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Dall’Oriente all’antica Roma: storia dell’uso di rimedi medicamentosi

La ricerca di rimedi efficaci contro il dolore e la malattia ha caratterizzato la storia dell’umanità sin dalle sue origini. Le prime forme di farmacologia si possono probabilmente già rintracciare in quei tentativi condotti dai cosiddetti uomini primitivi volti a riconoscere le proprietà benefiche contenute in erbe, acque sorgive e sostanze alimentari.
La dea Sekhmet, protettrice dei medici (a sinistra) con il faraone (al centro) e il dio Ptah (sulla destra) gioiello pettorale proveniente dalla tomba di Tutankhamon, 1325 a.C. ca. Il Cairo, Museo Egizio.
Photo credits: La dea Sekhmet, protettrice dei medici (a sinistra) con il faraone (al centro) e il dio Ptah (sulla destra) gioiello pettorale proveniente dalla tomba di Tutankhamon, 1325 a.C. ca. Il Cairo, Museo Egizio.

Dall’Oriente all’antica Roma: storia dell’uso di rimedi medicamentosi

La dea Sekhmet, protettrice dei medici (a sinistra) con il faraone (al centro) e il dio Ptah (sulla destra) gioiello pettorale proveniente dalla tomba di Tutankhamon, 1325 a.C. ca. Il Cairo, Museo Egizio.
Photo credits: La dea Sekhmet, protettrice dei medici (a sinistra) con il faraone (al centro) e il dio Ptah (sulla destra) gioiello pettorale proveniente dalla tomba di Tutankhamon, 1325 a.C. ca. Il Cairo, Museo Egizio.
La ricerca di rimedi efficaci contro il dolore e la malattia ha caratterizzato la storia dell’umanità sin dalle sue origini. Le prime forme di farmacologia si possono probabilmente già rintracciare in quei tentativi condotti dai cosiddetti uomini primitivi volti a riconoscere le proprietà benefiche contenute in erbe, acque sorgive e sostanze alimentari.

Nell’antica Grecia, col nome di phármakon si indicava sia una sostanza tossica sia un medicamento, inteso questo ultimo come sostanza atta a curare uno stato morboso.

Nel IV secolo a.C., Ippocrate sostiene che sono farmaci tutte le sostanze capaci di variare lo stato esistente dell’organismo, ovvero di determinarne modificazioni funzionali. Questa definizione di farmaco, che non fa differenza tra sostanza capace di recare danno e sostanza capace di recare beneficio al malato, viene ancora utilizzata ai nostri tempi. È sempre farmaco sia un medicamento capace di curare stati morbosi, sia sostanze, come gli inquinanti ambientali, capaci di recare danno ai soggetti viventi. Di conseguenza anche se spesso il termine farmaco viene usato come sinonimo di medicamento, occorre ricordare che solo una piccola parte dei farmaci svolge un’attività medicamentosa.

L’uso dei farmaci è stato in tutti i tempi così esteso da giustificare l’affermazione nel 1894 di Sir William Osler: «Ma sappiate che l’uomo ha una vocazione innata per la terapia […]; il desiderio di prendere medicinali è una caratteristica che distingue l’uomo dagli animali. Orbene è proprio questo uno dei maggiori ostacoli contro cui dobbiamo lottare».

I farmaci si possono suddividere in base alla loro diversa natura e provenienza. Per quanto attiene alla provenienza questi possono essere ricavati dai tre regni naturali: il vegetale, l’animale e il minerale, oppure possono essere prodotti per sintesi nel laboratorio chimico. È importante sottolineare che questa classificazione rispetta l’ordine temporale delle fonti di provenienza dei farmaci, progressivamente utilizzate; per molti secoli infatti la medicina ha utilizzato esclusivamente, in ordine decrescente, prodotti del mondo vegetale, animale e minerale.

Dal regno vegetale sono stati ricavati vari principi farmacologicamente attivi, come diversi alcaloidi (reserpina, stricnina, morfina), i glucosidi della digitale, alcuni grassi (olio di ricino), essenze (canfora) e antibiotici come la penicillina. Gli alcaloidi, composti esclusivamente vegetali, prendono (1821) questo nome generico per la proprietà di combinarsi con gli acidi. I glucosidi, anche essi solo vegetali, sono così denominati perché scindendosi danno luogo, come prodotto secondario, glucosio: sono cioè composti costituiti da una sostanza zuccherina e da una non zuccherina, chiamata genina o aglicone.

