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La mitologia della figura di spalle

Delle persone che vediamo di spalle sappiamo poco, dunque le loro immagini fotografiche o dipinte sono sempre interessanti.
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La mitologia della figura di spalle

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Delle persone che vediamo di spalle sappiamo poco, dunque le loro immagini fotografiche o dipinte sono sempre interessanti.

Mi sono imbattuta recentemente in una fotografia di questo genere, in una mostra sulla Resistenza, organizzata a Reggio Emilia per la commemorazione del 70° della Liberazione.

Due uomini armati camminano nella neve, uno sorregge l’altro che sembra ferito. La luce è in po’ spenta dalla neve che scende, e intorno c’è solo bosco. Non si intravedono strade né segni del passaggio di altre persone.
Questa immagine, anche se collocata nel contesto di una mostra sulla resistenza partigiana durante la seconda guerra mondiale (forse aiutata dalla carenza di notizie della didascalia) lascia spazio a una ricostruzione soggettiva e all’interpretazione personale.
Manca una buona parte dei riferimenti normalmente utilizzati per la lettura e la ricostruzione della circostanza; i lineamenti e le espressioni sono inaccessibili, non fanno parte dello scatto.
Le due persone sono di spalle e si allontanano dal fotografo: la relazione è alterata. L’autore della fotografia, e quindi lo spettatore che ne condivide il punto di vista, diventano testimoni-passanti-curiosi.
Si crea un contatto momentaneo, ma il rapporto è unilaterale. La connessione si realizza attraverso la separazione.

La mitologia romantica, dell’uomo solo e intimidito davanti alla grandiosità della natura, è associata in questa bella immagine ai simboli della lotta e del sacrificio. Ma il coinvolgimento più profondo è provocato dalla posizione dei due protagonisti che comunicano la loro distanza.
La condizione dell’uomo che guarda (il testimone) cancella l’assunto della sua neutralità: è partecipe come gli altri di quell’esperienza.
Lo spettatore partecipa dunque all’azione alla quale assiste perché è testimone, allo stesso modo di chi dipinge la scena o scatta la fotografia.

La testimonianza non riguarda soltanto la rievocazione di un fatto passato ma di un evento interiore, si tratta di assimilare un’esperienza più che una notizia.

La condivisione spirituale e l’interiorità romantica non sono applicabili al gruppo.

Nelle fotografie di gruppo la finalità e differente, si presta generalmente maggiore attenzione all’aspetto storico-culturale o sociale.
Nella sua Marcia di campesinos, Tina Modotti rivolge l’interesse alle istanze dei contadini e alle loro condizioni di vita.
Al singolo, specialmente se distaccato e lontano, oppure colto in momento privato, si riserva una una condivisione spirituale ed emotiva.
Anche se con qualche piccola differenza tra fotografia e pittura (il fotografo è presente nello stesso luogo fisico del soggetto, mentre il pittore descrive una visione o un ricordo) lo spettatore partecipa ad una emozione.

Il modello di comunicazione in cui il fotografo-pittore comunica con lo spettatore sfrutta una identificazione delle emozioni che non passa attraverso la lettura delle espressioni ma del contesto, delle azioni, della postura, dei movimenti, del paesaggio.
In ogni immagine dell’individuo voltato c’è lo stesso coinvolgimento romantico delle tempeste indistinte di Turner, e il disorientamento dei condannati, immersi nei pavimenti di legno di De Chirico o delle sue Muse inquietanti: testimoni paralizzati e inerti.

Informazioni sulla pubblicazione

Testo inviato da Paola Nicoli
ID: 250347
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Diana Millan

Magistero in Scienze Religiose conseguito presso l'ISSR "Beato Niccolò Stenone" di Pisa, lavoro per comunicati-stampa.net e sono responsabile editoriale di LiquidArte.it. Appassionata di cinema e libri.