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Specchi d’acqua, mostra di Chiara Montenero e Alessandro Nocentini

Inaugurazione della mostra Sabato 19 Novembre a Borgo San Jacopo, Firenze.
SPECCHI D'ACQUA

Specchi d’acqua, mostra di Chiara Montenero e Alessandro Nocentini

SPECCHI D'ACQUA
Inaugurazione della mostra Sabato 19 Novembre a Borgo San Jacopo, Firenze.

Sabato 19 Novembre dalle ore 18:00, presso la Fornaciai Art Gallery di Firenze, si terrà l’inaugurazione della mostra doppia personale di Chiara Montenero e Alessandro Nocentini. SPECCHI D’ACQUA, questo il titolo della mostra d’arte contemporanea, è a cura di Irene Niosi e resterà attiva fino al 26 Novembre 2022.

La Fornaciai Art Gallery si trova in Borgo San Jacopo 53/r, nel cuore del centro storico di Firenze, a poca distanza dal Ponte Vecchio, da Palazzo Pitti e da Via Maggio, la celebre via degli antiquari.

CHIARA MONTENERO

Ho seguito il costante e progressivo avanzare di Chiara Montenero nella sua ricerca espressiva in un processo di individuazione della sua identità che l’ha indirizzata a sperimentare temi legati alla scrittura da cui trarre ispirazione. Il suo è stato un passaggio naturale, animata -come poetessa e scrittrice- da una devota ammirazione per la letteratura, quasi un tentativo di rimanere nel suo habitat pur sperimentando un’altra arte. Le sue opere, de sempre, portano titoli di libri di autori della narrativa italiana e straniera. E’ proprio il contenuto del testo che potrebbe risultare un mero espediente espressivo, ad assumere un ruolo centrale per la sua poetica.
Da questa impostazione di base il coinvolgimento soggettivo è essenziale per la ricerca formale che viene sviluppata fin nei suoi primi lavori attraverso l’interdipendenza fra segno, colore e materia. Talvolta è il segno graffiato ad appropriarsi dello spazio, dove il colore riveste un ruolo secondario, talvolta è invece il colore a sottomettere la forma quando si scioglie in un’unica stesura pittorica dove col tempo, si affermano appena accennati lacerti grafici e figure geometriche che campeggiano al centro della tela o disseminati a caso o incastrati in addensamenti materici messi in rapporto con toni di chiaro e di scuro.
La visione poetica ed evocativa di Chiara Montenero raggiunge Il punto di svolta con la mostra “Raccontamenti” del 2017 al Museo del Bardo di Tunisi dove la manifestazione pittorica dell’oggetto si inserisce in un contesto intelligibile, a volte fluido a volte incontrollato in cui l’impianto formale viene ad arricchirsi dall’ introduzione ripetitiva, anche se strutturale, della figura del quadrato declinato in variazioni sia spaziali che grafiche. E’ un’evoluzione che annuncia un cambio di registro sia lessicale che simbolico basato sul binomio colore- forma e segno – colore, la cui risultante stilistica si mantiene in equilibrio portando a maturazione quel dinamismo espressivo già presente fin nelle sue prime opere. A dare il ritmo a una nuova narrazione si affacciano altri artifici affidati o a piccoli segni in cui la combinazione dei colori dona uniformità all’ enunciato compositivo o a impennate di grumi materici composti dal contrasto di due colori come nella mostra “Raccontamenti 2” tenutasi a Roma nel 2018.
Nelle opere più recenti si assiste a un processo che porta alla scelta di modulazioni stilistiche caratterizzate da un rigoroso tema formale che si risolve nei monocromi, dove colore e segno si autoannullano in una resa pittorica raffinata affidata all’utilizzo del gesso, che ricopre l’intera superficie, portata a una elevata maturazione tecnica. Versatile e veloce nell’appropriarsi di nuovi stilemi espressivi legati indissolubilmente alla sua passione letteraria, si cimenta nel raffronto tra letteratura e mare rappresentato attraverso la chiave di lettura di romanzi come “Oceano mare” di Alessandro Baricco e di “Outann, ombre sul mare” dell’autrice tunisina Azza Filali, da cui le mostre omonime rispettivamente del 2019 a Roma e del 2021 a Tunisi.
E’ un mare vissuto come contenitore emozionale di tutta l’esistenza umana, quello descritto nel corpus delle 11 opere presentate nella mostra dal titolo “Specchi D’acqua” che prendono il titolo dal libro di Virginia Woolf “Le onde”, frutto di una scelta molto ponderata, dato che si tratta di un testo complesso considerato dalla critica un’opera sperimentale della grande scrittrice inglese, che indaga sui moti dell’animo da cui discende il sentimento dell’empatia, un argomento che a Chiara sta molto a cuore, motore propulsivo di tutta la sua ricerca artistica sia nel campo della scrittura che in quello della pittura. Per apprezzare appieno questi ultimi suoi lavori, bisogna porre attenzione sui due elementi che universalmente rappresentano la vita. In questi lavori Chiara scruta infatti il variare della luce attraverso i riflessi dell’acqua. E’ qui il nesso con il testo di Virginia Woolf: i sei grandi monocromi rigorosamente bianchi sono sei come i protagonisti del libro.