Dal regno animale, nel XIX e XX secolo provenivano farmaci come l’olio di fegato di merluzzo, gli estratti di organo e gli ormoni come l’insulina.

Del regno minerale sono stati utilizzati sali di mercurio; oggi sali di ferro, di zinco, calcio, magnesio, alluminio e altri. La sintesi chimica, oltre a riprodurre quasi tutti i principi attivi dei farmaci provenienti dai regni naturali, ha creato la quasi totalità dei medicamenti oggi utilizzati, quali i sulfamidici, i farmaci antitumorali, i farmaci attivi contro le malattie infettive, le malattie mentali, le malattie cardiovascolari, e altre importanti patologie.

Alla chimica di sintesi nel XXI secolo si sono affiancate le biotecnologie e l’ingegneria genetica, che con le loro ricerche stanno rivoluzionando sia la produzione di farmaci, efficaci verso gravi o rare patologie, sia la produzione di farmaci già abbondantemente utilizzati in terapia, ma resi più sicuri, come l’insulina umana in rapporto a quella estratta dal suino e come l’ormone della crescita non più estratto dalle ipofisi di cadavere.

Per quanto attiene alle sostanze provenienti dal regno vegetale occorre aver presente che le parti di una pianta, opportunamente prelevate, conservate, preparate e con effetto terapeutico, prendono il nome di ‘droga’. Secondo alcuni autori il termine drug, ovvero ‘droga’, è comparso nel tardo Medioevo, e deriva forse dal tedesco trocken, dall’olandese droog o dallo slavo dorog, per indicare in campo farmacologico i cosiddetti ‘semplici’, cioè sostanze naturali provenienti dai regni vegetale, animale, minerale e conservate allo stato secco.

Nella lingua inglese il termine drug (‘droga’) ha tuttora il significato di farmaco/medicamento; al contrario la parola ‘droga’ nel linguaggio corrente, non farmacologico, italiano, indica sostanze di abuso (stupefacenti) naturali come oppio, hashish o tabacco, o di sintesi come anfetamine, eroina, ecstasy.
Per non abbandonare del tutto il termine ‘droga’ si ritiene opportuno utilizzare la dizione, presente nel Lessico Medico Italiano di Pietro Benigno e Pietro Li Voti (1999), di ‘droga vegetale’, per indicare erbe medicinali o prodotti vegetali utilizzabili in terapia. In questa accezione, come ‘droghe vegetali’ sono indicate la corteccia di china per le proprietà antimalariche, le foglie della Digitalis purpurea e della Digitalis lanata per le proprietà cardiocinetiche, mentre i relativi principi attivi ottenuti per sintesi come il chinino, la digitossina e la digossina, vengono definiti ‘farmaci’.

L’origine della farmacologia, secondo alcuni studiosi, coincide con l’origine stessa dell’uomo. Masticando e ingerendo prodotti vegetali come semi, corteccia, foglie, fiori e radici dell’una o dell’altra pianta, gli uomini primitivi sicuramente osservarono che questi potevano produrre effetti sull’organismo, come ad esempio diarrea o sonno. All’inizio della sua vita cosciente e raziocinante, circa un milione di anni fa, l’uomo percepì, sia per esperienza diretta, sia osservando il comportamento e le reazioni degli animali a determinati alimenti e sia anche valutando gli effetti dei morsi degli animali velenosi, come ad esempio i serpenti, che nell’ambiente circostante esistevano sostanze vegetali e animali capaci talvolta di provocare danni e morte e talvolta anche benefici per la sua salute. Quando poi cominciò, perché malato, a ritenere di essere stato colpito da una forza occulta malefica o da qualche divinità a lui ostile, provò a utilizzare ‘qualcosa’ presente nel mondo naturale circostante, che potesse aiutarlo a stare meglio e scoprì in tal modo specifici rimedi, in particolare contro il dolore.

