Informazione creata ad arte (e cultura)

“Migranti in redazione” di Alfonso Schiavino

Immigrazione: un esperimento sociale diventa libro e rilancia l’idea di una good practice che può essere replicata.
Foto

“Migranti in redazione” di Alfonso Schiavino

Foto
Immigrazione: un esperimento sociale diventa libro e rilancia l’idea di una good practice che può essere replicata.

Immigrazione, la best practice di Alchimondo.

Immigrazione: un esperimento sociale diventa libro e rilancia l’idea di una good practice che può essere replicata. Salerno aveva spostato in avanti la frontiera dell’integrazione con un peculiare esperimento sociale che ha trasformato gli immigrati in giornalisti che così hanno potuto scrivere e “dialogare” con le istituzioni – prefetto, questore, assessori – grazie a un mensile pensato per loro, quali abitanti attivi delle nostre e loro città.

Il giornale “alchimondo”, nato nel 2007 per un progetto dell’Arci e della Regione Campania, deve il suo nome ad una sintesi delle parole “alchimia” e “mondo”. Dopo alcuni anni di attività l’iniziativa ha seguito la sorte di tante buone intuizioni meridionali, incapaci di superare lo scoglio della sostenibilità economica.
Ma il valore dell’esperienza rimane ed offre – oggi più che mai – un necessario spunto di riflessione sotto forma di libro, “Migranti in redazione”, di Alfonso Schiavino, organizzatore e primo direttore responsabile, di “alchimondo”. Il giornalista ricostruisce la genesi e i caratteri di quell’esperienza, sia per celebrare badanti e ambulanti scopertisi giornalisti, sia per descrivere le scelte di base, a beneficio di altre organizzazioni che volessero seguirne il cammino.

Il gruppo redazionale riuniva italiani e immigrati. Questi erano singoli individui o responsabili delle comunità nazionali costituite in associazioni. Nessuno di loro aveva mai fatto attività giornalistica. I Paesi rappresentati stabilmente erano una decina: Filippine, Bangladesh, Sri Lanka, Senegal, Georgia, Russia, Ucraina, Polonia, Moldavia e Romania. Altre nazionalità avevano presenze sporadiche.

Ogni numero del giornale era articolato in sezioni: un dossier, un’intervista istituzionale, la storia di un migrante – il rifugiato africano piuttosto che il giovanissimo lavavetri – e una panoramica di leggi, paghe e strutture. Gli articoli di tre pagine erano scritti dai migranti, con un grado informativo prossimo all’inchiesta, per il riflettore puntato su punti sconosciuti del tessuto sociale.

«Per la prima volta, forse, – spiega l’autore – gli immigrati hanno potuto parlare direttamente, senza i soliti filtri di mediatori e portavoce. Così “alchimondo” ha portato più avanti la frontiera dell’integrazione. In quella fase storica mentre gli italiani si impoverivano e la politica ipocrita edificava la fabbrica della paura, “alchimondo” ha portato un umile contributo per il miglioramento dell’umore pubblico».

Parlando di conquiste e di lacune, di diritti e di doveri, un giornale ha fatto cultura dell’immigrazione, quella che in Italia è stata sempre negletta, con i risultati discutibili che ogni giorno vediamo.

Informazioni sulla pubblicazione

Testo inviato da Giancarlo Garoia
ID: 375187
Licenza di distribuzione:
Picture of Diana Millan

Diana Millan

Magistero in Scienze Religiose conseguito presso l'ISSR "Beato Niccolò Stenone" di Pisa, lavoro per comunicati-stampa.net e sono responsabile editoriale di LiquidArte.it. Appassionata di cinema e libri.