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La storia del Ponte di Rialto

La complicata e lunga storia del Ponte di Rialto tra crolli e ricostruzioni. Un antico ponte di barche attraverso il Canal Grande. Il primo ponte levatoio tutto in legno. Il ponte in pietra bianca realizzato alla fine del ‘500. Rialto cuore finanziario e commerciale d’Europa.
Gustavo Vitali
Photo credits: Gustavo Vitali

La storia del Ponte di Rialto

Gustavo Vitali
Photo credits: Gustavo Vitali
La complicata e lunga storia del Ponte di Rialto tra crolli e ricostruzioni. Un antico ponte di barche attraverso il Canal Grande. Il primo ponte levatoio tutto in legno. Il ponte in pietra bianca realizzato alla fine del ‘500. Rialto cuore finanziario e commerciale d’Europa.

Il Ponte di Rialto ha una storia piuttosto lunga e complicata, come lo stesso nome che porta.

Deriverebbe da Rivus Altus o Riva Alta, nel senso di “canale profondo”, ed era stato anticamente uno dei primi insediamenti in laguna, come la vicina Olivòlo, cosiddetta forse per le coltivazioni di ulivi o per la forma dell’isolotto. Ma non era un centro tanto importante come lo sarebbe diventato in seguito. Molto più importanti erano Torcélo, Ammiana, Grado, Eracliana, Equilio, Chioggia, Metamaucum, poi Metamauco, infine Malamocco, quest’ultimo per un certo tempo addirittura sede dogale.

Sulle isole si erano riversati i profughi in fuga spinti dall’incalzare delle invasioni di Unni, Visigoti, Longobardi e tutte le masnade che avevano seppellito i resti dell’Impero Romano in occidente, ma alcuni di questi insediamenti già pre esistevano all’arrivo dei profughi. La laguna, poco o tanto, era sempre stata abitata e garantiva sostentamento e sicurezza a chi si stanziava.

Nascita di Venezia

Per la tradizione la nascita del primitivo insediamento di Rialto sarebbe avvenuta il 25 marzo 421, impero romano d’occidente ancora in piedi, con la consacrazione della Chiesa di San Giacomo, San Giacométo per il popolo. Era stata costruita per il voto di un carpentiere, tale Candioto o Eutinopo, che avrebbe chiesto aiuto al santo per domare un grosso incendio. La data era rimasta come natale di Venezia, marzo il primo mese dell’anno nel calendario veneziano e le date sui documenti erano seguite dall’abbreviazione m.v., “more veneto”, cioè secondo il costume dei Veneti.

In effetti la chiesa, che ancora possiamo ammirare a poca distanza dall’odierno ponte nel sestiere di San Polo, risale a un’epoca parecchio più tarda, pare della seconda metà del XII secolo. Quindi la “Venexia” delle origini era parecchio diversa da quella che si sarebbe poi configurata nel corso del tempo. All’inizio con quel nome si era indicato tutto un territorio di isole dove per secoli si era andati a cavallo, praticata la caccia e coltivata la vite.

Erano dovuti trascorrere secoli perché parte di questi originari nuclei formassero una sola città. C’era voluta la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, poi la lunga guerra, diciotto anni, dei generali bizantini Narsete e Belisario contro gli Ostrogoti per la riconquista dell’Italia, tornata nuovamente romana sotto l’imperatore d’oriente Giustiniano nel 553. Si sarebbero dovuti aspettare i Longobardi a travolgere la terraferma pochi anni dopo. Venezia aveva allora seguito l’impero d’oriente come provincia bizantina, una provincia sfuggente, a volte ossequiosa, altre recalcitrante.

I primi ponti di Venezia

Allora in quella “città”, sparsa in nuclei piccoli e grandi su 118 isole e isolette suddivise da circa 170 tra rii e canali, di una barca nessuno poteva fare a meno. I tragitti a piedi o a cavallo per spostarsi da una parte all’altra attraverso le isole si allungavano a dismisura se si voleva usare i pochi ponti, quasi tutti in legno e di edificazione minimale: poche assi buttate sui canali più stretti, come le “tole”, cioè passerelle removibili per facilitare il transito delle imbarcazioni.

