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Ulpiano Carrasco si racconta in un’intervista inedita

L’evoluzione artistica: il passaggio dal figurativo all’astratto.
Galleria Sist
Photo credits: Galleria Sist’Art

Ulpiano Carrasco si racconta in un’intervista inedita

Galleria Sist
Photo credits: Galleria Sist’Art
L’evoluzione artistica: il passaggio dal figurativo all’astratto.

Questo passaggio all’astrattismo è frutto di un percorso artistico oppure è dovuto ad un evento specifico o un cambio di prospettive?

“La tendenza primordiale è sempre stata l’astrazione, è una forma di essere e di pensare fin dalla nascita, come il colore degli occhi o qualsiasi altra virtù del nostro corpo. Più che l’astrazione, l’espressionismo astratto è il mio modo di intendere l’arte”.

Perché?

“Perché quando realizzo un’opera la mia mente è totalmente libera, cosicché niente di esterno impedisca la connessione con le emozioni. Quando accade questo nel mio corpo si susseguono profondi sentimenti, da gioiosi e piacevoli a tristi e malinconici, fisicamente sorrido, piango mi viene la pelle d’oca. Man mano che l’opera progredisce l’espressionismo acquista importanza, ed è lì, in quello stato più vicino al controllo della mente, che scopro cosa nascondeva il mio cervello. Cerco quindi di rafforzare questa emozione, disegnandola ed evidenziando maggiormente i colori, con molta cautela per non danneggiare l’essenza. Ho sempre lavorato così da bambino, ma la curiosità e la voglia di ricerca mi ha portato a voler saper disegnare con tratti lunghi, senza sollevare la matita dalla carta, come faceva Picasso, a voler padroneggiare la prospettiva, a dialogare con velature e consistenze nel tentativo di conoscere tutto delle esecuzioni dell’arte, soprattutto dai grandi barocchi (Velázquez e Rembrandt) passando per la ricca scuola impressionista”.

Questi dipinti astratti sono una novità oppure in passato aveva già sperimentato questo tipo di soggetti?

“Il mio primo contatto con l’espressionismo astratto è avvenuto a 6 anni quando, fortunatamente, la mia insegnante mi ha detto di fare un disegno colorato senza darmi nulla da copiare. Questo ha lasciato la mia immaginazione libera e mi sono sentito un pittore, da quel momento ho capito chiaramente che ero un pittore perché potevo dire quello che pensavo senza problemi. Era il mio linguaggio, lontano dalla matematica, dalla letteratura o da qualsiasi tipo di storia che non fosse l’arte. Altre maestre poi mi costrinsero a copiare disegni di ogni tipo che realizzavo alla perfezione, sempre con personalità, ma non godevano di quell’alone magico che c’è all’interno del nostro cervello. A 18 anni ho scoperto l’opera dei pittori informalisti spagnoli molto da vicino nel Museo d’Arte Astratta Spagnola di Cuenca. È stato come incontrare la mia filosofia di vita. Ho iniziato una serie composta da duecento opere estremamente materiche, a volte venti centimetri di materia. La casa dei miei genitori si trasformò in un magazzino affollato fino al punto di dover mettere da parte il lavoro per potersi muovere da una stanza all’altra. Un brutto giorno decisi di distruggerle tutte tranne “Mummia”, quest’opera conteneva così tante emozioni che rappresentava un suicidio sbarazzarmi di lei. Ho iniziato allora, a 21 anni, una serie di dipinti su tela senza telaio, quasi tutti di grandi dimensioni, 200×200 cm e 200×120 cm. Erano opere espressioniste, con un certo carico di astrazione. Versioni di “Le tre grazie” di Rubens e omini enormi eseguiti con tratti selvaggi, un po’ alla Willem de Kooning ma senza colori: neri, bianchi e bruni.
A 24 anni ho fatto la mia prima mostra e mi sono concentrato sul paesaggio e sul desiderio di vendere. Ho iniziato un lungo periodo di ricerca sul paesaggio, sedici anni. Volevo imparare a dipingere la mia terra (a volte ciò che è più vicino è ciò che è più autentico): ho dipinto quattro o cinque anni intorno allo stesso tema. Ho imparato i suoi segreti, cioè che lo rende riconoscibile in qualsiasi cultura. È stato un compito difficile perché è molto complesso reinterpretare in maniera personale il tema del paesaggio (molto è stato già fatto), ma ci sono riuscito, senza fare fronzoli con il fiore o giochi di stile in riferimento ad altri pittori. Quando ho incontrato i segreti della mia personalità riflessi nel paesaggio, ho abbandonato la pittura direttamente in loco e mi sono chiuso in atelier per spremere la mia mente nel paesaggio stesso. Le premesse erano le stesse: dare libertà alla mia mente e continuare il lavoro nella direzione in cui le gallerie e i critici mi permettevano, trasformandola in un bellissimo paesaggio, questo sì, con personalità e potenza. A 40 anni la ribellione bussò di nuovo alla mia porta. Lasciai completamente il paesaggio e mi concentrai su una serie di tre anni completamente astratta. Era caratterizzata dall’insistenza verso l’ascendenza, voleva salire su qualcosa di sconosciuto: “Scala per salire al cielo”, “Scala e trono”, ecc. Qui il colore ritornò ai: neri, bianchi e rossi. Ho abbandonato per motivi di potere, “dipingerai quello che ti lasciano” ripetevano gallerie, critici e collezionisti. Ho ripreso il paesaggio con un nuovo impulso creativo, ricco di materia e colore, relativamente formalista e sono stato di nuovo un “bravo ragazzo”, obbediente e rispettoso del denaro. Ad ogni modo, ci tengo a dire che ho realizzato un paesaggio unico, senza mezzi termini, senza dovere a nessuno e sempre rispettando l’essenza della mia condizione primaria”.

