- Casa editrice: peQuod Editore
- Collana: Rive
- Genere: Raccolta poetica
- Pagine: 154
- Prezzo: 16,00 €
“Una stagione in gabbia scenica” di Antonio De Mitri è una di quelle opere che richiedono lentezza, che esigono di essere assaporate con calma. È una silloge poetica che suscita profonde riflessioni, che pone dubbi e che può anche agghiacciare; in brevi componimenti, l’autore ci conduce nel suo mondo, che non è certo irradiato di luce ma che rispecchia simbolicamente l’oscurità che risiede nella nostra realtà e nel cuore degli uomini.
Non è però un’opera totalmente pessimista; il poeta, malinconico e disincantato, mostra le cose come stanno ma allo stesso tempo conferisce forza e resistenza al sentire e all’agire umano. La vita sarà pure una tragica commedia (o una comica tragedia, che dir si voglia) ma noi attori principali possiamo deviare dal copione di tanto in tanto, possiamo e dobbiamo trovare la nostra voce più intima e personale. Queste liriche sono amare, e su questo aspetto non c’è alcun dubbio; è però un’amarezza poetica e quindi con più possibilità di sublimazione: Antonio De Mitri offre verità da scavare, e che si trovano sia nei singoli versi che nella trama generale formata da ogni filo, da ogni parola.
Il poeta ci offre il biglietto per un viaggio nell’animo umano, rendendoci immediatamente consapevoli che non sarà un viaggio di piacere ma un’avventura spietata, pericolosa e adatta a pochi. La prefatrice all’opera Maria Occhinegro afferma che la poetica dell’autore si inserisce nel solco dell’operazione tracciata dalle neoavanguardie: «I titoli, la punteggiatura, la misura metrica, il ritmo, la rima, le maiuscole, i pilastri della scrittura in versi, non servono né a lui, né ai tanti altri per consolare ordinatamente l’uomo moderno delle sue disgrazie, ma sono rivisitati dall’interno e scardinati a tal punto che la raccolta lirica risulta una costruzione irregolare e, per usare un termine di Carmelo Bene, “depensata” di elementi poetici».
E ha completamente ragione: l’anarchia stilistica di De Mitri e la sua predisposizione per la decostruzione sono perfetti per descrivere la disfatta dell’essere umano in un mondo sempre meno umano; ed ecco che il dolore del poeta deflagra in tutta la sua potenza, ma non si disperde. I suoi frammenti restano nell’aria, penetrano negli occhi e nella pelle, offrono consapevolezze amare ma preziose: sono liriche violente ma ricche di verità, sono poesie che, in pochi versi, sanno affascinare e atterrire, sanno rimetterci al nostro posto e allo stesso tempo ci mostrano nuovi scenari, nuovi modi di ribellarsi alla crudeltà del mondo – «la morte chiama la/sua voce è così chiara ma/io pratico/il culto oscuro/della sopravvivenza/e mando avanti la baracca».
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