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Oro, incenso e mirra i doni che curano

Oro, incenso e mirra sono i tre doni dei Magi al Bambino Gesù. Sono tre doni dal significato simbolico (oro per la regalità del Bambino nato; incenso a ricordare la sua divinità; mirra, usata per la mummificazione, per parlarci del sacrificio e della morte dell’uomo Gesù), ma sono anche tre rimedi medicamentosi.
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Oro, incenso e mirra i doni che curano

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Oro, incenso e mirra sono i tre doni dei Magi al Bambino Gesù. Sono tre doni dal significato simbolico (oro per la regalità del Bambino nato; incenso a ricordare la sua divinità; mirra, usata per la mummificazione, per parlarci del sacrificio e della morte dell’uomo Gesù), ma sono anche tre rimedi medicamentosi.

INCENSO – L’incenso, conosciuto soprattutto per il suo uso durante le cerimonie religiose e funebri, viene estratto dalla Boswellia, pianta dell’antica medicina ayurvedica. Diverse ricerche (fondamentale quella di Edzard Ernst, pubblicata sul British Medical Journal nel 2008) ci hanno confermato la presenza in questa resina di numerose sostanze chimiche dotate di attività antinfiammatoria. La Boswellia si utilizza ormai da molti anni, ottenendo buoni benefici, nei pazienti con colite ulcerosa, Crohn o altre malattie croniche a carico dei bronchi come delle articolazioni. È ben tollerata e consente anche di ridurre il consumo di farmaci.

MIRRA – La mirra tra i doni dei Magi è forse la sostanza più misteriosa, molti neppure sanno cosa sia. Si tratta di una resina ricavata da una pianta tipica di penisola arabica, Mesopotamia e India (le stesse zone dove è d’altronde presente anche la Boswellia). Nell’antichità si usava soprattutto per aromatizzare e conservare le mummie. Il primo lavoro scientifico italiano sulla mirra è stato pubblicato 15 anni fa, su Nature, da Piero Dolora e dai suoi collaboratori del Dipartimento di Farmacologia dell’Università di Firenze, che hanno ben studiato il meccanismo di azione di alcune sostanze chimiche, presenti in questa resina, sui recettori per gli oppioidi, spiegandone così le capacità analgesiche.

L’uso tradizionale, confermato da prove cliniche più recenti, ci consente di sfruttarne pienamente non solo le proprietà analgesiche, ma anche le capacità antinfiammatorie e antisettiche – provate da altri studi scientifici – che si rivelano particolarmente utili nella cura di gengiviti, afte, peridontopatie e nella terapia di ferite e ulcerazioni cutanee. In Arabia Saudita la mirra viene ancora oggi utilizzata per la cura e la protezione del piede diabetico.

Ma mirra e incenso sono stati utilizzati fin dall’antichità come rimedi curativi non solo da singolarmente, ma anche insieme. Il «Balsamo di Gerusalemme», che per la sua attività antinfiammatoria è entrato a far parte di molte recenti farmacopee, è stato formulato, proprio grazie a queste due resine, nel 1719 nella farmacia del monastero di San Salvatore, nella città vecchia di Gerusalemme.

ORO – Se si fosse trattato veramente del prezioso metallo potremmo limitarci a dire che l’oro ha avuto un posto di rilievo nella recente storia della medicina, per la terapia di fondo dell’artrite reumatoide. Ma, invece che di oro, poteva trattarsi della preziosissima polvere di Curcuma, color oro appunto, proveniente sempre dall’Oriente, pregiata sia in cucina, sia nella medicina. Oggi sappiamo che la Curcuma è preziosa perché contiene sostanze antiossidanti particolarmente attive contro i fenomeni infiammatori cronici e nelle varie tappe della trasformazione cancerosa delle cellule. Usata nella pratica clinica su pazienti affetti da psoriasi e da infiammazioni croniche intestinali o reumatiche, la Curcuma suscita sempre maggior interesse tra i ricercatori perché si è visto che può migliorare la risposta di alcuni tumori ai farmaci chemioterapici. Un esempio, tra i tanti, che ci consente oggi di parlare di medicina integrata, piuttosto che di medicina alternativa.