Nel corso dei successivi millenni l’uomo è poi arrivato a riconoscere le sostanze che oggi definiremmo ‘terapeuticamente utili’ da quelle tossiche o velenose, costituendo così un primo nucleo di conoscenze farmaco-medicamentose e tossicologiche. In questo riconoscimento è stato aiutato, come già detto, dalla capacità di molti animali di evitare per istinto i vegetali velenosi e di ricercare e ingerire alcune specie vegetali dotate di effetti benefici.

In tempi successivi, l’essere umano è stato in grado di utilizzare sia sostanze dotate di attività tossica (per la caccia, la pesca, la guerra e alcuni riti di stregoneria), sia sostanze dotate di proprietà benefiche per stati morbosi. È da chiedersi se già a quei tempi l’uomo si fosse reso conto, sia pure in maniera imprecisa, che l’utilità o la probabilità di causare danni di una sostanza presente nell’ambiente era determinata non solo dalla natura della sostanza stessa, ma anche dalla quantità, o dose, assunta.

L’ORIGINE DELLA ‘SCIENZA MEDICA’ IN CINA, INDIA, EGITTO

Circa 5000 anni fa, con la nascita delle più antiche civiltà in Cina, India e Egitto, hanno inizio i processi di conoscenza e di classificazione dei vari prodotti vegetali, che porteranno allo sviluppo di un’importante cultura erboristica. Non si ha sufficiente cognizione di quali fossero esattamente i componenti di molti rimedi egizi, cinesi, babilonesi e di altre antiche civiltà; mancano, infatti, riferimenti storici e linguistici che permettano di legare con certezza il nome usato dagli antichi a un determinato rimedio.

È da notare tuttavia che alcune erbe uguali o simili, vale a dire con analoghe proprietà farmacologiche, sono state impiegate, per trattare gli stessi malanni, da popolazioni che non avevano alcun contatto tra loro, appartenenti cioè a civiltà diverse. Questo deve far pensare che la loro individuazione si sia verificata attraverso un medesimo – o molto simile – procedimento empirico di acquisizione di conoscenze relative alle loro proprietà farmacologiche.

In tutte le antiche civiltà, accanto all’impiego delle erbe come rimedio per essere in salute e per ritrovare un pieno benessere, gioca un importante ruolo la componente spirituale-religiosa che ne accompagna l’assunzione. Gli antichi Cinesi, già parecchi millenni prima di Cristo, conoscevano migliaia di rimedi terapeutici, parecchi dei quali sono ancora ufficialmente usati sia nella terapia orientale sia in quella occidentale, come ad esempio l’efedra (o Ma Huang).

Sarebbe dovuta al leggendario imperatore Shen-nung, detto per questo ‘il padre della medicina cinese’. Secondo la leggenda l’imperatore Shen-nung (letteralmente ‘il contadino divino’, nome che si riferisce alla sua competenza in campo agricolo) era un grande esperto di erbe, così da scrivere il primo grande erbario contenente la descrizione di numerose piante e di alcune centinaia di preparazioni erboristiche. La medicina cinese si diffonde poi verso il Giappone; tuttavia, mentre in Giappone la medicina europea fa sentire la sua influenza già verso la fine del XVI secolo d.C. attraverso i missionari portoghesi e i mercanti olandesi, in Cina – e in particolare nelle regioni interne – l’antica medicina tradizionale rimane pressoché inalterata, con tutto il suo ricco patrimonio di pratiche magiche e demoniache e di riti eseguiti con estrema meticolosità, fino alla metà del XX secolo d.C.

Per quanto attiene i Sumeri, un’etnia dell’antica Mesopotamia, su una tavoletta trovata a Nippur e datata 2300 a.C. è stata individuata la prima raccolta di sostanze per uso terapeutico, nonché formulari farmaceutici e indicazioni sulla loro preparazione.

