Erika De Benedetto, artista contemporanea, intreccia arte e vita in un linguaggio pensato per condurre lo spettatore OLTRE i propri confini interiori. Diplomata al Liceo Artistico e formatasi sotto la guida del Maestro Maurizio Muscettola, ha ricevuto riconoscimenti come il Primo Premio al XXXI Concorso Nazionale di Pittura “Trofeo Città di Lecce” e, più recentemente, il premio “Mettici il Cuore: arte, rispetto e armonia per un futuro migliore”, promosso dall’associazione Inner Wheel, dedicato all’imprenditoria femminile e alla creatività come forza di trasformazione.
Nel corso degli anni ha esposto in sedi prestigiose come il Castello Aragonese di Taranto, il Museo dell’Arsenale di Amalfi e Palazzo Gallone a Tricase, fino a raggiungere contesti internazionali come il Festival delle Arti presso la South-West University in Bulgaria. Parallelamente ha intrapreso un’intensa ricerca artistica, esplorando materiali e linguaggi differenti, fino a dar vita a uno stile unico.
Il suo percorso attuale prende forma con il progetto itinerante “OLTRE – Un viaggio di metamorfosi”, in cui guida lo spettatore ad affrontare temi universali come casa, fragilità e confini. Attraverso un uso istintivo del colore, materiali poveri e segni materici, Erika invita a oltrepassare la superficie per toccare le emozioni più intime, trasformando l’arte in un viaggio personale e trasformativo.
L’INTERVISTA
Ecco cosa ha condiviso con noi Erika De Benedetto…
Introduzione al percorso artistico
Come è iniziato il tuo percorso nel mondo dell’arte? Ci sono stati momenti o incontri significativi che ti hanno portato a intraprendere questa strada?
Il mio percorso inizia subito dopo il liceo artistico, con le prime mostre personali e collettive. Per anni il realismo è stato il mio punto di riferimento: ho approfondito la tecnica della pittura a olio sotto la guida del maestro Maurizio Muscettola esponendo in diverse città italiane e anche all’estero. In quegli anni sono arrivati anche i primi riconoscimenti, come il Primo Premio al XXXI Concorso Nazionale di Pittura “Trofeo Città di Lecce”, che ha rappresentato una tappa importante del mio percorso.
A un certo punto però ho attraversato un blocco profondo: quella tecnica, pur molto studiata, non mi rappresentava più. Sentivo che ogni quadro poteva essere migliorato, ma non era mai davvero mio.
L’incontro con Andrea Biasci e Kala di Arte con il tuo stile è stato decisivo. Hanno ideato un percorso che aiuta gli artisti a trovare la loro voce e fare di questo un lavoro. Ho rimesso in discussione anni di lavoro e mi sono presa un periodo di ricerca intensa per capire cosa volessi davvero raccontare. Da lì è nata l’intuizione di dipingere su OSB, un materiale fatto di scarti, che ho sentito immediatamente vicino alla mia storia e ai temi che volevo esplorare. Da quel momento il mio lavoro ha preso una direzione chiara e personale.
Quali artisti o movimenti hanno influenzato maggiormente il tuo linguaggio espressivo?
La mia formazione nasce da una forte passione per la pittura classica e realista, con artisti come Alma Tadema, Boldini e Jan van Eyck.
Nel mio percorso più recente, però, un riferimento fondamentale è stato Pablo Picasso. Una sua frase è stata per me fonte di ispirazione: “Mi ci sono voluti anni per imparare a dipingere come Raffaello, ma una vita intera per imparare a dipingere come un bambino.”
In quelle parole ho ritrovato il senso della mia ricerca: la tecnica è importante, ma la vera libertà sta nel tornare all’essenza e all’autenticità.
Il progetto “OLTRE”
Ci parli del concept alla base del tuo progetto “OLTRE – un viaggio di metamorfosi”? Come è nato e quale significato assume per te il termine “oltre”?
Il progetto “OLTRE – un viaggio di metamorfosi” nasce da una ricerca sviluppata nel tempo e trova una prima sintesi nell’opera “Oltre i confini”, dedicata al superamento dei limiti interiori e alla trasformazione delle difficoltà in crescita.
Per me “oltre” significa andare oltre ciò che ci trattiene: paure, blocchi, esperienze del passato che sembrano definirci. Le opere prendono forma attraverso materiali, colori e stratificazioni. Il supporto stesso diventa metafora di resistenza: è imperfetto, segnato, porta tracce di un passato che non si può cancellare, ma che può essere integrato per trasformarsi.
Hai descritto il tuo progetto come un’esperienza immersiva ed emozionale. In che modo costruisci questa esperienza per il visitatore? Come interagisce il pubblico con le opere?
Il progetto è pensato come un viaggio guidato e introspettivo. Accompagno il visitatore lungo un percorso narrativo che parte dall’infanzia e dai primi sogni, attraversa una fase più oscura legata ai blocchi interiori, fino ad arrivare a una possibilità di rinascita.
Materiali, titoli e narrazione lavorano insieme per creare un’esperienza emotiva profonda. Spesso i visitatori mi raccontano di aver rivissuto momenti personali, legati a paure, confini o desideri rimasti in sospeso. In questo modo non si osservano solo le opere, ma si entra in una storia di trasformazione in cui è facile riconoscersi.
Qual è il ruolo della trasformazione nel tuo percorso artistico? Come si riflette nella continua rigenerazione delle opere (quando una viene venduta, ne nasce una nuova)?
La trasformazione è centrale anche nel mio modo di lavorare. Quando un’opera viene venduta non viene replicata, ma genera un nuovo lavoro che rielabora lo stesso passaggio del viaggio da un’altra prospettiva.
