LE TESTIMONIANZE PIÙ ANTICHE
Si dice che nell’Occidente sia stata introdotta ai tempi di Alessandro Magno, tramite un’esplorazione all’isola di Socotra, dove si sa che la pianta cresceva in abbondanza. Venne a quei tempi già utilizzata per curare le ferite dei soldati e per far recuperare loro le forze. Lamarck, in tempi molto più posteriori, la classificò proprio con il nome scientifico di Aloe socotrina. Andando indietro nel tempo, l’Aloe era nota ai popoli del vicino Oriente (soprattutto nei Paesi che si affacciano sull’Oceano Indiano e in Africa del Sud) e veniva impiegata sia come medicinale che come cosmetico. E’ per esempio menzionata nel papiro di Ebers, (che è un vero e proprio scritto di medicina degli egizi, in cui sono riportate anche numerose preparazioni). Tra tutte le piante medicinali citate, figura anche l’Aloe. Si tratta insomma di una specie di Farmacopea antica.
L’aloe nella cultura egizia rappresentava la pianta dell’immortalità, sia sotto l’aspetto simbolico (piantata all’ingresso delle piramidi indicava ai faraoni la strada per la terra dei morti), sia sotto l’aspetto pratico, dal momento che il succo era indispensabile per il processo di mummificazione, mescolato ad altre essenze (è stato trovato nel corpo di Ramses II e di altri Faraoni) (1) .
Veniva usata anche come purgante, da sola o miscelata ad altre erbe. Le regine egiziane la consideravano molto importante per la loro bellezza fisica: si ritiene che il succo venisse aggiunto a latte; la miscela finale veniva usata per fare un bagno. Si crede inoltre che il succo fosse un componente essenziale delle pozioni propiziatorie che venivano impiegate nei riti di Râ, il dio Sole, dal quale la pianta sembra particolarmente favorita per il caratteristico regime ecologico: predilige, infatti, un habitat caldo e secco, di tipo decisamente “solare” (1).
È probabile che a questo antico uso debba farsi risalire quello magico-rituale, che ancora si pratica nei Paesi arabi: la pianta viene appesa sopra la porta di casa possedendo la funzione di allontanare gli spiriti del male. Lo scopo è di proteggere le dimore dalle influenze negative, anche di ospiti non graditi (1).
In una tavoletta sumerica, sarebbero indicate le virtù dell’Aloe in caratteri cuneiformi. La tavoletta in questione costituirebbe la prima testimonianza scritta dell’uso terapeutico di questa specie (1). Gli Indù la chiamavano “guaritrice silenziosa”. I sapienti dell’antica Cina lo soprannominarono “rimedio armonioso”, mentre presso le popolazioni eurasiatiche più settentrionali fu definito “elisir di lunga vita” (1). Anche gli Arabi, i Beduini, i Tuareg la conoscono e viene da loro chiamata “giglio del deserto”. Salomone la faceva coltivare nei suoi giardini, ovviamente per le rinomate proprietà terapeutiche (1).
LE TESTIMONIANZE ROMANE
Dioscoride, scrisse una bella e completa monografia sull’Aloe. La conoscenza di questa pianta deriva dai molti viaggi che intraprese per allargare le sue conoscenze. Egli cita applicazioni per la cura di numerosi disturbi interni. Molti personaggi successivi, per tutto il primo millennio dell’era cristiana e per buona parte del secondo, si affidarono a lui riguardo alle proprietà di questa liliacea. Risalta subito all’occhio la descrizione di pianta grassa, con le foglie simili a quelle della Scilla, ma grosse e grasse, rotondeggianti e convesse nella faccia inferiore, con piccole spine disposte lungo i margini in modo non ordinato. L’autore, poi, mette in evidenza l’aspetto relativo alle qualità organolettiche, perché, dice: “…tutta la pianta spira grave odore ed è amarissima al gusto> (1). Riguardo al succo sostiene che: (1).