Con il corso del tempo erano stati istituiti anche dei “traghetti”, cioè barche a uso pubblico che collegavano i vari punti della città, ma di ponti belli robusti ce ne era assolutamente bisogno. Per affiancare i traghetti il primo ponte di barche sul Canal Grande era stato gettato verso la metà del XII secolo dal bergamasco Nicolò Barattieri, o Barattiero, lo stesso mastro che aveva messo in piedi le due colonne in piazza San Marco, bottino di guerra trafugato dall’oriente e rimaste lì sdraiate per anni e anni in quanto nessuno sapeva come fare. Una terza colonna era andata perduta durante lo scarico, affondata nel sedime della laguna e mai più ritrovata. Nicolò per raddrizzare le due superstiti aveva usato una serie di paranchi, carrucole, corde e zeppe. Come ricompensa per l’impresa, il bergamasco aveva ottenuto dal doge Sebastiano Ziani l’istituzione di una zona franca dove giocare d’azzardo attorno alle due maestose colonne dedicate a San Marco e san Totaro.

Il nuovo ponte era stato chiamato Ponte della Moneta, perché alla sua estremità orientale sorgeva la vecchia Zecca, ma anche “quartarolo” dal nome della moneta con un foro al centro e che rappresentava il pedaggio per chi lo attraversava.

Una serie devastante di crolli

Diventato poco pratico e di ostacolo al traffico navale, meno di un secolo dopo si era provveduto a congiungere le due sponde con un ponte levatoio in legno per consentire il passaggio delle galee. Essendo prossimo al mercato di Rialto, cuore finanziario e commerciale della Serenissima, aveva preso il nome di Ponte di Rialto. Ai lati furono realizzate due file di negozi con il cui affitto la tesoreria dello stato provvedeva alla manutenzione del ponte medesimo.

Gravemente danneggiato durante la congiura Tiepolo-Querini del 1310, quando i rivoltosi lo avevano tagliato per coprirsi la ritirata, era stato rimesso in piedi. Era poi crollato nel 1444 sotto il peso della folla assiepata per assistere al passaggio del corteo nuziale di Maria d’Aragona-Trastamara, figlia illegittima del re di Spagna, andata sposa al marchese di Ferrara Leonello d’Este. Che cosa ci facessero questi stranieri a Venezia non sono riuscito a saperlo. Magari in viaggio di nozze?

Pronta riedificazione dopo la quale si era reso necessario un totale rifacimento nel 1514 e nuovo crollo dieci anni più tardi al quale erano seguite altre riparazioni.

Le vicissitudini sembravano non aver mai fine. Così il governo aveva deciso di non prendere più sottogamba l’enorme afflusso di gente richiamata dal mercato di Rialto e la tenuta dell’unico ponte disponibile con montagne di merci e folle di umani a transitare tra i sestieri di qua e di là del canale: Castello, San Marco e Cannaregio i tre “de çitra”, Dorsoduro, Santa Croce e San Polo quelli “de ultra”.

Tempo di nuovi progetti

Nel 1503 per la prima volta era stata proposta la costruzione di un ponte in solida pietra che avrebbe messo fine al secolare trambusto. Se n’era discusso a lungo e con tutta calma per circa mezzo secolo, finché nel 1551 era stato emesso un bando al quale avevano partecipato i più famosi architetti dell’epoca.

Scartati progetti di celebri professionisti come il Sansovino, il Palladio e il Vignola, che prevedevano un approccio classico con una struttura a più arcate, alla fine il nuovo ponte era stato realizzato ad arcata unica da Antonio da Ponte e da suo nipote Antonio Contin. Accreditati del progetto pure Alvise Baldù e Vincenzo Scamozzi, progetto probabilmente preferito a quelli a più arcate in quanto più adatto alle esigenze di scorrimento del traffico delle imbarcazioni, purtroppo non più le galee “sottili”, o quelle grosse, dette anche “da merchato”, che potevano caricare molte tonnellate di mercanzie.

