La Chimera di Arezzo

Grande successo per l’ampio programma di celebrazioni “Arezzo. La città di Vasari”, dedicato all’artista nella sua città natale – e prorogato fino al 2 marzo 2025 – articolato tra più sezioni e musei all’interno della città, con oltre 100 opere esposte tra pale monumentali, capolavori d’arte provenienti dalle più note istituzioni estere e italiane, documenti e studi del noto letterato in occasione dei 450 anni dalla scomparsa dell’artista e letterato. Decine di migliaia di visitatori sono giunti ad Arezzo per ammirarne le opere, dislocate in vari musei. Esposta addirittura la famosa statua bronzea etrusca del mostro mitologico, scoperta nel 1553 durante i lavori di rafforzamento delle mura medievali.
Chimera, statua bronzea etrusca, IV secolo a. C.

La Chimera di Arezzo

Chimera, statua bronzea etrusca, IV secolo a. C.
Grande successo per l’ampio programma di celebrazioni “Arezzo. La città di Vasari”, dedicato all’artista nella sua città natale – e prorogato fino al 2 marzo 2025 – articolato tra più sezioni e musei all’interno della città, con oltre 100 opere esposte tra pale monumentali, capolavori d’arte provenienti dalle più note istituzioni estere e italiane, documenti e studi del noto letterato in occasione dei 450 anni dalla scomparsa dell’artista e letterato. Decine di migliaia di visitatori sono giunti ad Arezzo per ammirarne le opere, dislocate in vari musei. Esposta addirittura la famosa statua bronzea etrusca del mostro mitologico, scoperta nel 1553 durante i lavori di rafforzamento delle mura medievali.

«Di fronte era leone, dietro serpente e nel mezzo capra»: così Omero descrive la fiera mitologica nell’Iliade, dove chímaira sta nel greco antico per “giovane capra” (chimāera(m) in latino).

Considerata di origine divina (Theion Genos), era una bestia mostruosa nata dall’unione di Echidna, essere mostruoso metà donna-divinità e metà serpente, con Tifone, o Tifeo, gigante personificazione del terribile vento del Sud. Tra gli altri figli da loro generati (anche se le varie fonti antiche sono discordanti sulle varie parentele) ci furono, ad esempio, Cerbero, l’enorme cane a tre teste che lo stesso Dante porrà a guardia di un girone infernale (VI, 13-32), e che i Dori, in epoca antica, associavano al dio egizio Anubi; l’Idra, un serpente acquatico dalle molteplici teste che viveva nella palude di Lerna, nell’Argolide; il Leone Nemeo, possente quanto mostruosa creatura sconfitto da Eracle nella prima delle famose dodici fatiche (la sconfitta dell’Idra fu la seconda impresa e la cattura di Cerbero l’ultima).

Avente appunto il corpo di un leone da cui spuntava la testa di una capra, e la coda con le sembianze di un drago (o di un serpente), vomitava fuoco. Allevata da Amisodauro, re della Caria, e dopo aver portato devastazione nella Licia, la Chimera fu uccisa da Bellerofonte. Questi, figlio di Glauco, uccise un certo Bellero (da cui il nome) e successivamente il proprio fratello. A causa di questi delitti, si rifugiò presso Preto, re di Tirinto. La moglie di Preto, Antea, si innamorò di Bellerofonte a prima vista, ma fu rifiutata: pertanto, lo accusò con l’inganno di aver tentato di sedurla. Preto credette alla moglie ma, non volendo ucciderlo personalmente, lo inviò da Iobate re di Licia, padre di Antea, perché provvedesse lui stesso ad eliminarlo. Ma neanche Iobate voleva uccidere un ospite: sicuro che sarebbe morto nell’impresa, chiese a Bellerofonte di uccidere la Chimera, che il re di Caria, suo nemico, utilizzava per seminare il terrore nella Licia. Il guerriero accettò. Dopo aver domato il cavallo alato Pegaso grazie al supporto della dea Atena – e dietro consiglio del veggente Poliido – Bellerofonte attaccò la Chimera sorprendendola dal cielo: dopo averla trafitta con numerose frecce, riuscì a conficcarle tra le fauci un pezzo di piombo infilato sulla punta della propria lancia; l’alito di fuoco del mostro sciolse il piombo che colò nel suo corpo, uccidendola. Per le sue peculiarità, studiosi del calibro di Robert Graves (I miti greci) la ritennero rappresentazione del calendario greco antico, in cui gli emblemi dell’anno tripartito erano appunto il leone, la capra e il serpente.