Il succo d’Aloe, per Dioscoride, è ottimo per curare e rimarginare le ferite. Essendo un buon astringente, salda, dissecca, arresta le emorragie e rassoda il corpo. Purga il ventre e lo stomaco, e migliora il sonno. Preso insieme ad altre medicine, ne attenua l’attività irritante e fa che non siano nocive allo stomaco.
Plinio il Vecchio, estese le affermazioni fatte da Dioscoride sulle proprietà dell’Aloe. Il succo d’Aloe è astringente, addensante e leggermente riscaldante. Cura le tonsille, mentre per curare le espettorazioni di sangue si prende disciolto in acqua altrimenti lo si beve diluito nell’aceto. Si somministra in forma di clistere in caso di dissenteria. In caso di digestione difficile, se ne beve una pozione poco dopo aver cenato. Contro l’itterizia lo si prende diluito in acqua. Come depurativo interno, si prendono le pillole preparate con miele cotto. Galeno concorda con quanto già detto da Dioscoride e da Plinio, ma, visto il metodo sperimentale da lui adottato, è più giusto parlare di una conferma delle proprietà di questa specie.
L’ALOE IN OCCIDENTE
Si ritiene che la prima pianta di Aloe (Aloe socotrina), importata ufficialmente in Inghilterra dall’Africa meridionale, risalga all’incirca al 1697. I Paesi circum-mediterranei invece avevano ormai esemplari di questa specie da molto tempo. Nella cultura occidentale il succo d’Aloe era già da parecchio tempo descritto nelle Farmacopee. Nel Medioevo, la pianta veniva definita “miracolosa”, nei monasteri. Infatti i monaci erano molto esperti di medicina e grazie al loro contributo le proprietà medicinali di questa pianta, come di altre, è stato trasmesso fino ai giorni nostri.
Si dice che i Templari usassero un prodotto chiamato “Elisir di Gerusalemme”, forse una miscela di polpa di Aloe, canapa e vino di palm (1). In Europa, la prima specie riconosciuta si sostiene sia stata l’Aloe vera, spontanea. Sembra che le piante siano arrivate poi, non molto più tardi, in Spagna (attraverso gli Arabi) ed in Italia. La magia tradizionale ha attribuito all’Aloe un posto di preminenza nei riti legati al fuoco, in particolare nella piromanzia.
In Africa viene utilizzata per proteggersi dagli spiriti dei defunti e come amuleto. Nel Mali la pianta è legata alla buona fortuna, così come in Messico dove la popolazione la raccoglie in ghirlande da appendere all’interno delle case. L’influenza planetaria, sostengono quanti studiano gli influssi astrali, è quella di Saturno, ma non sono pochi a chiamare in causa Marte e Mercurio (1).
TESTIMONIANZE DEL MEDIOEVO
Nel libro “De viribus herbarum” – opera attribuita ad un certo Odone – vi sono descritte, delle “monografie”, anche 12 specie “esotiche”, fra le quali l’Aloe. Secondo l’autore l’Aloe elimina il catarro dallo stomaco, dalla testa e dalle articolazioni; purifica gli itterici e disintossica il fegato. Disciolta in acqua e applicata localmente, risolve gli ascessi (apostemi) delle labbra. Tritata insieme a vino e miele, se ne ricava un prodotto antinfiammatorio del cavo orale (1).
La Scuola Medica Salernitana scrisse la “summa”“Flos Medicinae”, che prescriveva l’uso della polvere di Aloe, per favorire gli starnuti e purgare il capo, per “rischiarare gli occhi annebbiati”, e per la milza dolente e gonfia. L’Aloe porta anche ad una migliore funzionalità epatica.
Per tutto il Medioevo circolò un Herbarium sotto il nome di “Pseudo-Apuleio” – una sorta di “Farmacopea popolare”, il cui autore si dice sia Apuleio di Madaura – in diverse “edizioni”. L’erbario mette subito in risalto come l’Aloe, insieme a polvere di altri rimedi, vada bene contro la rogna. Per combattere le piaghe corrosive si usa la polvere di Aloe e radice di Genziana (Gentiana lutea). Sempre la polvere, insieme al miele, serve per combattere i parassiti intestinali. Platearius è l’autore di uno dei migliori erbari del Medioevo, conosciuto come “Circa istans”. In questa opera compare anche l’Aloe.
