Pietro Germi nasce a Genova nel 1914 in una famiglia modesta (madre casalinga e padre portiere di un albergo). Segue studi regolari fino all’ ultimo anno delle scuole superiori, che però interrompe senza conseguire il diploma. Ben presto si trasferisce a Roma dove studia regia presso il Centro Sperimentale di Cinematografia sotto la guida di uno dei massimi registi dell’epoca: Alessandro Blasetti.
Nel 1939, all’età di 25 anni, interpreta il suo primo film come attore, “Retroscena”, con la regia dello stesso Blasetti. A questo seguiranno altri due film come interprete e sceneggiatore, fino al suo esordio alla regia, avvenuto nel 1945 con il film giallo “Il Testimone”, del quale è anche autore del soggetto e della sceneggiatura. A questo seguono due film polizieschi: “Gioventù perduta” e “In nome della legge” interpretato da Massimo Girotti, film che fu campione di incassi e gli valse un Nastro d’argento permettendogli così di farsi notare anche dalla critica oltre che dal pubblico italiano.
Nel 1950 dirige un film neorealista, “Il cammino della speranza” grazie al quale si fa conoscere anche all’estero.
Negli anni successivi si dedica a tre trasposizioni cinematografiche di romanzi celebri: nel 1952 dirige Amedeo Nazzari in “Il brigante di tacca del lupo” dal romanzo di Riccardo Bacchelli, nel 1953 realizza “Gelosia” dal romanzo di Luigi Capuana “Il marchese di Roccaverdina” e nel 1959 dirige la trasposizione cinematografica di ”Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” di Carlo Emilio Gadda, che Germi intitola “Un maledetto imbroglio” dove recita, nel suo primo ruolo importante, una giovanissima – appena ventunenne – e poco più che esordiente, Claudia Cardinale, in quanto scritturata soltanto un anno prima da Mario Monicelli, come interprete di Carmelina Nicosia ne “I soliti ignoti”.
Prima di “Un maledetto imbroglio”, Germi dirige due film di ambiente proletario dei quali, oltre che regista, è anche interprete del personaggio protagonista: “Il ferroviere”, del 1956 e “L’uomo di paglia”, del 1958. Entrambi i film, però, non ricevono apprezzamenti dalla critica.
Secondo il giudizio di Guido Aristarco, all’epoca uno dei più autorevoli critici cinematografici italiani, Germi immerge i due proletari protagonisti dei film (il ferroviere del film omonimo e l’operaio protagonista de “L’uomo di paglia” che pur essendo sposato ha una relazione con una giovane ragazza che si suicida quando scopre di essere incinta) in tematiche borghesi che non sono proprie dei personaggi stessi. Col senno di poi, però, il giudizio di Aristarco sembra essere condizionato da ragioni politiche. Infatti, all’epoca i principali critici cinematografici facevano capo politicamente al Partito Comunista Italiano, mentre Germi, pur professandosi antifascista convinto, simpatizzava per il Partito Socialista Democratico Italiano, partito che già dal 1947 era entrato a far parte del governo alleandosi con la Democrazia Cristiana.
All’inizio degli anni Sessanta, Germi dirige due film ambientati nell’Italia meridionale: “Divorzio all’italiana” del 1961 e “Sedotta e abbandonata” del 1964, entrambi interpretati da una giovanissima Stefania Sandrelli affiancata a Marcello Mastroianni nel primo film e a Lando Buzzanca nel secondo. “Divorzio all’italiana” riguardava la tematica del delitto d’onore reso possibile da una legge fascista del cosiddetto Codice Rocco, che permetteva al marito o alla moglie che avesse sorpreso il coniuge in flagrante adulterio, di ucciderlo ricevendo una condanna che variava dai tre ai sette anni di reclusione, legge che fu abolita soltanto nel 1981. Il film, che viene considerato come capostipite del genere commedia all’italiana, valse a Germi il premio come miglior commedia al Festival di Cannes del 1962 e, l’anno successivo, il premio Oscar per la miglior sceneggiatura originale e la nomination a miglior regista e a Mastroianni la nomination a miglior attore protagonista.
Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, Germi dirige due film che fa interpretare a due dei cantanti italiani più popolari di sempre che avevano iniziato l’attività di attori con il genere detto musicarello, in cui il film prendeva il titolo da una canzone ed era interpretato dal cantante originale che l’aveva portata al successo. Lontano anni luce dal musicarello, Germi dirige nel 1968 “Serafino” con Adriano Celentano e nel 1970 “Le castagne sono buone” con Gianni Morandi.
Il suo ultimo film “Alfredo Alfredo”, realizzato nel 1972, vede il ritorno come interprete di Stefania Sandrelli affiancata da Dustin Hoffman reso famoso dal successo de “Il laureato”. Tuttavia, nonostante la presenza di questi due interpreti di rilievo, il film non ottiene il successo sperato.
Dopo quest’ultimo film, Germi inizia a scrivere il soggetto e la sceneggiatura di quello che sarà uno dei film più famosi del cinema italiano, ancora oggi considerato un cult: “Amici miei”, film che avrebbe voluto anche dirigere. Purtroppo, a causa della sua prematura scomparsa avvenuta a Roma nel 1975, il film sarà poi diretto da Monicelli, che vorrà sia riportata nei titoli di testa la scritta “un film di Pietro Germi”, per riconoscere il giusto tributo e omaggio al collega.
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Pietro Germi, “Luomo di paglia” (1958)
Pietro Germi e Claudia Cardinale, Un maledetto imbroglio (1959)








