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L’avvenenza dell’aldilà: com’è in realtà?

“La nave di Caronte” (Einaudi, 2022) di Tommaso Braccini e Luigi Silvano.
La nave di caronte

L’avvenenza dell’aldilà: com’è in realtà?

La nave di caronte
“La nave di Caronte” (Einaudi, 2022) di Tommaso Braccini e Luigi Silvano.

Tra i vari brani che parlano dell’aldilà in “La nave di Caronte” (Einaudi, 2022) Tommaso Braccini e Luigi Silvano scelgono di aprire la raccolta con la traduzione di un pometto cretese di un anonimo narratore: la Lamentevole rima sull’amaro e insaziabile Ade. Per molti, di ieri e d’oggi, l’aldilà ha delle caratteristiche distinte, qui l’Oltretomba è sorvegliata da un serpente a tre teste e Caronte è un demone della morte che taglia ai moribondi la gola e gira col suo destriero nero per prendere le anime, altro che nocchiero del fiume. In altri casi invece, come in Luciano di Samosata, Caronte appare nelle sue vesti tradizionali, come nei Dialoghi dei morti, il Menippo, il Demonatte, il Katáplous, il Caronte. Risale al XII secolo il Timarione di un letterato ignoto, che si pone nella tradizione lucianea. L’interpretazione dell’Ade in questa opera è un luogo popolato dai personaggi contemporanei all’autore, dove Timarione, -il protagonista-, attraversa varie avventure prima di poter rientrare nel mondo dei vivi. Fuori dal classico repertorio dei testi intorno all’aldilà, Basilio Pediadite, ci lascia un dialogo, anche questo, di ispirazione lucianea: chi parla è un morto con la testa spaccata in due, Stefano Agiocristoforite soprannominato “Anticristoforite” per le malefatte che compiva per conto dell’imperatore Andronico Comneno (1183-1185). È indispensabile per il criminale continuare le nefandezze fatte in vita anche nell’aldilà, ma una folla di morti e altri protagonisti si ribellano chiedendo a Minosse di istituire un processo: “Davvero ha fatto tagliare la testa a tutti voi? Quel criminale deve morire per mano vostra!”. La rassegna scelta dai curatori per questo volume non antologizza solo scrittori del cosiddetto “paganesimo di ritorno” (visioni dell’Aldilà e concezione dei cristiani non proprio canonica), ma anche autori che conservavano dei tratti di continuità più evidenti con l’immaginario folklorico legato all’Oltretomba come l’Apókopos. Scritto in greco volgare in prima persona probabilmente da Bergadís, e stampato a Venezia nel 1509, riprende la narrazione del Barlaam e Ioasaf, anche qui infatti l’uomo si trova davanti a un favo di miele collocato su un albero in bilico su un precipizio: “E per la bellezza dell’albero, il piacere del luogo,/ la melodia degli uccelli e la fatica della giornata/ inevitabilmente finii per appoggiarmi nell’intento di riposarmi/ e scrutavo l’albero su, fino alla cima./ Mi parve di vedere api annidate in un favo/ che aveva il miele nella cerca, molto e denso.” […]. Nell’aldilà di Bergadís, precipitato quando l’albero cadde, in un “sepolcro oscuro”, si trova una folla che parla di lui, e gli chiede come sia ancora la terra, se i vivi si ricordano dei morti, se esiste una corrispondenza. Alle risposte amare di Bergadís seguono le richieste dei morti di consegnare lettere e missive ai vivi. Seppure l’Apókopos resta cupo, con un approccio “laico” verso l’aldilà, i toni lasciano atterriti e a tratti sono commoventi: “vidi che portavano scranni perché i notai sedessero:/ ciascuno aveva penna, carta e calamaio,/ e ciascuno aveva intorno a sé un esercito che lo premeva:/ uno cerca una lettera l’altro grida «Carta!»,/ e dicono: «Il messaggero parte oggi,/ sbrigati, non perdere tempo, se vogliamo fargliele avere!» […]”. C’era in realtà un segno per cui era possibile capire dal corpo di un defunto se avesse raggiunto l’aldilà e come? Nella Collezione anonima dei Padri del deserto, si fa riferimento a un monaco egiziano vissuto tra il IV e il V secolo che “quando morì il suo volto divenne come la fuliggine di una