nella musica europea.
La carriera musicale di Marchesi iniziò grazie al suo ingresso nella scuola di canto del Duomo di Milano, dove ricevette una formazione rigorosa che ne sviluppò le abilità vocali. La pratica della castrazione, sebbene controversa, era all’epoca considerata un mezzo per preservare la purezza e l’estensione della voce maschile, caratteristiche che Marchesi incarnava perfettamente. La sua voce, caratterizzata da una straordinaria estensione e flessibilità, gli permise di eccellere in ruoli che richiedevano grande virtuosismo.
Il debutto operistico di Marchesi avvenne nel 1773 a Roma, dove interpretò il ruolo principale nell’opera “Ezio” di Christoph Willibald Gluck. La sua performance fu accolta con entusiasmo, segnando l’inizio di una carriera che lo avrebbe portato nei principali teatri d’Europa. Tra i suoi ruoli più celebri si annoverano quelli nelle opere di compositori come Nicola Porpora, Johann Christian Bach e Antonio Salieri.
Marchesi era noto per il suo stile espressivo e la capacità di eseguire passaggi vocali estremamente complessi con apparente facilità. Il suo repertorio comprendeva sia ruoli eroici sia ruoli di tenerezza e pathos, dimostrando una versatilità rara anche tra i castrati.
Oltre che per le sue doti vocali, Marchesi era conosciuto per il suo carattere eccentrico e la sua vita personale movimentata. Gli aneddoti sulla sua vanità e il suo gusto per il lusso sono numerosi, dipingendo il ritratto di un uomo che sapeva godere dei frutti del suo successo. Tuttavia, queste caratteristiche non oscuravano la sua dedizione alla musica e la sua costante ricerca della perfezione artistica.
La carriera di Luigi Marchesi coincise con il periodo di massimo splendore e il successivo declino della pratica dei castrati. Con l’ascesa del Romanticismo e il cambiamento dei gusti musicali, la figura del castrato perse gradualmente rilevanza. Tuttavia, l’eredità di Marchesi perdura come testimone di un’epoca in cui la voce umana, alterata per l’arte, raggiunse vette di perfezione tecnica e emotiva.
Marchesi morì nel 1829, lasciando un’impronta indelebile nel mondo della musica. La sua vita e la sua carriera sono tuttora oggetto di studi e ammirazione, riflettendo un capitolo affascinante e complesso della storia musicale europea.
UNA CURIOSITÀ
Un cronista del tempo, Lord Mount Edgcumbe, così descrive l’impressione suscitata da Marchesi nella capitale inglese:
«Marchesi era in quel tempo un giovane di bell’aspetto, con una figura prestante ed un portamento pieno di grazia. La sua recitazione era animata ed espressiva, grande la sua potenza vocale, ampia la sua estensione, anche se poco portata ad irrobustirsi. La sua abilità era veramente notevole, ma gli piaceva troppo farne sfoggio, né d’altra parte il suo cantabile era pari al virtuosismo. Nel recitativo e nelle scene di violenza e di passione era insuperabile, e se fosse stato meno prodigo di ornamenti, che non erano sempre appropriati, e se avesse avuto il gusto più schietto e semplice, la sua esecuzione sarebbe stata perfetta; essa però era sempre gagliarda, animata e di grande efficacia. Debuttò con l’opera Giulio Sabino, opera del Sarti, nella quale tutte le arie del personaggio principale, molte e varie, sono della più raffinata qualità. Fui però deluso dalla interpretazione del Marchesi, poiché le arie mi erano familiari cantate da Pacchierotti in privato: sentivo la mancanza della dolce espressione di Pacchierotti, soprattutto nell’ultima scena patetica, e mi dispiaceva che la loro naturalezza fosse rovinata da uno stile troppo fiorito. Ma questo stile fiorito era di un’assoluta semplicità in confronto a quello udito ultimamente. Il confronto fece sì che il Marchesi mi piacesse meno di quanto non fosse avvenuto a Mantova o di quanto non mi fosse accaduto in altre opere ascoltate qui in seguito. Venne accolto comunque da un caldo applauso.»