TESTIMONIANZE RINASCIMENTALI
All’incirca nel 1498, venne dato alle stampe il “Ricettario fiorentino”, che diventò un nuovo punto di riferimento, favorito dall’uso della lingua volgare e anche dalla larga diffusione della stampa. Nel testo vi è l’intento di dare razionalità alla composizione dei medicamenti e il tentativo di creare un prototipo di Farmacopea. L’Aloe rientra qui in varie infusioni e composizioni, nonché come base di alcune polveri.
Compare come ingrediente di molte pillole. Fa anche parte di altri prodotti (liquore essiccante per le ferite, unguento d’Artanita [ciclamino] di Mesue, ecc.) a dimostrazione dell’ interesse che è sempre continuato verso questa sorta di medicamento. Grazie alla scoperta dell’America (1492) e alla circumnavigazione dell’Africa (1497) si ebbe un ampliamento delle conoscenze botaniche e ciò vale anche per l’Aloe. Alcune specie allora sconosciute furono introdotte anche in Europa. In medicina iniziarono a diffondersi degli erbari figurati, per avere immagini quanto più realistiche delle piante. La sola descrizione, aveva portato a scambi e sovrapposizioni che rischiavano di mettere in discussione la loro stessa efficacia curativa41. Uno di questi è l’erbario conosciuto come “Historia stirpium”, attribuito a Leonardo Fuchs, venne reso pubblico nel 1542. Il disegno dell’Aloe è reso bene, ma l’autore non potè rappresentarne i fiori ed i semi perché non aveva con se un esemplare completo. Pier Andrea Mattioli pubblicò i “Discorsi” o “Commentarti” nel 1544.
Mesuè – un medico arabo – scrisse che l’Aloe ha il potere specifico di eliminare la collera e la flemma, acuisce i sentimenti e l’intelletto. Castore Durante, nel 1585 pubblicò l’”Herbario nuovo”. Egli afferma che l’Aloe estingue la sete che viene dalla collera attaccata allo stomaco (per questo chi ha sete avrebbe la lingua secca), giova allo stomaco infiammato. Garzia da l’Horto e Cristoforo Acosta, grazie ai loro viaggi, negli ultimi anni del Cinquecento descrissero in dettaglio alcune pratiche di raccolta e di “certificazione di qualità” e meccanismi che ne regolavano il mercato. Da l’Horto descrisse l’importanza che l’Aloe aveva nella regione indiana. Qui gli Indiani tengono pronta una preparazione a base di Aloe e mirra (Commiphora abyssinica), che chiamano Mocebar, utile anche per curare i cavalli. L’uso è noto anche ai cacciatori, che ci curano le gambe spezzate degli uccelli44. Cristoforo Acosta sostiene che questo rimedio veniva anche usato contro la sciatica.
TESTIMONIANZE SEICENTESCHE
Nel Seicento l’Aloe era ormai un medicamento molto consolidato, Domenico Auda, nei suoi “Secreti maravigliosi” afferma che l’Aloe socotrina era un ingrediente dell’< Secondo l’autore essa conforta gli “spiriti vitali e rallegra il cuore”, usata come di balsamo. Guarisce tutti i mali di natura fredda; guarisce anche il cancro. Inoltre bagnando con essa “la parte della memoria”, rende la memoria infallibile . Sempre nel seicento iniziarono a diffondersi, in forme più o meno ufficiali, degli “antidotari” e delle specie di Farmacopee. Nel testo – del 1608 – “Y Antidotarium generale et speciale”, che viene attribuito a Vveckerum, l’Aloe purga le affezioni del cervello, e molte distonie post-partum come dolori ed infiammazioni, acuisce i sensi e migliora la capacità di ragionare.
Ioannes Bodaeus à Stapel (Stapelius), fa un commento della pubblicazione del “De historia plan-tarum” di Teofrasto. Egli dice che l’Aloe, prende nome da “sale”. Riguardo al succo, la sua amarezza – secondo lui – forse dipende dalle stagioni. Con il passare degli anni, il succo d’Aloe non è più presente in una monografia separata, ma è incorporato all’interno delle varie formulazioni, sotto il nome di Aloe.
