L’attenzione dei soldati era rivolta solo al nemico che si parava loro di fronte, e alle direttive dei propri comandanti. Uomini e cavalli, con i muscoli tesi fino allo spasmo, erano pronti per l’imminente battaglia. Alessandro, re di Macedonia, li aveva condotti in un’avventura nelle sterminate terre d’Asia, alla riconquista della dignità e della libertà delle città greche. Ma il nemico da abbattere, Dario III, supremo monarca dei Persiani e di decine di popoli a lui sottomessi, doveva essere ancora affrontato e sconfitto in campo aperto.
Le gesta e le conquiste del giovane regnante macedone correvano già di città in città, forse preoccupando non poco il nemico: storie di quando aveva reso omaggio alla tomba di Achille, nella piana di Troia, ottenendo in consegna uno scudo che si diceva fosse appartenuto direttamente alla dea Atena; di quando aveva sconfitto la cavalleria persiana che lo attendeva al fiume Granico; del rispetto dimostrato da Alessandro nei confronti dei culti e delle tradizioni dei sottomessi. E il passaggio a Gordio di Frigia, considerata un tempo la capitale dell’antico re Mida, che aveva il potere (e la maledizione) di tramutare in oro qualsiasi cosa, si trasformò in un fatto quasi magico ed eccezionale: infatti, negli anni immediatamente successivi alla morte di Alessandro, le cronache e il folclore riportarono come il re macedone avesse reciso o sciolto il nodo gordiano, avverando una profezia secondo cui, chi fosse stato capace di togliere il giogo di un carro posto dal mitico re Gordio, sarebbe divenuto re d’Asia (in realtà il passaggio per tale zona risultò essere una pura strategia militare, per riunire il proprio esercito con le truppe fresche portategli dall’amico e alto comandante Parmenione).

Arrivato nella calda e umida Tarso, in Cilicia, Alessandro indugiò notevolmente. Lo storico e filosofo greco Plutarco, vissuto nel I secolo d. C. e autore di un’opera biografica dedicata al conquistatore, riporta che «quella sosta fu dovuta a una malattia che alcuni dicono lo abbia colto per le fatiche cui si era sottoposto, altri per un bagno fatto nelle gelide correnti del Cidno» (Vite Parallele. Alessandro e Cesare, Alessandro 19, 2), il fiume che scende dal monte Tauro e attraversava Tarso. Probabilmente aveva sofferto di una sincope da idrocuzione per essersi tuffato in cerca di refrigerio. Ripresosi quasi miracolosamente, si sentiva già di essere divenuto re dell’Asia: ordinò addirittura di battere nuova moneta!
Ma nel novembre del 333 a. C., il re macedone, che aveva appena ventitré anni, e il suo esercito si trovarono finalmente di fronte Dario. L’ala sinistra dei macedoni, agli ordini di Parmenione, era composta dalla cavalleria tessalica e peloponnesiaca, da contingenti traci e arcieri cretesi; il generale Cratero, al centro, comandava il reparto della falange con le pesanti sarisse; l’ala destra, con il fulcro della cavalleria macedone, era comandata direttamente da Alessandro. Nel parapiglia generale, in cui il sangue dei caduti bagnava copiosamente la terra di Cilicia, il pesante attacco della falange macedone sfondò l’ala sinistra persiana mentre, con la cavalleria, Alessandro chiudeva il tentativo di sfondamento centrale dell’esercito di Dario attaccandolo ai fianchi. L’aggressione macedone fu così violenta che in breve tempo Alessandro ebbe la meglio, riportando solo una ferita: Plutarco ebbe a scrivere, riprendendo la notizia da un altro biografo, Carete di Mitilene, che Alessandro «fu ferito di spada alla coscia da Dario» (Vite Parallele. Alessandro e Cesare, 20, 8), ma senza troppe conseguenze. Dario fuggì con un nutrito gruppo di cavalieri e soltanto l’arrivo della notte lo salvò dalla cattura. Lucio Flavio Arriano, scrittore vissuto nel I secolo d. C. e autore di un’altra biografa su Alessandro, l’Anabasi, riporta come «l’accampamento di Dario fu conquistato subito, al primo assalto; e insieme la madre e la sposa, che era anche sorella di Dario, e un figlio piccolo. Furono prese anche due figlie di Dario e altre donne del seguito, mogli di dignitari persiani» (11, 9), le quali lo stesso Alessandro trattò bene e con tutti gli onori dovuti al loro rango o, almeno, «non trascurò» (12, 3).