Se si va ad analizzare la serie “Walking Paint” sembra che essa sia un po’ il punto di incontro tra il figurativismo e l’astrattismo. Come suggerisce anche il titolo, l’idea di “Walking”, di movimento, di cambiamento. È una interpretazione corretta, quindi un passaggio necessario verso l’astrazione in generale, oppure è il punto di arrivo di questo percorso che riguarda solo il paesaggio?

“È senza dubbio un momento di transizione, di ricerca di un’altra forma di manifestazione senza voler rompere totalmente con l’estetica precedente. Un punto di riferimento importante è la decisione di fare a meno del cielo, che significa anche abbandonare la prospettiva e appoggiarsi maggiormente sulla composizione e sulla dizione. A poco a poco le intenzioni di dipingere il “reale” sono scomparse grazie alla pittura utilizzata come strumento per camminare, non come oggetto da guardare. “Walking Paint” mi ha dato gli strumenti per non perdere il mio colore imparato negli ultimi anni e non cadere di nuovo nel nero, bianco e rosso”.

In alcuni nuovi dipinti ha cambiato il formato. C’è un motivo? Qual è il formato che predilige per la pittura astratta?

“Mi sento meglio con grandi formati . Una delle connotazioni importanti dell’espressionismo astratto è il grande formato. Quando “Walking Paint” si dipanava, la mia mente mi spingeva a relazionarmi con dimensioni di circa due metri. Ho deciso di utilizzare 180×180 cm e sono molto soddisfatto, è come se con quelle dimensioni potessi catturare meglio le mie emozioni. Ho lavorato anche in formati più piccoli, ma anche se il risultato è buono, mi procurano ansia e mi è tremendamente difficile risolverli formalmente”.

C’è una differenza di tecnica tra i paesaggi più figurativi e questi astratti?

“Ho dato meno importanza ai colori fluo, li uso solo in dettagli specifici. Ho scoperto l’oro e l’argento e mi servono come risorsa e mezzo di comunicazione, mi sono sempre più necessari e danno adito ad essere un veicolo carico di fonti inesauribili di contenuto. Ho incorporato il gel anche per creare piccoli fili di colore e trasparenze, a volte molto strutturati”.

Le tempistiche di realizzazione delle opere astratte sono comparabili con quelle figurative?

“La produzione è molto simile, anche se nelle nuove opere le possibilità che tutto vada a rotoli sono è maggiori. Quando l’opera decide di non emergere, devo respingerla e ricominciare da capo. Ci sono dipinti che devo rifare più di cinque volte perché non danno possibilità di ritocchi parziali. L’opera deve funzionare fin dall’inizio, altrimenti non serve a niente cercare di recuperarla, non riesco mai a connettermi con un’emozione passata. Questo provoca uno stato molto stressante e di vigilanza continua, devo lasciare l’atelier per due giorni per poter staccare la spina prima di cadere arreso, con il corpo e il cervello distrutti”.

Questo passaggio all’astrattismo è definitivo oppure ha intenzione comunque di dipingere soggetti più figurativi, magari tenendo due filoni paralleli?

“Non posso sapere con certezza quale sarà il mio futuro. Ora devo fare questo tipo di lavori, è come un’eredità postuma d’artista. Il tempo passa inesorabilmente per tutti. Ho visto pittori a 70 o 80 anni che provavano a fare lo stesso lavoro di quando avevano 50 anni, soffrendo come chi lavora in fabbrica, non sarò uno di loro. Voglio adattare il mio dipinto alle mie capacità mentali e fisiche, penso che questo mi darà la possibilità di dipingere e divertirmi a dipingere fino alla fine. Sarò libero, qualunque cosa faccia, so solo cosa farò”.

Come sceglie i colori? Cosa rappresentano?

“Anche se non sembra, mi piace non scegliere i colori. Ora compro confezioni con trenta colori a caso, così scopro cose che non mi vengono in mente. È vero che mi capita di respingere due o tre di questi trenta senza un motivo preciso. Il colore mi serve per comporre il conglomerato emotivo, le unioni e gli incontri tra un colore e l’altro sono molto importanti per me. Ci deve essere un ticchettio magico in modo che non risulti uno shock doloroso per la vista. Per me il colore non ha alcun significato concreto, cioè potrei dipingere con un solo colore e le sue sfumature, e saziare il mio bisogno di esprimere. Anche se preferisco, dato che esistono, usarne molti per coniugare una poesia ricca e vitale quasi sempre”.

Informazioni sulla pubblicazione

Testo inviato da Galleria Sist’Art
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Diana Millan

Magistero in Scienze Religiose conseguito presso l'ISSR "Beato Niccolò Stenone" di Pisa, lavoro per comunicati-stampa.net e sono responsabile editoriale di LiquidArte.it. Appassionata di cinema e libri.