TESTIMONIANZE SETTECENTESCHE
Nel Settecento si arriva all’aspetto più tecnico delle preparazioni farmaceutiche. Molte Farmacopee furono stampate. Si nota quindi “concretezza” nelle formulazioni, nelle quali l’Aloe aveva il ruolo di rimedio principale o fungeva da comprimario. Nei dizionari scientifici e medici la voce “Aloe” non fu lasciata da parte. Nel “Dizionario universale delle arti e delle scienze”, attribuito a Efraimo Chambers, vi è la notizia che da una sola specie conosciuta dagli Antichi, si era passati ad una quarantina, anche se si ha notizia che nel giardino di Amsterdam se ne coltivavano una sessantina. Le specie usate in medicina erano una dozzina48. Secondo l’autore l’Aloe applicato all’esterno impedisce la degenerazione dei tessuti e la cancrena. Gli studiosi cercarono, poi, anche di classificare in modo più preciso le varie specie di Aloe. Valmont De Bomare affermava che vi erano altre denominazioni merceologiche del succo di Aloe, come l’Aloe “in calabasso” (quello in zucche), e l’Aloe delle Barbados. Sul finire del Settecento l’Aloe compare come componente del “balsamo oftalmico vulnerario”, ma anche nel cosiddetto “balsamo del Commendatore”, lodato per la cura delle ferite del capo, del cervello, delle parti nervine e tendinee (1).
TESTIMONIANZE OTTOCENTESCHE
Nel Primo Ottocento si ha nota di composti dai nomi singolari, come “l’elisir sacro”, fatto di Aloe vera e Rabarbaro (Rheum officinale). Vi furono anche i primi tentativi di individuare le sostanze responsabili di tale attività. Per esempio nel “Dizionario delle droghe” del 1830 di Chevalier e Richard, buona parte della monografia sulla pianta riguarda la composizione chimica del succo d’Aloe. Anche in campo tassonomico le cose diventarono più chiare, soprattutto dopo l’adozione delle denominazione binomia proposta da Linneo. Si trovano illustrate due distinte specie di Aloe, per l’esattezza l’Aloe soccotrina e l’Aloe arborescens. L’Aloe ricevette anche attenzione dagli omeopati (Jahr e Catellan, 1853). Nel “Manuale Zambeletti” del 1877, si afferma che il succo è indicato per la ritenzione d’urina. Le preparazioni officinali riportate sono l’estratto acquoso come purgante, la tintura a bassa gradazione alcolica, le pillole Aloetiche marziali (con solfato di ferro e Calamo aromatico (Acorus calamus)) per le funzione toniche.
TESTIMONIANZE NOVECENTESCHE
La storia più recente dell’Aloe inizia con la scoperta del principio attivo caratteristico, che viene titolato ed identificato, ribattezzato aloina, avvenuta nel 1851 da parte degli studiosi inglesi Smith e Stenhouse. Il primo commerciante di Aloe fu H.W. Johnstone, del Kentucky, che si era accorto quasi per caso del forte potere cicatrizzante della pianta – che veniva utilizzata dai lavoratori di colore della sua piantagione – iniziò a coltivarla su larga scala, ed immettendo sul mercato nel 1912 un unguento. Negli anni ’30, i ricercatori americani Collins, padre e figlio, studiarono a fondo la capacità rigeneratrice dell’Aloe, pubblicando un rapporto sull’effetto dell’Aloe vera nel lenire gli effetti della radioterapia, in particolare nelle dermatiti. La loro ricerca segnò in America il lancio di una serie di campagne scientifiche di approfondimento della composizione della pianta, culminata con i lavori di Copia e Gosh, che nel 1938 riuscirono a dare una prima descrizione della composizione chimica della pianta.