La mia ricerca rimane volutamente aperta: ogni opera è un frammento unico di un percorso in continua evoluzione. Chi la porta con sé non acquista solo un’immagine, ma un momento preciso di questo viaggio.
Il processo creativo
Come nasce una tua opera? Segui un processo preciso o ti affidi principalmente all’intuizione e all’emozione del momento?
Ogni opera nasce da un concetto e da un’emozione precisa. Inizio sempre da una fase di riflessione e scrittura, per poi passare alla progettazione e alla realizzazione. L’intuizione emerge durante il processo, ma non è mai casuale.
Usi tecniche o materiali specifici che ritieni fondamentali per il tuo lavoro?
Utilizzo principalmente materiali di scarto e oggetti trovati, scelti in base al messaggio da trasmettere (legno, terracotta, metallo, juta…). La materia cambia insieme al contenuto emotivo: lavori più essenziali con colore e giochi di luci e ombre per emozioni primarie, stratificazioni materiche per temi legati alle ferite e alla trasformazione. La foglia oro e le parti di legno lasciate a vista rappresentano la possibilità di trasformare le cicatrici senza cancellare il passato.
La parte di legno lasciata a vista è la mia firma: la prima intuizione, l’elemento di cui vado più fiera e con cui amo maggiormente giocare.
Mostre e pubblico
Hai già presentato “OLTRE” in alcune mostre. Come ha reagito il pubblico e quali riscontri hai ricevuto?
Fin dalla prima mostra, il pubblico ha reagito in modo molto intenso, perché si trova catapultato in qualcosa di inaspettato. Il format rompe l’idea di mostra tradizionale: non si osservano solo opere, ma si entra in un percorso guidato e introspettivo che sorprende e coinvolge.
Proprio durante la prima presentazione, questo approccio è stato notato anche al di fuori del contesto artistico. L’associazione Inner Wheel mi ha conferito il premio “Mettici il Cuore: arte, rispetto e armonia per un futuro migliore”, riconoscimento dedicato all’imprenditoria femminile e alla creatività intesa come forza di trasformazione. Per me è stato un segnale concreto del valore di “OLTRE”, non solo come mostra, ma come progetto capace di generare impatto umano e culturale.
Alla fine del percorso, infatti, molte persone lasciano pensieri scritti: raccontano sogni non ancora realizzati, paure che le tengono ferme, desideri che non avevano mai messo nero su bianco. È in questi momenti che “OLTRE” smette di essere solo una mostra e diventa uno spazio di ascolto e consapevolezza condivisa.
Hai notato differenze nel modo in cui diverse persone o culture si relazionano con le tue opere?
In realtà no, ed è forse l’aspetto che mi sorprende di più. Ho notato che persone con background molto diversi reagiscono spesso allo stesso modo. Quando si entra in questo viaggio, le differenze si annullano e resta solo l’essere umano, con il suo desiderio di trasformazione.
Il format porta in superficie una dimensione molto autentica. Quando si entra in questo viaggio, non conta chi sei, cosa fai o quanta conoscenza artistica hai: emergono fragilità, vissuti, cicatrici che appartengono a tutti.
Visione dell’arte e futuro
Hai affermato che l’arte è un’esperienza da vivere più che da guardare. In che modo credi che questo approccio possa avvicinare nuove persone al mondo artistico?
Quando un’opera viene raccontata e condivisa, diventa accessibile anche a chi non ha una formazione artistica e crea un legame emotivo profondo.
Nelle mie mostre il pubblico non resta spettatore passivo: viene accompagnato in un percorso e coinvolto emotivamente. In questo modo l’arte smette di essere qualcosa da decifrare e diventa un’esperienza che lascia una traccia. Anche quando un’opera viene portata a casa, continua a parlare, perché non rappresenta solo un’immagine, ma l’emozione e il dialogo vissuti durante quel momento.
Quali sono i tuoi progetti futuri? Stai lavorando a nuove collezioni o formati espositivi?
Il mio obiettivo è continuare a portare il mio lavoro in mostra, mantenendo vivo il dialogo con il pubblico, affiancando questa dimensione al lavoro online, che oggi è uno strumento fondamentale di condivisione.
In questo periodo sono molto concentrata anche sulla realizzazione delle opere vendute, un processo che richiede tempo, cura e riflessione.
Una direzione che sto già esplorando e che voglio sviluppare è quella delle collaborazioni con le aziende. In questo contesto adatto il mio linguaggio artistico a valori ed esigenze diverse, mantenendo coerenza con i temi del mio lavoro. È una sfida che ha già funzionato e che rappresenta per me una naturale evoluzione del progetto.
Riflessioni personali
Che cosa speri che il pubblico porti con sé dopo aver visitato una tua mostra?
Il mio desiderio è che non escano dalla mostra vuoti, ma con una scintilla nuova: qualcosa che li avvicini un po’ di più ai loro sogni e, allo stesso tempo, all’arte come esperienza viva, capace di accompagnare e arricchire davvero.
Spero che le persone escano dalla mostra con una riflessione in più su sé stesse. All’inizio del percorso chiedo sempre di rispondere a due domande: qual è un sogno non ancora realizzato e quale limite gli sta impedendo di farlo.
Lo faccio perché il mio intento non è solo mostrare delle opere, ma smuovere qualcosa dentro. La cosa più bella è che quasi tutti lasciano un biglietto, in forma anonima, condividendo emozioni, pensieri e desideri. A volte basta una domanda semplice per far emergere qualcosa che era rimasto in silenzio.
Se dovessi racchiudere il tuo messaggio artistico in una sola parola o immagine, quale sarebbe?

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