Fonte: “Oro, incenso e mirra i doni che curano” di Fabio Firenzuoli (Direttore Centro di Medicina Integrativa, ospedale Careggi, Università di Firenze) pubblicato su Corriere.it

Il profumo penetrante dell’incenso che sale verso il cielo richiama gli dei e li informa dell’umile invocazione dell’uomo. Niente più dell’incenso ricorda lo spirito dell’Oriente, il suo senso di mistero e di meraviglia. L’aroma inebriante e la lenta spira di fumo pervadono templi e cibori in tutto il continente e parlano di un luogo diverso, di un tempo diverso. Certo, l’usanza di bruciare incenso non appartiene solo all’Estremo Oriente; questa pratica così diffusa ha colpito tanto l’immaginazione dei primi viaggiatori che i templi buddhisti sono diventati famosi come “dimore dell’incenso” e i monaci come re profumati. Né l’uso è stato limitato alla pratica religiosa. I cinesi se ne servivano per leggere l’ora; le geishe giapponesi per calcolare il prezzo del piacere dei clienti; i tailandesi per curare il più banale raffreddore.

A seconda della forma e della dimensione, che possono essere le più svariate, l’incenso brucia per pochi minuti o per giorni interi. A Hong Kong viene preparato di solito in grandi spirali coniche. In Malesia, Tailandia e Singapore, durante le festività cinesi, viene usato sotto forma di bastoni, grossi come tronchi d’albero; bastoncini sottili si trovano invece un po’ ovunque. A prescindere dalla forma, l’incenso è ancor oggi assai diffuso in Asia – anzi mai come ora – e il gesto di accendere un’essenza fragrante viene ogni giorno ripetuta anche al di fuori di cerimonie e rituali, simbolo di uno stile di vita. Bruciare legni aromatici o resine, gesto essenziale della devozione e della supplica religiosa, è stata una pratica comune a molte culture fin da tempi antichissimi.” La fragranza dell’incenso che si diffonde e il fumo sinuoso che spande per l’ aree infinito”, scrive un commentatore, hanno stretto un legame simbolico con la preghiera, e fanno dell’offerta un tutt’uno con l’adorazione.

Le origini dell’incenso si perdono nella notte dei tempi, anche se è probabile che esso non sia originario delle culture alle quali oggi viene attribuito. Secondo una delle ipotesi più accreditate, le prime a farne uso furono le antiche civiltà del Medio Oriente, che lo producevano estraendo resine dagli alberi della famiglia Boswellia, copiosi nell’Arabia del Sud e in Somalia. Sumeri e Babilonesi bruciavano queste sostanze credendole dotate del potere di placare le divinità e di purificare i templi. In Egitto, l’incenso è noto fin dai tempi della XVIII Dinastia. Il libro Egiziano dei Morti, il più antico testo scritto che si conosca sulle cerimonie magiche e religiose, dà notizia di come l’uso di bruciare sostanze profumate avesse un significato importante nei riti funebri.

Con lo sviluppo del commercio, le popolazioni lo scoprirono e ne adottarono l’uso, e i regni arabi – Sheba, Hadramat, Quabatan – che lo producevano fecero fortuna esportandolo. Nel prologo dell’Edipo, Sofocle scrive: “La città era frastornata e ingombra di un carosello di suoni e di odori, di mormorii, di inni e di incenso”.