Tra le testimonianze scritte e i libri sacri dell’India antica, spiccano l’Ayurveda (‘scienza della vita’) e il trattato di Athar- vaveda (‘scienza delle formule magiche’). L’Ayurveda viene fatta risalire direttamente al dio creatore Brahma che, secondo la mitologia indiana (rif. in Riva 1998), ha trasmesso «il segreto di liberarsi dalle malattie che causano tanti danni agli esseri viventi». L’Ayurveda si occupa, come avviene nella medicina cinese, del rapporto tra l’uomo e la natura; lo spirito, il corpo umano e l’ambiente esterno vengono visti come un insieme unico; di conseguenza, per ritrovare il benessere e la salute è necessario valutare e curare tutto l’insieme. Nell’Atharvaveda sono presenti pensieri medici ispirati alla magia che prevedono l’uso di droghe vegetali; ne sono elencate ben mille, molte delle quali sono state largamente impiegate anche nei secoli successivi; tra queste la rauwolfia, i cui principi attivi sono stati identificati, studiati e largamente utilizzati nel XX secolo. Nell’antica medicina indiana ed egizia viene utilizzato a scopo terapeutico il ferro: si prepara del ferro calcinato (sottoposto ad alte temperature), arroventando pezzi di questo minerale fino a ottenerne una polvere fine bianca e aggiungendo a questa polvere olio, latte, aceto, urina di vacca; si somministra quindi tale ‘pozione’ a persone ‘deboli’ per assicurare loro vigore e forza.

I papiri egizi riferiscono di numerose droghe vegetali e di procedimenti di preparazione in uso in quella civiltà. In particolare, il papiro di Ebers (1550 a.C. circa) contiene più di mille ricette, che prevedono tra l’altro l’utilizzo di miele, lievito, olio e di piante e prodotti vegetali quali la cipolla, l’aglio, l’aloe, il giusquiamo, la scilla, la mandragora, il finocchio, la mirra, il papavero. Le ricette del papiro di Ebers contengono anche modalità di preparazione (miscelazione, triturazione o riduzione in polvere, bollitura, filtrazione, esposizione in ambiente esterno) e di assunzione (ingestione, inalazione, applicazione esterna oppure per clistere). È riferito un largo utilizzo di purganti, in quanto, con l’emissione del contenuto intestinale, si eliminerebbero gli spiriti maligni presenti nel corpo del paziente a causa della malattia e, fatto importante, sia i pazienti sia i medici possono facilmente controllare il raggiungimento o meno del ‘risultato finale’.

Gli antichi Egizi utilizzano a scopo curativo anche preparati a base di vino. La scoperta, nelle suppellettili dell’arredo funebre di un faraone, di residui attribuibili a prodotti di vendemmia fa ritenere che questi prodotti, contenenti anche resti di erbe, resine e altre sostanze naturali, accompagnino il morto come medicina per l’oltretomba. Per la cura della lebbra, poi, vengono all’epoca impiegati il brodo e la carne di serpente. Nello stesso periodo, secondo alcuni studiosi, vengono fissati i primi rudimenti di farmacovigilanza: i medici egizi, evidentemente consapevoli della tossicità di alcuni estratti vegetali, prestano particolare cura alla loro preparazione e li somministrano soltanto dopo averne valutato con attenzione i componenti ed effettuato una meticolosa analisi del malato riguardo a possibili effetti avversi.

L’ANTICA GRECIA

Nella civiltà della Grecia antica confluiscono le conoscenze sui farmaci da tutte le antiche culture orientali; in particolare, si utilizzano ampiamente i rimedi terapeutici proposti dagli Egizi. Nell’Iliade e nell’Odissea sono riferite osservazioni sull’effetto terapeutico di varie sostanze naturali, come l’applicazione sulle ferite, a scopo cicatrizzante, di foglie o di corteccia di piante, polverizzate. L’effetto curativo che ne risultava era probabilmente dovuto alla azione astringente e analgesica dell’acido tannico contenuto in queste polveri. Inoltre, secondo alcuni, è forse la radice di mandragora a indurre un sonno crepuscolare capace di proteggere Ulisse da Circe.

In questa epoca emerge la figura di Asclepio, figlio di Apollo, che a partire dall’inizio del III secolo a.C. viene ‘adottato’ e latinizzato in Esculapio dai Romani. Asclepio è considerato il dio della medicina, capace di dare la morte ai nemici o la vita agli amici. Questa sua duplice capacità potrebbe indicare, secondo alcuni studiosi, la capacità ambigua del farmaco: attività tossica e attività benefica.