Il ponte poggerà su due piattaforme laterali, a loro volta poggiate su 12.000 pali conficcati nella laguna. La struttura avrà un’arcata di 28 metri, sarà larga 22 con un’altezza di 7 metri e mezzo. Sarà realizzata in pietra bianca e divisa in tre rampe di scale inframezzate da due file di botteghe, 24 in tutto. Nella parte più alta queste file saranno interrotte da una costruzione ad archi a tutto sesto.

L’economia cambia

L’economia europea, dopo la scoperta del Nuovo Mondo, stava pian piano tagliando fuori Venezia e il bacino del Mediterraneo dai più proficui traffici mercantili.

“El mondo è mudato”, aveva scritto il senatore Luca Tron, notando come l’asse dei commerci si andava spostando verso occidente, verso il “Mare Oceano”, e in modo irreversibile. “Secondo li tempi bisogna navegar e mudar ordini”, continuava il Tron, vale a dire cercare strade nuove senza intestardirsi a ripercorre le vecchie. Servivano navi diverse in grado di percorrere le nuove rotte, grandi navi a vela, galeoni, non più le filanti galee, efficienti in battaglia, ma inadatte a navigare attorno al globo nel bel mezzo degli oceani. Pertanto nessun ponte levatoio si sarebbe mai più alzato per consentire il transito alle maestose galee.

Intanto un secolo se n’era andato. Infatti i lavori erano stati ultimati nel 1591 durante il dogato di Pasquale Cicogna, non senza critiche per l’audacia ingegneristica. Addirittura, secondo lo Scamozzi, il ponte sarebbe crollato. Il che, detto da uno che una mezza manina quanto meno all’idea iniziale ce l’aveva messa, susciterà delle perplessità, ma nulla di ciò sarebbe avvenuto.

Rialto, cuore finanziario e commerciale di Venezia e d’Europa

Attorno a Rialto e al suo presto celeberrimo ponte, prima in legno e poi in pietra, si sarebbe concentrata la parte più rilevante e prospera di Venezia, a partire dal già citato cuore finanziario e commerciale, ma anche come sede delle istituzioni, sopratutto quelle deputate al controllo di suddetto settore. Già nel 1525 era stata avviata la costruzione del Palazzo dei Camerlenghi in “volta de canal”, cioè una stretta curva del Canal Grande, dove era ospitata quella magistratura insieme ai Consoli dei Mercanti e ai Sovraconsoli dei Mercanti.

Data nello stesso periodo l’edificio delle Fabbriche Vecchie, seguito poi dalle Fabbriche Nuove, pregevole opera di Jacopo Sansovino. Sempre a metà del Rinascimento sarà edificato il Palazzo dei Dieci Savi dove alloggeranno i Savi alle Decime.

Rialto non aveva mai perso di essere la meta di mercanti stranieri che intrecciavano rapporti con mercanti veneziani, i quali a loro volta non si facevano scrupolo di intrattenere scambi con i colleghi di qualunque paese, anche quelli con i quali la Repubblica era in guerra, anche i “marrani”, cioè gli ebrei che si erano convertiti al cristianesimo per sfuggire alle persecuzioni, ma che in segreto avevano continuato a professare la loro religione. “Pecunia non olet”, aveva detto l’imperatore Vespasiano nel primo secolo d.C. E il denaro continuava a non avere odore anche a Venezia secoli dopo, dove, per altro, le monete venivano profumate!

I corrieri a Rialto

Già prima dell’anno Mille il vitale bisogno di scambio di notizie proprio del commercio aveva fatto nascere proprio a Rialto la professione del corriere privato, uomini provenienti soprattutto dalla Val Brembana, sopra Bergamo, dove già da prima le famiglie dei Paar e dei Tasso avevano inventato il “servizio postale”.

Verso la fine del secolo i corrieri si erano organizzati in corporazione con il nome di Compagnia dei Corrieri Veneti. Incarico principale la consegna di dispacci da e verso le principali città estere, Roma e Milano in primis, ma nel secolo successivo avevano esteso ulteriormente il proprio raggio d’azione. Gli apparati statali per i loro dispacci ricorrevano ai “cursores”, corrieri dipendenti dalla magistratura dei Sopracursores. Invece la magistratura dei Sopraconsoli dei Mercanti controllava il servizio della corrispondenza commerciale. Tuttavia si diceva che nella sostanza a consumare suole sulla strada fossero gli stessi messaggeri per l’una e per l’altra organizzazione.