Se il bianco, il non colore che viene qui preso come simbolo dell’innocenza dei bambini che si affacciano alla vita, vuole anche rappresentare la dolorosa storia del lutto che li colpirà e a cui dovranno assistere. E’ questa narrativa sia poetica che metaforica presentata con disarmante semplicità, in cui le connotazioni immaginarie, gli elementi autobiografici strettamente legati alla sua storia privata e alla sua origine culturale, vanno a formare una base di solida, quanto credibile autenticità.
Anche nei dipinti di piccoli dimensioni che nascono monocromi e poi si sporcano di spruzzi di colore, è facilmente riconoscibile un aderente riferimento all’incipit del libro “Le onde”: “il sole non era ancora sorto. Il mare era indistinguibile dal cielo tranne per il fatto che era leggermente sgualcito dal cielo come se un panno avesse delle rughe. A mano a mano che il cielo si sbiancava, una linea scura si stendeva all’orizzonte”. L’immagine di cielo e mare che si confondono, un mare descritto magistralmente dalla Woolf come un panno sgualcito con le onde che rifrangono la luce, il riverbero filtrato dal sole e l’acqua increspata dal vento che mostra in superfice accecanti luccichii.
A Chiara va riconosciuto il merito di riuscire a trovare quella correlazione che le consente di rimanere aderente al testo grazie alla traduzione trascritta, nella stesa uniforme sulla tela realizzata con un unico colore e con l’ausilio del gesso. Con questi ultimi 11 lavori poetici, a cui ha dato lo stesso nome del libro “Le onde”, si assiste all’ennesima dichiarazione d’amore per la scrittura, un’attrazione felicemente fatale che le permette di compiere un atto creativo attraverso l’essenza del testo analizzato. Stasera mi si presenta l’occasione per augurare alla mia amica Chiara, di continuare in questa direzione a lei congeniale, a cui aggiungere un segno di discontinuità nella sua ricerca espressiva con l’impiego di nuove istanze formali.