Questo scontro storico è stato immortalato in un particolareggiato mosaico, scoperto nella “Casa del Fauno” – in cui decorava il grande pavimento dell’esedra – all’interno dell’area archeologica di Pompei nel 1831. Gli studi lo datano all’incirca al 120 a. C., e si tratterebbe della copia di un’opera di Filosseno di Eretria (o ispirato ad essa), noto pittore greco vissuto alla fine del IV sec. a. C., ricordato da Plinio il Vecchio proprio come autore di un quadro con una battaglia tra Alessandro e Dario (sarebbe infatti lecito pensare che possa trattarsi anche di un altro scontro, come quello di Gaugamela). L’opera ha un’estensione piuttosto importante (5,82 x 3,13 m) per un peso stimato di circa sette tonnellate: composta da milioni di tessere in pietra con diverse sfumature di colori, è stata realizzata con la tecnica dell’opus vermiculatum, che si basava sull’utilizzo appunto di parti minuscole (tra 15 e 30 per centimetro quadrato) disposte con andamento curvilineo, in modo da ottenere sfumature e dettagli peculiari che, seppur rovinati in alcune parti, si presentano ancora apprezzabili: dalle rifinitura degli armamenti, delle vesti e delle cavalcature, alla precisione nel riproporre gestualità ed espressioni dei personaggi in scena, come lo sguardo deciso di Alessandro, a cavallo di Bucefalo sulla sinistra, e l’espressione quasi incredula di Dario per la sconfitta subita, che lo costringe alla fuga.

Dopo la scoperta, il mosaico fu distaccato per essere trasportato nel Real Museo Borbonico. Successivamente, nel 1844, l’opera fu posta in una cassa e condotta da Pompei a Napoli, soffrendo purtroppo varie vicissitudini. Solo ai primi del XX secolo si decise di porla come musaico parietale. Conservata oggi al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, è da qualche anno al centro di un importante quanto complesso restauro, presentando purtroppo varie criticità conservative: dal rischio di distaccamento delle tessere (tenute insieme ancora dalla malta romana di duemila anni fa), all’ossidazione delle parti metalliche per arrivare alle varie lesioni e rigonfiamenti di cui soffre. L’intervento è stato anche oggetto di un interessante servizio su Rai 5, all’interno della rubrica «Art Night», lo scorso mercoledì 2 aprile 2025, dal titolo Il volto di Alessandro. Il restauro del mosaico di Alessandro e Dario: nel corso della trasmissione, oltre alle interviste ai vari specialisti che si stanno occupando dell’opera, è stato illustrato come il volto di Alessandro rappresentato sia al centro a sua volta di uno studio da parte dell’Accademia delle Arti e delle Nuove Tecnologie di Roma, al fine di ricostruire, con l’ausilio dell’Intelligenza Artificiale, il volto del sovrano macedone, approfondendo e relazionando dati biometrici con immagini antiche quali sculture e ritratti su monete. Si potrebbe infatti pensare che Filosseno di Eretria, vissuto nello stesso periodo di Alessandro, abbia effettivamente riprodotto un ritratto presumibilmente veritiero del condottiero. Ma adesso non resta che attendere la fine dei lavori per poter godere nuovamente di questa grande e imponente opera d’arte antica.










