Alla apertura del sipario, la spigola “quell’ombra grigia profilata nell’azzurro – che – avanza verso di lui e pare immobile”, che assume, da quella prima visione, il valore simbolico all’intero romanzo di La Capria (perchè il pesce gli sfuggirà scomparendo in una zona d’ombra, nel buio degli scogli…): una riflessione sulla giovinezza perduta, sul trascorrere inesorabile del tempo, sulla felicità e le sue promesse tradite, su La Grande Occasione Mancata.
Nel romanzo di Raffaele La Capria, l’incontro sotto i bombardamenti tra Massimo e Carla nell’estate del 1943, e poi, nove anni dopo, La Grande Occasione Mancata: il corpo che non obbedisce, “La Cosa Temuta si ripete: una pigrizia maledetta che costringe il corpo a disobbedire, la vita che nel momento decisivo ti abbandona”.
Questa dissonanza tra corpo e mente è l’emblema di un’armonia irrimediabilmente perduta ed è la causa dell’andirivieni della memoria del protagonista alla ricerca delle cause della propria lunga, irrequieta infelicità e instabilità.
A teatro, “Ferito a morte”, diventa un diario romantico che dal protagonista Massimo si allarga alla amata Napoli, al fallimento della borghesia meridionale, al potere corrosivo del denaro e al piacere di fingersi diversi da come si è veramente.
Questo negli anni duri e difficili del dopoguerra, in una città ancora piena di macerie, reale, come vista dai documentari dell’epoca e nella quale via via si riconoscono i luoghi, le persone, le memorie e le sensazioni: i Fantasmi della Storia.
Tutta l’opera è attraversata dai Fantasmi della Storia, perchè racconta questo declino ed il disfacimento della città già tanto segnata e, insieme, la ricaduta sulla società e sugli individui.
Fantasmi, volti e ricordi in un teatro della mente: da un angolo del proscenio Massimo De Luca (un vigoroso, perfetto Andrea Renzi) dialoga con il Massimo giovane (Sabatino Trombetta), testimoni affiancati da un cast di grandi attori.
Ottima guida dell’intero gruppo quella di Roberto Andò, premiato oggi dai critici cinematografici con il Nastro d’Argento per il suo “La stranezza”, miglior film 2022.
«Ma perché un romanzo per fare teatro? Non sono il primo che porta un romanzo a teatro. Ma come si fa, in teatro, a rendere questo continuo sfumare di sensazioni, ambienti, volti, voci che scolorando dall’uno all’altro s’inabissano nella luce o nella trasparenza dell’acqua del mare? Come si fa a dar conto del sentimento con cui ci separiamo dall’intensità insopportabile di ciò che abbiamo vissuto, decantato dal lampeggiare insistito dei ricordi? È una sfida, un azzardo forse, ma vale la pena di correrne i rischi… il romanzo rappresenta la possibilità concreta di acciuffare il tema dei temi del teatro: il fuggevole» (Roberto Andò).