pentola”. Infatti era convinzione comune che chi morisse in stato di peccato aveva il volto annerito e solo tramite preghiere era possibile che fosse perdonato e che il corpo del cadavere tornasse normale. Sul cadavere non gravavano solo i peccati commessi in vita ma soprattutto la scomunica e l’anatema, lo racconta Anastasio Sinaita (VIII e VIII secolo): un martire cristiano essendo stato scomunicato da un vescovo non sarebbe riuscito col suo sarcofago a restare nella chiesa che gli era stata addirittura costruita in suo onore. Apparso in sogno al vescovo gli avrebbe spiegato che l’anatema impostogli anni prima del martirio, gli impediva di partecipare alla liturgia e anche di vedere il volto di Cristo, (nonostante la corona del martirio!), perché “quel che legherete sulla terra, sarà legato nei cieli”. In dei codici del XV e XVII secolo, si rimanda ancora alla storia della scomunica di un prete ortodosso, ma stavolta legato ad un angelo che non avendolo perdonato per più di trecentosettant’anni è rimasto legato alla terra. Il prete si era messo a celebrare nonostante non si fosse astenuto dai rapporti sessuali la sera prima e anzi si era unito alla schiava anziché alla moglie, l’angelo durante la celebrazione lo maledì con un anatema, il prete rispose con una scomunica all’angelo e i due per diversi secoli rimasero uniti: il prete non poteva invecchiare, l’angelo non poteva raggiungere il paradiso. Nel Dialogo di un monaco contro i Latini di Teodoro Agalliano, del 1442, si fa riferimento all’odio che il clero ortodosso provava per i “latini” cioè i cattolici. Anche qui si riprende il discorso del destino dei corpi dopo la morte: il corpo dell’imperatore Michele VIII era rimasto indissolto e gonfio mentre i resti del patriarca Arsenio, in odore di santità. Diffusa è anche la cronaca cinquecentesca, Ekthesis chronica, di un anonimo che riporta la storia di un sultano che voleva vederci chiaro nella questione della scomunica come punizione per i reati e dell’anatema sui morti che rendeva i loro corpi indissolti. Come prova il sultano fece chiudere in una cappella il corpo della moglie di un sacerdote che aveva subito una scomunica da parte di un patriarca: era rimasta nella tomba intatta ma gonfia come un tamburo. Durante la liturgia che aveva voluto il sovrano, al momento della lettura della carta di assoluzione, il corpo della morta cominciò a dissolversi. È evidente quindi, come alla base di questa diffusa convinzione, -che i cadaveri delle persone con peccati rimanessero indissolti-, ci sia anche la credenza dei vampiri, i cosiddetti “vrykólakas” che in origine erano associati al “lupo mannaro”. Marco di Serre, un monaco del XVI secolo, scrisse l’Inchiesta sui vampiri in cui cercava di apportare argomentazioni scientifiche alle pratiche di esumazioni fatte sui cadaveri ritenuti potenzialmente dei vampiri. La Chiesa condannava queste pratiche come frutto di inganni diabolici, e nel breve trattato il monaco spiega come sia possibile che “crescono denti e unghie ai voulkólakoi” (variante dei vrykólakas), e spiega anche l’origine dei sogni intorno ai vampiri che destavano il panico e la psicosi di massa, cercando di fare luce su quella che anni dopo sarebbe stata la grande scoperta dell’inconscio collettivo.

Informazioni sulla pubblicazione

Testo inviato da: Sabatina Napolitano
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Sabatina Napolitano

Poetessa, scrittrice, articolista, freelance, critica, appassionata d’arte, studiosa dell’opera di Nabokov. Nasce a La Maddalena, il 14 maggio 1989. Vive ad Asciano, nelle Crete Senesi. Ha cominciato a scrivere poesie da bambina, e durante l’adolescenza scriveva su un blog su splinder. La sua prima raccolta poetica è del 2010. Ha pubblicato otto libri di poesia, e un romanzo. Nel 2019 comincia la sua attività critica con le recensioni. Collabora con varie testate, a dicembre 2021 pubblica il suo primo romanzo dal titolo Origami.