Nell’antica Grecia, infatti, il nome di phármakon veniva utilizzato per indicare sia una sostanza tossica, sia una sostanza atta curare uno stato morboso. Il dio Asclepio viene spesso raffigurato con in mano un bastone sul quale è arrotolato un serpente, bastone che è tuttora simbolo dei farmacisti e del soccorso medico. La presenza del serpente è motivata dal fatto che questo animale è ritenuto capace di favorire la guarigione leccando la parte malata. Nei templi asclepiadei i sacerdoti prestano cure ai soggetti malati utilizzando svariate droghe vegetali e riportano sulle colonne dei templi le ricette delle preparazioni dei farmaci tenuti in maggiore considerazione.

Si può far risalire agli antichi Greci la nascita della tossicologia come scienza, per la quantità di conoscenze da essi raccolte sull’aspetto tossico dei farmaci. Al riguardo si può indicare, come una delle prime relazioni tossicologiche, il resoconto o meglio la descrizione accurata fornita da Platone nel Fedone, in occasione della morte di Socrate, delle proprietà tossiche del succo della cicuta. La descrizione data dal filosofo greco della paralisi dei nervi sensitivi e motori, con depressione del sistema nervoso centrale e con comparsa della paralisi respiratoria, coincide molto bene con le azioni, oggi conosciute, dell’alcaloide della cicuta, la coniina.

In rapporto al doppio significato di farmaco o phármakon, raccolto e tramandato nei secoli, si ricorda che anche Ippocrate, nel IV secolo a.C., dichiara: «sono farmaci tutte le sostanze capaci di varia re lo stato presente dell’organismo, vale a dire capaci di determinare modificazioni funzionali, in senso positivo e in senso negativo, nell’organismo vivente».

Ippocrate di Kos, nato intorno al 460 a.C. e morto a Larissa, in Tessaglia, intorno al 370 a.C., è da ritenersi il padre della ‘medicina scientifica’. Ippocrate viaggia moltissimo e visita anche l’Egitto, che all’epoca è considerato il paese più avanzato in campo culturale e scientifico. Con Ippocrate nasce la ‘medicina dell’osservazione e dell’esperienza’, che si propone di dare una spiegazione razionale a tutti i fenomeni fisiologici e patologici.

La fama di padre della medicina attribuita a Ippocrate si ritiene sia dovuta ai seguenti fattori.

– La sua volontà di razionalizzare la medicina attraverso il riconoscimento che la malattia e la salute di una persona non sono dovuti a interventi divini bensì a precise situazioni dell’organismo vivente.
– La sua attività di maestro, esplicatasi anche nel Giuramento che porta il suo nome e che definisce e codifica le regole etiche di base della professione medica; norme ancora oggi considerate interessanti e, con le dovute limitazioni, valide.

Per quanto riguarda in particolare i farmaci, nel Giuramento si legge: «[…] e non darò, se mi si chiedesse, un farmaco mortale, né proporrò un tal consiglio».

Nei suoi scritti Ippocrate indica numerosi medicamenti di origine vegetale, minerale e animale – come l’urina umana o le corna di cervo – formulati sotto forma di polveri, pillole, infusioni, macerazioni, decotti, unguenti, clisteri, gargarismi e quant’altro. Egli tenta altresì di fornire una spiegazione scientifica dell’azione dei medicamenti: «Il corpo umano è formato di quattro umori cardinali: il sangue che proviene dal cuore, il flemma (o anche pituita) derivante dal cervello e che si spande in tutto il corpo, la bile gialla che viene secreta dal fegato, e la bile nera che dalla milza va allo stomaco. Questi quattro umori circolano nel nostro organismo e combinandosi in differenti maniere conducono alla salute o alla malattia; talora sono troppo abbondanti, tal altra scarsi. Spesso s’alterano, si putrefanno, si corrompono e ne sorge l’infermità. Espellere questi umori corrotti è il compito del farmaco, che agirà variamente a seconda delle sue qualità sensibili e della sua intima struttura. I purganti, i vomitivi (emetici), i diuretici, i sudoriferi sono fra i medicamenti preferiti».

Ippocrate ritiene inoltre che ogni purgante abbia il suo «umore specifico e attivi solo questo, provocando però, con la sua azione duratura, anche l’evacuazione di altri umori». Si può affermare che con Ippocrate si passa da un istrionismo ciarlatanesco basato su credenze in divinità e potenze occulte (medicina magico-sacerdotale) all’elaborazione del concetto di malattia: Ippocrate ritiene che i sintomi non sono la malattia, ma i segni esterni di questa, la cui causa risiede all’interno del corpo umano ed è qui che si deve intervenire per aiutare la capacità guaritrice della natura. Il filosofo greco Platone afferma che «per curare una parte del corpo bisogna curare il corpo intero», affermazione valida anche ai nostri giorni.

