Nasce l’Archivio Osvaldo Pivetta

La memoria di un pittore che cercava la luce, un evento che segna un momento storico per la riscoperta di un autorevole artista monzese.
Liquidarte - Immagine sostitutiva

Nasce l’Archivio Osvaldo Pivetta

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La memoria di un pittore che cercava la luce, un evento che segna un momento storico per la riscoperta di un autorevole artista monzese.

Osvaldo Pivetta non tutti lo conoscono eppure la sua è una di quelle storie che affascinano e che val la pena raccontare. Lui è stato uno dei quegli artisti che in vita hanno esposto a New York e ad Amburgo, che hanno ricevuto l’attenzione di critici autorevoli, che hanno lasciato opere nei musei civici della loro città, eppure rischiano di scivolare nell’oblio per il solo fatto di essere scomparsi troppo presto, lontano da casa, senza che nessuno si prendesse il compito di custodire il filo della loro vita creativa. Osvaldo Pivetta era uno di questi.

Oggi, per volontà degli eredi, quel filo è stato raccolto e possiamo finalmente annunciare che l’Archivio Osvaldo Pivetta è finalmente nato.  L’archivio è uno strumento di memoria e di ricerca dedicato a un pittore che ha attraversato il Novecento con una sensibilità rara, portando dentro di sé la tensione profonda verso qualcosa che lui stesso seppe definire con parole che sembrano quasi una preghiera: essere. Fondersi nell’armonia universale. Sentirsi fluire dentro l’energia del cosmo.

Un monzese a Nizza, passando per il mondo

Osvaldo Pivetta nasce a Monza il 4 agosto 1922. Si forma in una città e in un’epoca straordinariamente fertili per l’arte, consegue il diploma nel 1940 all’Istituto Superiore per le Industrie Artistiche, la scuola d’arte e design che aveva sede nella Villa Reale, uno di quei luoghi dove la bellezza dell’architettura sembra nutrire la mente degli studenti anche solo per il fatto di abitarla ogni giorno.

Il suo maestro è Pio Semeghini, pittore di rango, figura cardine del Novecento italiano. Da lui Pivetta eredita il rispetto per la forma e per la luce, ma poi, come accade sempre ai grandi, trova la propria strada. Dopo la guerra, dopo la contestazione, si avvicina all’informel, quella stagione in cui l’arte europea si liberava del peso della rappresentazione per inseguire il gesto, l’energia, la materia pura. Poi approda alla neo-figurazione, un ritorno all’immagine che non è però regressione, ma conquista: la figura come strumento per raggiungere, finalmente, la purezza della luce.

Una carriera europea, con radici lombarde

Il percorso espositivo di Pivetta è quello di un artista che non si accontenta. Espone alla Galleria dei Bossi di Milano nel 1958, in una mostra curata da Mastrolonardo e Monteverdi. Va a Roma, alla galleria Il Triangolo, nel 1961. Poi Biella, poi, e questo è un salto significativo, nel 1975 a New York, alla Casa Italiana della Columbia University, non una galleria qualunque, ma uno dei luoghi di riferimento per l’arte italiana nel mondo.

Negli anni Settanta la sua presenza internazionale si consolida: espone alla Galerie Jaubert e alla Galerie du Congrés, a Lhemans Gallery di Londra, al Kunst Museum di Amburgo, alla Galerie d’Art Carlos di Tolosa. Sono anni in cui Pivetta costruisce la sua identità di artista europeo, senza mai dimenticare la Lombardia da cui viene.

Di lui scrivono critici che contano: André Verdet, poeta e amico di Picasso, Braque, Matisse; Leonardo Borgese, storica firma del Corriere della Sera per le arti; Flaminio Gualdoni, uno dei più acuti osservatori dell’arte italiana del secondo Novecento. Non sono nomi casuali. Sono nomi raccontano la sua statura di un artista.

La morte a Nizza e il rischio dell’oblio

Osvaldo Pivetta muore a Nizza, dietro di sé lascia una ricerca pittorica che ha toccato la materia, il gesto e la figura senza mai perdere di vista quella tensione verso il trascendente che attraversa tutta la sua opera.

Lascia anche, come spesso accade, un archivio da ricostruireo, un nome che rischia di restare confinato a qualche voce enciclopedica e a pochi cataloghi ingialliti. Il Treno dell’Arte di Trenitalia, nel 2006 e nel 2007, lo aveva citato nelle 28 stazioni italiane del suo percorso: un riconoscimento postumo, discreto, quasi un gesto di riparazione.

L’Archivio come atto d’amore e di cultura

La costituzione dell’Archivio Osvaldo Pivetta è quindi molto più di un adempimento burocratico, è un atto di responsabilità culturale. È la scelta di una famiglia di non lasciare che il lavoro di una vita svanisca nell’indifferenza del tempo.

Gli archivi dedicati agli artisti sono strumenti preziosi e spesso sottovalutati. Permettono agli studiosi di ricostruire percorsi, di contestualizzare opere, di ritrovare fili interrotti. Permettono al pubblico, a chi ancora non conosce quell’artista, di avvicinarsi a lui con gli strumenti giusti. Permettono, soprattutto, che una voce autentica non venga cancellata.

La voce di Osvaldo Pivetta merita di continuare a mostrarsi e quella tensione verso la luce, quel desiderio di sciogliersi nell’armonia del tutto, hanno qualcosa di universale che non appartiene solo agli anni in cui furono dipinti, ma a ogni momento in cui qualcuno si ferma davanti a un’opera e sente che c’è qualcosa di più grande di lui. Benvenuto, Archivio Pivetta.

 

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Informazioni sulla pubblicazione

Immagine di Alberto Moioli

Alberto Moioli

Critico d’Arte - Curatore e organizzatore di mostre d’arte, eventi e conferenze. Direttore Editoriale dell’Enciclopedia d’Arte Italiana.

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