Si dice che a Roma, Nerone, per il funerale della moglie Poppea, avesse ordinato l’equivalente della produzione di un anno di incenso proveniente dall’Arabia. Se è vero che l’incenso era assai diffuso nel Vecchio Continente, fu in Oriente che si affermò veramente, caratterizzando tutte quelle culture. Alcune teorie vogliono che ne sia stato trasmesso l’uso dal Medio Oriente al resto dell’Asia, altre invece parlano di un percorso del tutto indipendente. L’unica cosa certa è che il rito di bruciare legno di sandalo è stato praticato fin dai tempi più remoti in India e perfino in Cina, come riferiscono antichi testi taoisti.

Con il diffondersi del Buddhismo, queste sostanze dall’India penetrarono in tutta l’Asia sud- orientale. In un primo tempo le resine aromatiche più apprezzate nel Medio Oriente furono incenso e mirra, come dimostrano i doni dei Magi al Bambino Gesù, ma se ne fece uso anche nell’Estremo Oriente, provenienti per lo più dall’Arabia. A poco a poco gli addetti alla preparazione degli incensi incominciarono a impiegare molti altri ingredienti, tra cui il sandalo, l’ambra grigia, il basilico, la canfora, i chiodi di garofano, il gelsomino, il muschio e il patchouli.

Interi volumi sono stati dedicati alle composizioni delle varie misture, per spiegarne la popolarità e il significato rituale. Uno studioso giapponese, infatti, ha riordinato e dato nome a non meno di 130 varietà di incensi composti. Spesso queste preparazioni erano segrete e venivano custodite gelosamente: le famiglie che le producevano si guadagnavano l’ammirazione della comunità con formule che ideavano appositamente e che venivano descritte solo in termini molto vaghi: “Miscela di legni profumati e gelsomino tailandese”: così una compagnia di Bangkok definisce il particolare tipo di incenso di sua produzione.

La qualità dell’incenso dipende – e per questo varia molto – dalla qualità degli ingredienti usati. Componente base della pasta d’incenso è la polvere di legno, alla quale si aggiungono quasi sempre resine , trucioli di legno di sandalo , oli di piante ed erbe aromatiche.

Per ottenere i prodotti più esclusivi, e anche più costosi, si fa uso di molti altri additivi, estratti dalla vasta gamma delle fragranze naturali. Oggi è l’India a produrre gli incensi più raffinati e le sue fragranze finemente miscelate vengono esportate in molte parti del mondo. La Cina invece ha fama di essere la più grande produttrice con milioni di bastoncini e serpentine di tutte le dimensioni. Ma in nessun modo questi due Paesi ne detengono il monopolio: la confezione di incensi infatti è assai diffusa in tutta l’Asia sud- orientale, dove una piccola fabbrica, aperta da tempi, continua a prosperare non sfiorata dalle tendenze dell’economia o dai progressi tecnologici. La maggiore parte delle industrie di questo settore sono piccole imprese a conduzione familiare, che , seguendo la tradizione cinese, colorano gli incensi e vi aggiungono una particolare resina fissante che, seccando, indurisce.

L’incenso veniva impiegato anticamente anche per usi ordinari: per scacciare zanzare e altri insetti fastidiosi, eliminare la congestione nasale miscelandolo con erba medica, o semplicemente profumare piacevolmente le dimore dei ricchi. Questa popolarità ha alimentato un intenso commercio di profumi e una fiorente industria di incensi di tutte le possibili varietà, attraverso le varie epoche sino ad oggi. In tutta l’Asia l’incenso continua a diffondere la sua fragranza verso il cielo, mantenendo vivo il legame vitale tra l’uomo e i suoi dei, e facendo da tessuto connettivo tra tutte le culture d’Oriente. E in occidente è oramai diventato di uso comune, sia per chi pratica discipline di ispirazione orientale sia e soprattutto in qualità di fragranza per ambiente.

Informazioni sulla pubblicazione

Testo inviato da Gentilin Maria Cristina
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Diana Millan

Magistero in Scienze Religiose conseguito presso l'ISSR "Beato Niccolò Stenone" di Pisa, lavoro per comunicati-stampa.net e sono responsabile editoriale di LiquidArte.it. Appassionata di cinema e libri.