Al filosofo Teofrasto (371-287 a.C.), considerato il più grande botanico dell’antichità, si deve un importante trattato sulle piante (Historia Plantarum); nel IX libro di questa opera è presente un elenco dettagliato di droghe e medicamenti e del loro valore terapeutico, elenco che costituisce un’anticipazione della ‘mate- ria medica’ di età classica. Anche i medici greci, come quelli egizi e indiani sopra ricordati, impiegano il ferro allo scopo di trasmettere al soggetto anemico e debole la forza di questo metallo. In pratica ai pazienti con evidente pallore viene data da bere dell’acqua nella quale sono state lasciate arrugginire vecchie spade, in quanto questa arma rappresenta la forza e la potenza. Si crede che Marte, il dio della guerra, abbia impregnato il metallo di energia; il ferro entrerà poi a far parte dei formulari medioevali e in onore di Marte il ferro viene dagli alchimisti chiamato mars; anche oggi la terapia con il ferro è chiamata ‘marziale’.

LA CIVILTÀ ETRUSCA

La civiltà etrusca, affermatasi a partire dal Secolo IX a.C. in un’area che comprendeva le attuali regioni italiane della Toscana, dell’Umbria e del Lazio settentrionale, ma anche ampie zone della Liguria, dell’Emilia Romagna, della Lombardia e della Campania, per oltre mezzo millennio influenzò la cultura romana.

Gli etruschi godettero di eccezionale fama per le loro conoscenze in ambito medico (e, in particolare, nelle tecniche odontoiatriche di cui furono, in quei tempi, indiscussi maestri), chirurgico e fitoterapico. La loro Weltanschauung si fondava sull’idea che ogni aspetto ed elemento nella natura avesse un senso, un valore, un’efficacia, perché espressione di un’energia capace di agire sull’uomo sia in modo benefico, sia malefico.

Proprio a partire da questo assioma, gli etruschi definirono un sistema medicale che, retto da una ristretta cerchia di membri dell’ordine sacerdotale, si fondava su una estesa farmacopea e sull’utilizzo a scopo curativo delle acque termali. L’importanza di questa farmacopea fu sottolineata già da Dioscoride, il quale ricorda ben tredici essenze vegetali a cui gli etruschi riconoscevano virtù officinali, tra l’altro tutt’oggi ancora accettate (15). Del resto, la possibilità di avere a disposizione con una certa facilità, un’abbondante vegetazione mediterranea bassa e cespugliosa di piante ricche di succhi corroboranti e stimolanti, come, per esempio, la Salvia, il Rosmarino, il Timo e la Maggiorana, o di piante arbustive ed erbacee ad alto contenuto di olii essenziali, agevolò non di poco la progettazione di efficaci fitofarmaci (16).

A ciò deve aggiungersi che gli etruschi includevano nella loro farmacologia anche alcuni minerali come la limatura e l’ossido di ferro (per contrastare le anemie), il rame (per lenire le infiammazioni) e alcuni sali (sodio e potassio). Non è dato sapere invece se adoperassero i loro medicamenti come “semplici” o in combinazione tra di loro, mentre è probabile che le piante medicinali venissero sfruttate sotto forma di empiastri, unguenti e pomate, preparati utilizzando grassi di varia natura e olio di oliva come veicoli eccipienti.

L’ANTICA ROMA

Dall’antica Grecia i farmaci passano a Roma, dove il numero dei prodotti vegetali impiegati in terapia aumenta considerevolmente. Un elenco dei numerosi preparati che gli antichi Romani usavano, traendoli da tutti i tre regni della natura, ci è stata trasmessa da Dioscoride Pedanio di Anazarba, in Cilicia (I secolo d.C.), da ritenersi uno dei più grandi protofarmacologi del tempo. Dioscoride – medico, botanico e farmacista – esercita a Roma ai tempi dell’imperatore Nerone ed è uno dei primi a scrivere norme accurate circa la preparazione dei farmaci dell’epoca. Infatti, già prima della fine del I secolo d.C., era noto che potevano esistere grandi differenze fra una preparazione estrattiva e un’altra, e che quindi era necessario, per ottenere un effetto terapeutico riproducibile, avere preparazioni medicinali quanto più standardizzate e uniformi. Dioscoride identifica anche un problema ancora oggi di attualità: l’adulterazione dei farmaci da parte di affaristi privi di scrupoli.