Se nel linguaggio comune e figurato la chimera ha il significato di utopia, sogno vano, fantasticheria, come figura leggendaria e mitologica, di fatto, abbiamo poche raffigurazioni giunte fino a noi: infatti, la statua bronzea etrusca della Chimera di Arezzo rappresenta un ritrovamento archeologico e artistico eccezionale, più unico che raro. Del 15 novembre 1553, giorno della scoperta, le cronache locali riportano semplicemente di un “leone trovato fuori della porta di San Lorentino” (oggi vi è esposta una copia che ricorda il ritrovamento). Un grosso felino un po’ strano, con una capra che gli spuntava sulla schiena, e senza la coda, andata perduta. Erano gli anni delle lotte tra Firenze e Siena, e probabilmente si lavorava alacremente per rinforzare le mura della città in vista di un eventuale attacco da parte dei senesi. Lo scrive lo stesso Vasari nelle Vite, parlando di Arezzo e di come in quel periodo la comunità fosse impegnata «nel far fossi, fortificazioni e muraglie». Il Duca Cosimo I de’ Medici (morto nello stesso anno di Vasari, 1574) era un grande appassionato d’arte, di storia e non solo: il ritrovamento della statua fu considerato un segno del destino. L’anno successivo, infatti, la Chimera lasciava Arezzo per collocarsi definitivamente a Firenze.

 

 

Sempre Vasari, grande amico e collaboratore di Cosimo, noterà questa coincidenza segnalando: «ha voluto il fato che la si sia trovata nel tempo del duca Cosimo, il quale è oggi domatore di tutte le chimere.» Un fatto culturale, storico e archeologico importantissimo, ma che si rifletteva in un profondo significato politico per l’egemonia di Firenze e per Cosimo, che stava costruendo il futuro Granducato di Toscana del tempo: un territorio che il duca vedeva destinato all’unificazione e al consolidamento, e in cui le basi identitarie potevano farsi risalire proprio a quella civiltà etrusca, ancora tutta da studiare e da scoprire, misteriosa quanto affascinante, precedente a Roma imperiale. Un’opera di comunicazione politica geniale e piuttosto efficace.

Dopo circa duecento anni, lo scultore fiorentino Francesco Carradori ricostruì la coda di serpente. Importante la lettura della scritta riportata sulla zampa anteriore sinistra della bestia, che Ugo Bardi (Il libro della Chimera. Storia, rappresentazione e significato del mito) riporta come da leggersi TINSCVIL, con caratteri greci arcaici, da intendersi come un’offerta votiva al dio etrusco Tin o Tinia, corrispondente allo Zeus greco.

Il bronzo, che già Massimo Pallottino (Etruscologia) datava al IV secolo a. C., e conservato nel Museo Archeologico Nazionale di Firenze, è esposto in occasione della mostra “La Chimera, Vasari e il Duca” – nell’ambito de “Il teatro e le virtù” – all’interno della Galleria d’Arte Contemporanea di Piazza San Francesco, in Arezzo, in padiglione appositamente dedicato, in cui sono anche visionabili documenti relativi a studi e disegni realizzati nei secoli sulla statua.

Un reperto archeologico e artistico eccezionale da ammirare, per un salto nel passato, alle origini della nostra Storia.

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Informazioni sulla pubblicazione

Immagine di copertina – Chimera, statua bronzea etrusca, IV secolo a. C.
Immagine di Fabio Figara

Fabio Figara

Toscano, laureato in Storia, giornalista pubblicista. Ho collaborato con vari quotidiani, e ho all'attivo pubblicazioni di narrativa e saggistica. Sono stato direttore responsabile per dieci anni della rivista OMNIBUS, periodico specializzato dedicato al Terzo Settore e all'associazionismo sportivo.

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