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L’arte spirituale di Lee Jeffries, il fotografo degli invisibili

L’arte spirituale di Lee Jeffries, il fotografo degli invisibili

Fino al 16 aprile 2023, è possibile ammirare le opere di Jeffries nella mostra a lui dedicata a Milano presso il Museo Diocesano Carlo Maria Martini in Piazza Sant’Eustorgio, 3: “Lee Jeffries. Portraits. L’anima oltre l’immagine”. La mostra è curata da Barbara Silbe e dalla direttrice del Museo, Nadia Righi.

Sono una cinquantina le persone che si potranno incontrare attraverso le opere “parlanti” esposte nella mostra “Lee Jeffries. Portraits. L’anima oltre l’immagine“.

Potremmo definire Lee Jeffries come il pittore della fotografia perché la sua, di fatto, è una fotografia pittorica. Osservando i volti, ritratti in modo magistrale, il richiamo a Caravaggio e al suo utilizzo della luce è immediato. Chissà, se Merisi fosse stato un nostro contemporaneo, forse avrebbe scelto lo stesso mezzo artistico e gli stessi soggetti di Jeffries, visto che anche lui amava rappresentare gli ultimi e gli emarginati, sbattendo in faccia, senza tanti complimenti, ciò che non si voleva vedere, che non “sta bene mostrare”, allora come oggi – oggi ancor di più: vecchiaia, povertà, sporcizia e difetti, fisici e morali, perché oggi come allora, tutto deve apparire – anche e sopratutto se non lo è – perfetto, per sempre giovane e bello, ibernato, conservato in un’innaturale fissità. La morte e la vecchiaia sono diventati tabù, oltreché concettuali, addirittura nominali, basta pensare a come, sui social, la parola vecchio sia ormai da considerarsi offensiva. Jeffries stesso definisce la sua arte come spirituale perché rivolta a catturare ciò che si nasconde sotto la pelle, dietro al volto: l’anima delle persone.

Tutto nasce “per caso” quando, nel 2008, il giorno antecedente la maratona londinese – Jeffries è britannico, nasce nei dintorni di Manchester il 6 maggio 1971 – vede una giovane senzatetto. Affascinato, la riprende. Crede di non essere stato notato dalla ragazza che invece, non solo lo vede, ma lo apostrofa per averla ripresa senza il suo consenso. Nel chiederle scusa, Jeffries la “vede” e comincia a parlarci, entrando in contatto attraverso quell’empatia e quella compassione che gli sono proprie. Lei gli racconta la sua storia. E’ un colpo di fulmine. La vita di Jeffries, da quel momento, non sarà più la stessa.

Scopre di voler immortalare gli ultimi, i diseredati, gli emarginati, i senzatetto appunto, i clochard o barboni, gli invisibili, tutti sinonimi di un concetto che spesso genera disprezzo, timore, indifferenza perché gli invisibili non contano niente e, se anche spariscono definitivamente, non se ne accorge nessuno perché per la società, già da tempo, non esistono più.
Va a cercarli, Jeffries, visitando città e metropoli americane e europee.
Decide di dar voce e volto a loro, agli ultimi, attraverso l’occhio della compassione che gli permette di “vederli” realmente. I volti emergono con forza, attraverso un possente chiaroscuro, un contrasto feroce tra luce ed ombra. Lo sfondo è oscurità, un abisso nero con il quale lottano per non esserne nuovamente risucchiati. La luce è caravaggesca, illumina la loro – scomoda – verità, la fa risplendere in contrasto con le tenebre che dominano la loro vita e nelle quali sono stati relegati dalla società per cui sono divenuti invisibili. E’ un buio fatto di dolore, solitudine, emarginazione che alberga intorno a loro, dentro di loro, lo stesso che vive dentro l’artista che, empaticamente lo ri-conosce, entrando in sintonia con ciascuno di loro – accostandosi con delicatezza, facendone la conoscenza, tenendo la macchina fotografica riposta fino a quando la persona stessa non decide liberamente di farsi ritrarre. E’ quello che vive e circonda, dentro e fuori, ciascuno di noi. “Basta” saperlo riconoscere, senza fuggirlo ignorandolo, facendo finta che non esista.

L’utilizzo della luce, unito all’eleganza del b/n che Jeffries predilige, in quanto lascia parlare solo l’immagine senza neanche la distrazione del colore, incanta l’osservatore, la cui reazione non può che essere quella di chi scruta l’immagine per capire se effettivamente si tratti di una fotografia o di un disegno. Nella ritrattistica di Jeffries avviene un’epifania, una manifestazione della persona e della sua realtà più intima e autentica, del suo spirito; la verità è svelata e, con essa, una restituzione al mondo e a se stessi. La luce dà vita a una speranza di salvezza, la speranza che gli invisibili, gli ultimi, tanto cari al Vangelo, diventino nuovamente visibili.

Luci e ombre comunicano speranza e sconforto: da un lato il senso del Paradiso, di Dio ritrovato sulla faccia degli altri, dall’altro l’inferno, il loro, il suo, il nostro. Il filo che guida l’intera narrazione e che trabocca di numerosi riferimenti religiosi cristiani è, appunto, lo sguardo“. Barbara Silbe

E’ un incontro ravvicinato, con alieni, estranei, sconosciuti, diversi ma che, una volta visti, guardati, ancor più osservati, fissando lo sguardo nel loro, non lo saranno più. Lo sguardo indifferente, che li avrebbe appena sfiorati e subito dimenticati o del tutto evitati, se incontrati per strada, è costretto a vederli, guardarli, osservarli, scrutarli, a fissarsi nel loro sguardo, vedendo la loro anima, trasformandosi. Jeffries dà voce a chi non ce l’ha, per mezzo dello sguardo compassionevole, nel senso letterale del termine – cum patire – patire con e per, soffrire insieme, costringendo chi guarda a divenire prossimo, a farsi vicino agli “ultimi”: per questo i volti sono primissimi piani, in cui ogni più piccola piega, ruga o difetto parlano della storia, della vita difficile, troppo spesso drammatica, di quelle persone. E’ un voler entrare dentro a ciascuno di loro per poter portare alla Luce, non solo l’oscurità, ma soprattutto la bellezza che alberga in ognuno di loro, che ognuno di noi porta con sé. E’ questo lo sguardo di Jeffries. Uno sguardo amorevole che si posa, e offre, lo sguardo degli invisibili,  che ci osserva, che ci fissa in modo diretto, spudorato, senza filtri, senza menzogna, vero e reale, come loro.

 

La mostra è aperta dal 27 gennaio al 16 aprile con i seguenti orari: martedì-domenica ore 10-18.

Per informazioni su orari, costi e visite guidate: tel. 0289420019 – https://chiostrisanteustorgio.it/

Lee Jeffries: la dignità nei volti degli emarginati

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Diana Millan

Diana Millan

Magistero in Scienze Religiose conseguito presso l'ISSR "Beato Niccolò Stenone" di Pisa, lavoro per comunicati-stampa.net e sono responsabile editoriale di LiquidArte.it. Appassionata di cinema e libri.