Le prostitute attorno a Rialto

Il grande afflusso di gente d’affari di tutta Europa aveva attratto a Rialto anche il grosso della prostituzione che viveva dei “regali” di questi uomini che si trovavano all’estero per lavoro, soli e con qualche voglia da soddisfare lontani dalle mogli.

Il governo era dovuto intervenire più volte per arginare quella che da una parte era una piaga, ma dall’altra un cespite notevole di entrate per lo stato, visto che la prostituzione era tassata e le donne addette al mestiere censite in 11.654 a metà circa del Cinquecento. Nel 1421 il governo aveva deciso di relegare la prostituzione nel quartiere Castelleto, un vero e proprio ghetto vigilato dalla polizia, aperto dalla prima campana del mattino fino all’ultima della sera. Durante il giorno le donne posteggiavano nella zona compresa tra la “ruga”, una strada fiancheggiata da negozi, il campo delle Beccherie, la calle dell’Olio e quella che andava a San Cassiano. Alla sera tutte a casa, pena la frusta.

Neanche mezzo secolo dopo il giro della prostituzione si era trasferito nelle case del patrizio Priamo Malipiero, sempre in zona Rialto, per poi dilagare in altre contrade come a Sant’Aponal e San Samuele. Alla fine del secolo gli eredi del Malipiero avevano chiesto sgravi fiscali, perché affittare le case alle prostitute rendeva assai poco, visto che erano ormai da Rialto si erano sparse in mezza Venezia.

Una immensa piazza commerciale

Il mercato di Rialto si espandeva verso piazza San Marco con le cosiddette “Marzarie” di San Salvator, del Capitello, di San Zulian e de l’Orologio per la vendita delle sete, delle tele e delle pregiate stoffe orientali, ma anche dell’artigianato locale che si riforniva di strumenti in Calle dei Fusieri. Vetri e specchi erano venduti in Calle degli Specchieri, le armi in calle della Spadaria, le balestre e frecce nella Frezzaria, per la lavorazione del ferro c’era Calle dei Fabbri e in Calle delle Rasse il mercato dei panni di lana provenienti dalla Russia, pare i più delicati. Ma anche le “arti” dei tessitori, cioè l’artigianato locale, avevano del loro da proporre e di ottima qualità.

Oltre alle botteghe piazzate ai lati del ponte, Rialto smaltiva anche i bisogni della popolazione con i mercati prossimi al ponte stesso: l’Erbaria era il mercato degli ortaggi; la Pescaria quello del pesce, la Naranzeria per arance e frutta; la Beccaria per la carne; la Casaria, per i formaggi. Poi la Ruga dei Oresi, cioè i gioiellieri, e la Ruga degli Spezieri, dove si vendevano le preziose e molto ricercate spezie dell’oriente. Destinate al mercato del vino la Riva del Vin, cioè la riva ai piedi del ponte dalla parte del Sestiere di San Polo. Invece dalla parte del Sestiere di San Marco c’erano le rive del Carbone e del ferro.

Restauri del Ponte di Rialto

Numerose le operazioni di restauro nel corso dei secoli successivi. Le principali si sono avute verso la fine del ‘600 con la sostituzione della pavimentazione, originalmente in cotto, con lastre di trachite, una roccia magmatica. Nel ‘700 saranno restaurate le parti esterne e all’inizio dell’800 le scalinate laterali con interventi minori alle basi. Ultimo restauro nel 2017.

Tutto questo è un approfondimento del tema del Ponte di Rialto trattato nel mio libro Il Signore di Notte, un giallo nella Venezia del 1605 con personaggi realmente vissuti ai tempi.

Nella foto: il ponte di Rialto fotografato dall’autore

Informazioni sulla pubblicazione

Testo inviato da Gustavo Vitali
Photo credits: Gustavo Vitali
ID: 380475
Licenza di distribuzione:
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Diana Millan

Magistero in Scienze Religiose conseguito presso l'ISSR "Beato Niccolò Stenone" di Pisa, lavoro per comunicati-stampa.net e sono responsabile editoriale di LiquidArte.it. Appassionata di cinema e libri.