Rodney M. Stockton, dopo molti esperimenti ne provò l’efficacia e mise in commercio un balsamo per le ustioni con un certo successo. Contemporaneamente proseguiva l’analisi chimica della pianta. Tom Rowe dell’Università della Virginia, stabilì che il principale agente curativo delle lesioni cutanee da radiazioni doveva trovarsi concentrato nella parte dura delle foglie. Il farmacista Bill C. Coats, dopo aver interamente dedicato la sua vita agli studi, riuscì a stabilizzare la polpa di Aloe fresca, evitando i problemi di fermentazione e ossidazione del prodotto che avevano reso problematica fino ad allora la preparazione.
Praticamente negli stessi anni i russi, lavorando su varietà diverse dall’Aloe vera utilizzata nelle ricerche americane (lavorarono soprattutto su Aloe arborescens e Aloe striatula), tipiche delle loro latitudini, giungevano alla conclusione che una medicazione a base di Aloe dimezzava i tempi di guarigione in caso di traumi ginecologici e oftalmici, collegando l’acido cinnamico alle capacità dell’Aloe di uccidere i parassiti intestinali. L’oftalmologo russo Vladimir Petrovic Filatov, è stato uno dei maggiori pionieri nello studio dell’Aloe. Può essere considerato una dei precursori dell’impiego dell’Aloe. Secondo Filatov le cure chemioterapiche e la fitoterapia dovessero lavorare in parallelo, anziché essere considerate separatamente. Egli fu un grande viaggiatore ed era solito studiare le piante medicinali ed i segreti dei guaritori locali che incontrava sulla strada.
Negli anni Ottanta, ormai acquisita dalla scienza ufficiale l’importanza dell’Aloe, gli studi si moltiplicano. Nel 1984 viene dimostrato che l’applicazione del gel di aloe sulla cute stanca accelera di ben otto volte la produzione di fibroblasti, supporto proteico della cute ed elemento fondamentale per la formazione del collagene: si spiega così la capacità antiinvecchiamento e di prevenzione nella formazione di rughe.
Il fisiologo Ivan Danhof collega la forte idratazione fornita dell’aloe vera alla presenza di polisaccaridi che faciliterebbero la riorganizzazione delle cellule dello stato corneo dell’epidermide; poco dopo il giapponese Fujita scopre che l’enzima bradichinasi determina insieme all’acido salicilico l’azione antinfiammatoria, antidolorifica e lenitiva.
Nel 1985 un gruppo di ricercatori canadesi isola nell’aloe la molecola di un polisaccaride, l’acemannano; agli stessi risultati giunge parallelamente Bill McAnalley, ricercatore nei laboratori Carrington del Texas, che chiama il polisaccaride carrisina. Dopo diversi test clinici si scopre che le potenzialità di questo zucchero complesso vanno oltre le funzioni di idratazione. Dotato di attività battericida, è in grado di stimolare il sistema immunitario e, testato su malati di Aids, sembra avere capacità ritardanti nell’avanzare della malattia, oltre che proteggere l’organismo dagli effetti collaterali nel corso delle terapie anti-HIV. Su questa strada le ricerche dei laboratori Carrington, che hanno ottenuto l’autorizzazione di sperimentazione su esseri umani dalla Food & Drug Administration, sembrano avere ottenuto risultati incoraggianti (1).
Fonte: UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI TORINO FACOLTA’ DI FARMACIA – Tesi di laurea Ivan Sperone (Whitewolf). Anno accademico 2004/05
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2. BENIGNI, CAPRA, CATTORINI, Piante medicinali – Chimica, Farmacologia, Terapia, Milano 1963-64
3. RIVA, Non fare di ogni erba un fascio, Bassano del Grappa 1990.
4. LEDWON L. M. (2005), Aloe la pianta che cura
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8. PADRE ROMANO ZAGO – O.F.M, Di cancro si può guarire! (1998) ADLE Edizioni, Padova
9. Nuovo vocabolario italiano illustrato, (1994) Edizioni della Specola
10. MATTA A. Fondamenti di patologia vegetale (1996) Patron Editore
11. A.BASSETTI, S. SALA, Il grande libro dell’Aloe (2003)
12. M. PEDRETTI, Chimica e farmacologia delle piante medicinali (1983)