ALESSANDRO NOCENTINI

L’idea di scrivere delle opere di Alessandro Nocentini mi dà la sensazione di tornare al passato, dopo aver letto le due belle presentazioni dedicategli da Raffaele Monti, che fu mio professore e con il quale avrei voluto discutere la mia tesi di laurea. Purtroppo per una serie di motivi legati a lunghi tempi di attesa, optai per un altro docente e per un’altra disciplina, inutile aggiungere che me ne pentii amaramente. Fatta questa premessa, forte della convinzione che nulla accade per caso, sono felice di poter dare il mio contributo, in memoria del maestro, restando per questa sera come un’allieva che deve sostenere un esame.
La personalità artistica di Alessandro Nocentini si forma in quella stagione culturale dominata da grandi cambiamenti arrivati da oltre oceano, a cavallo tra gli anni sessanta e settanta. Fin dagli esordi è evidente la sua volontà di non doversi assoggettare entro confini convenzionali, rigidi e accademici. Di lui mi ha colpito l’uomo, prima ancora dell’artista. Quel suo distacco esistenziale, da buddista, che tende a orientare la mente verso il silenzio in modo da sviluppare una maggiore consapevolezza utile per esplorare il mondo sensibile. Nelle sue opere sospese in una dimensione atemporale si avverte una visione lirica che interpreta attraverso il tema della natura, in presa diretta con la realtà, anche se poggiata su un impianto compositivo volutamente asettico. Per questa sua eccentrica e solitaria visione del mondo a mio dire molto filosofica, in cui si rifugia, mi viene il dubbio, anche per l’attitudine, tipica dei veri artisti, a voler prendere volutamente le distanze dal chiacchiericcio mediatico in cui qualsiasi dilettante può proferirsi artista. Essendo questa definizione abusata e priva ormai di qualsiasi significato, lui che invece, in virtù delle sue indubbie capacità tecniche, esercita con orgoglio il mestiere di pittore e d’incisore. E’ inutile in questo contesto dilungarsi su questa contraddizione frutto di un’ideologia in cui si è data più importanza alle idee trascurando quella necessaria e mirata preparazione che è il tallone d’Achille delle nuove generazioni smarrite e ossessionate solo dalla ricerca di un’identità edonistica quanto egocentrica.
Mentre il nostro artista in difformità col mondo intelligibile resta un attento e disincantato osservatore del mondo che lo circonda, un mondo rappresentato da una natura forse colta nel momento di maggiore fragilità; mi riferisco a quel microcosmo costellato di piccole creature che la natura ha fatto umili, nate per essere sopraffatte. C’è una forte vena poetica nella descrizione dei polpi e dei pesci, suoi oggetti di culto, declinati con forme e mezzi espressivi in quella assidua quanto costante ricerca che s’incentra soltanto sull’oggetto da narrare. I suoi lavori non sono mai affollati, data la sua predilezione di ritrarre le sue creature marine, una per volta, in una pratica ripetitiva ma mai ossessiva. E’ impossibile sottrarsi al loro fascino discreto. A questa natura che si può definire antica, dedica una narrazione che ritiene più adeguata all’oggetto preso in esame. Grazie alla grande padronanza della tecnica realizza una molteplicità di disegni, acquerelli e monotipi, a conferma, che per essere definito pittore, prima ancora che artista, significa proprio dover praticare e sperimentare giorno dopo giorno questo nobile mestiere. La sua caratteristica distintiva sta nel navigare controcorrente continuando imperterrito a dipingere i suoi temi preferiti nell’indifferenza totale verso altri temi che non siano quelli elettivamente scelti dalla sua poetica.
Mentre fuori infuria inesorabile l’avanzare dell’arte concettuale per la quale io nutro rispetto solo per pochi eletti, andare contro tendenza gli consente di restare in quella che potremmo chiamare la sua “zona di conforto”, in un ambiente a lui familiare popolato da una natura che vive nella sua mente. Nella disamina critica, sebbene in ritardo rispetto all’ importanza che le sue opere avevano raggiunto anche fuori dall’Italia, la sua affermazione arriva col successo della mostra, tenutasi nel 2009, in cui venne coniato per la prima volta il termine Pesci- ritratti, ad oggi quello più calzante, ogni tentativo di definizione linguistica risulta infatti difficile. A me viene da riflettere a cosa non rappresentano questi speciali ritratti, non sono nature morte perché non sembrano morti ma nemmeno vivi e non appartengono nemmeno alla produzione scientifica della fauna ittica.