Nel De Materia Medica, un trattato in cinque libri, in greco, egli raccoglie tutte le nozioni farmacologiche del tempo e i preparati ‘medicinali’ di origine vegetale, animale (compreso l’uomo) e minerale. Nel primo libro sono descritti gli aromi, i succhi vegetali, le resine e i balsami; nel secondo sono enumerati i prodotti di origine animale, quali, il latte, il miele e i grassi; il terzo e il quarto libro trattano specificatamente delle radici e dei semi; il quinto comprende i rimedi e i veleni minerali.

Il De Materia Medica è da considerarsi la colonna portante della farmacologia e della farmacognosia ed è stata utilizzata fino al XVI secolo. Questo testo e i testi successivi a esso ispirati sono infatti l’unico punto di riferimento per lo studio e il riconoscimento delle droghe vegetali. In questa opera viene riportata una gomma balsamica dal nome di ‘ammoniaco’, descritta come costituita da ‘lacrime’ di color bruno scuro e dotata di un forte odore aromatico. Il nome ‘ammoniaco’ deriva dal fatto che questa sostanza viene prodotta presso il tempio di Ammone, situato nei dintorni di Cirene, in Libia.

L’opera di Dioscoride contiene anche un’interessante descrizione di un apparecchio per distillare, per ottenere cioè essenze liquide da droghe vegetali; in un suo scritto si legge che «distillare è imitare il sole, che evapora le acque della terra e le rinvia in pioggia».

Nell’antica Roma, tra i medici illustri che si occupano di farmaci, spicca il nome di Galeno (II secolo d.C.). Galeno s’interessa, per tutta la vita, di problemi farmacologici, viaggia alla scoperta delle droghe d’Oriente e del loro uso. Individua numerosi ‘preparazioni per uso terapeutico’, precisandone il modo di approntarle. Dal suo nome deriva l’aggettivo ‘galenico’: ancora oggi si usa parlare di preparati galenici, di tecnica galenica e di farmacia galenica.

Galeno è ritenuto uno dei più celebri studiosi della medicina del mondo antico; seguace delle teorie ippocratiche, le modifica e le completa. A ciascun ‘umore’ identificato da Ippocrate, Galeno attribuisce qualità proprie, come ‘frigidità’, ‘calidità’, ‘umidità’ e ‘secchezza’. Di conseguenza propone che una malattia derivante da una secchezza degli umori venga trattata con un rimedio umido e analogamente una infermità prodotta da una frigidità degli umori sia trattata da un rimedio caldo. Le pratiche galeniche sono state diffusamente adottate nel corso dei secoli, tanto da durare fino a tutto il XVII secolo. La loro importanza è stata tale da essere equiparata al successo e al prestigio di cui godettero le teorie di Aristotele in campo filosofico.

È curioso e degno di nota che da Galeno in poi, come suggerito dallo stesso, non c’è composizione medicamentosa che non contenga ceneri o polvere di corna di cervo. Il cervo, infatti, è tenuto in grandissima considerazione dagli antichi perché ritenuto di lunga vita e capace, per doti innate, di riconoscere le piante con attività medicinale, piante che vengono utilizzate dall’animale stesso per curarsi. Di conseguenza le corna di cervo sono ritenute medicamento insostituibile «per una lunga serie di mali: dalla dissenteria agli sputi di sangue, dai flussi di stomaco al trabocco di fiele e ai dolori della vescica».

L’enorme successo che ebbero le idee di Galeno – diventando per lungo tempo l’architrave, indiscusso e indiscutibile, della medicina occidentale – costituirà, quale incredibile paradosso, un freno non indifferente al progredire della scienza medica, fin quando, a partire dal Seicento, tecnologie e nuove conoscenze ne metteranno in discussione i capisaldi.

Sotto l’Impero Romano esiste la figura – oggi la definiremmo ‘medico’ – di una persona che, spesso priva di particolari studi provvede ad approntare le preparazioni medicamentose, a prescriverle e a venderle; accanto a questa figura sanitaria si trovano i così detti ‘rizotomi’, ovvero i tagliatori di radici, oltre ai raccoglitori di erbe, o ‘erbari’. Le professioni di rizotomo o di erbario sono ovviamente collegati al grande impiego delle piante medicinali, che hanno costituito per molti secoli gli unici rimedi a disposizione dell’uomo per combattere le malattie. Questo vasto impiego si deve senz’altro attribuire alle proprietà, oggi individuate con precisione, di vari composti farmacologicamente attivi presenti talora in tutta la pianta, talora localizzati o più abbondanti in determinate parti, come la corteccia, la radice, i semi, i bulbi, le foglie, i fiori e i frutti.

È da notare il fatto che molte piante medicinali, chiamate nel Medioevo e nel Rinascimento col nome di ‘semplici’ e nei secoli successivi di ‘officinali’ (da officina, ‘farmacia’), sono ancora oggi impiegate a scopo terapeutico. Molti preparati medicamentosi ottenuti con l’impiego di piante medicinali sono disgustosi; si tenta quindi di migliorarne il sapore e l’aspetto al fine di garantirne l’uso da parte dei pazienti (oggi si parlerebbe di compliance). Con questi tentativi si dà inizio alla realizzazione di discipline di competenza della chimica farmaceutica e della farmacognosia (identificazione e preparazione di farmaci ricavati da prodotti vegetali).

Nell’antica Roma esistono pure i ciarlatani che affollano le strade e con la loro capacità di impressionare e ammaliare le persone vendono, in concorrenza con i ‘medici’, droghe vegetali, medicamenti e veleni.
Per concludere, è importante tenere presente che per migliaia e migliaia di anni è stato l’empirismo, con l’intermediazione di stregoni, a indirizzare l’uomo nella ricerca di principi attivi capaci di curare o di attenuare il decorso e la gravità delle malattie. L’osservazione fortuita degli effetti positivi di sostanze presenti in natura, in particolare nei vegetali, sulle malattie ha costituito la principale, se non l’unica sorgente, di prodotti utilizzabili a scopo terapeutico. Molti farmaci – o meglio l’attività di molte sostanze, individuate attraverso osservazioni casuali ed empiriche – sono stati spesso dimenticate e poi successivamente riscoperti.

È altresì importante considerare che non tutto quello che hanno detto e pensato Greci o Romani, in particolare in campo farmacologico, è da considerarsi obsoleto. Alcuni principi enunciati da Ippocrate («primum non nocere», «vis medicatrix naturae») sono tuttora validi, così come le affermazioni del romano Celso («[…] ci sono malattie che guariscono da sole, altre che richiedono medicine, altre ancora, la mano del chirurgo […]»).

Nel 1938 Aiazzi-Mancini e Donatelli, autorevoli farmacologi italiani, scrivono:

«Nei periodi più fulgidi della civiltà greca (500- 200 a.C.) e di quella romana (100 a.C.-200 d.C.) inizia la prima rudimentale sperimentazione scientifica dei medicamenti (inizio della farmacodinamica) e dei tossici, con l’intento di precisarne le azioni e di aumentarne le possibilità di impiego (inizio della farmacoterapia e della tossicolo- gia), come pure si creano i primi rudimenti di tecnica farmaceutica e di botanica farmaceutica, e vengono fatti i primi tentativi per un ordinamento sistematico dei tossici e dei medicamenti».

Fonte: LUCIANO CAPRINO, Il farmaco, 7000 anni di storia, dal rimedio empirico alle biotecnologie, Roma, Armando © 2011

BIBLIOGRAFIA

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Informazioni sulla pubblicazione

Testo inviato da Gentilin Maria Cristina
Photo credits: La dea Sekhmet, protettrice dei medici (a sinistra) con il faraone (al centro) e il dio Ptah (sulla destra) gioiello pettorale proveniente dalla tomba di Tutankhamon, 1325 a.C. ca. Il Cairo, Museo Egizio.
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Diana Millan

Magistero in Scienze Religiose conseguito presso l'ISSR "Beato Niccolò Stenone" di Pisa, lavoro per comunicati-stampa.net e sono responsabile editoriale di LiquidArte.it. Appassionata di cinema e libri.