Il timbro formale che l’artista imprime a queste particolari opere, piene di vena poetica, definite da una oggettiva spontaneità formale, che deriva anche da una distribuzione equilibrata della luce diffusa su tutta l’estensione dell’impianto compositivo e lì rimane fissa, immobile, come nell’ aguglia del 2013, che appare sulla superficie in cui sono inseriti colori dai toni e semitoni argentati e cangianti. In altri lavori, sapiente risulta il dosaggio della scala cromatica che lavora su impasti e guizzi di pennellate luminose, sempre al cospetto della luce.
Si potrebbe concepire quindi, visto che il ventesimo secolo è da poco concluso, una nuova metafisica che riguardi questi Ritratti -pesci. Personalmente, essendo legata a schemi classici che rimandano ai vecchi canoni della bellezza ormai in disuso, non posso non rilevare che quella diretta osservazione dal vero che sta dentro a queste sue opere anche se restituita in chiave moderna e filtrata da come la concepisce nella sua mente visionaria, evoca la maniera degli antichi, che affonda le radici storiograficamente molto più indietro nel tempo, tanto da ipotizzare che possa derivare da un’assimilazione inconsapevole e subliminale, della lezione dei grandi maestri del Rinascimento, non dimenticandoci che Nocentini nasce e cresce a Firenze. Forse potrebbe essere un’immagine che arriva da lontano, dal Durer, con i suoi studi divenuti modello per tutti gli artisti del Rinascimento, per poi quella stessa immagine finire inevitabilmente a sciacquare i panni in Arno, a casa, da Leonardo, che utilizza l’arte per conoscere la natura.
Al di là di questa mia tentazione storico- estetica che cerca di contestualizzare l’arte di Alessandro Nocentini in suggestioni di derivazione classica, sono altresì convinta che un artista, debba ritenersi libero da qualsiasi vincolo ed etichetta e che necessiti , per vedere riconosciuto il suo operato, di un piano di legittimità al di fuori delle sue esperienze personali, qualcosa di intelligibile, d’indefinito, trasmesso culturalmente dove a proporlo è la memoria di figure mitiche, virtuali, oniriche anche se non necessariamente archetipiche. Da questo insieme di legittimo agitarsi di sovrapposizioni visive e psichiche nasce la trama narrativa che sostituendo o integrando la realtà soggettiva con realtà mentali e oggettive funge da fonte per la poetica dell’opera d’arte. In sostanza le componenti che più aiutano a concretizzare la sensibilità artistica derivano dalla combinazione di elementi radicati in connotazioni metaforiche ed evocative dell’immagine che rimanda a un altrove, l’essenza di qualcosa di antropologico, qualcosa di estremamente complicato e stratificato che è plausibile rintracciare in quella semplicità narrativa delle opere di Alessandro Nocentini. E’ per me motivo di stupore, che la sua fortuna critica, come da copione arrivi in ritardo sui tempi proprio a Firenze, che finalmente lo consacra nel 2013 con la mostra “Naturalia” organizzata dalla Città di Fiesole, dalla Provincia di Firenze e dalla Fondazione Primo Conti. Quale che sia la derivazione da cui scaturisce la sua poetica e in cui s’iscrive la sua produzione, il nostro artista pittore, saldamente fissato alla prodigiosa padronanza delle sue qualità tecniche che gli permettono, in totale libertà, di fare inversione di rotta, scardina qualsiasi genere di congetture, dimostrando di essere un artista a tutto tondo calandosi anche nel terreno dell’arte informale. Il tema scelto rimane sempre la natura. I suoi fiumi, dipinti su grandi dimensioni ce lo rivelano artista calato nel suo tempo. In queste opere la narrazione è totalmente libera di identificarsi con la sua struttura: le superfici e il cromatismo sono gli elementi cardine che permettono una semplificazione estrema dell’impianto compositivo e delle modalità operative che si risolvono, in questo caso, con l’arte del levare, presa in prestito dalla scultura.
Questa riduzione del linguaggio accentua la grazia espressiva che pervade i monocromi dedicati ai fiumi, dove la risultante creativa è generata dalla luce che resta imprigionata sulla superficie della tela.

Informazioni sulla pubblicazione

Testo inviato da Irene Niosi
Emiliano Cecchi

Emiliano Cecchi

Web Designer per la PuntoWeb.Net sas, mi occupo anche di editoria online sin dal lontano 1996. Già ideatore e curatore di vari portali, sono il co-founder di LiquidArte.it dove svolgo anche il ruolo di content manager. Sono appassionato di storia e di tutto quanto può accrescere la mia cultura.
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