Il transito di San Francesco

«L’uomo apostolico beato Francesco nell’anno della incarnazione del Signore 1226, al quarto giorno d’ottobre, felicissimamente passò a Cristo, dopo molte fatiche avendo l’eterno riposo acquistato degnamente essendo al cospetto del suo Signore presentato» (La Leggenda dei Tre Compagni, cap. XVII).
Giotto, “Morte di San Francesco, la cui anima viene portata in cielo dagli angeli; verifica delle Stimmate da parte dell’incredulo Girolamo”, scena delle “Storie di San Francesco”, 1317-1325, affresco. Firenze, S. Croce, transetto destro, Cappella Bardi

Il transito di San Francesco

Giotto, “Morte di San Francesco, la cui anima viene portata in cielo dagli angeli; verifica delle Stimmate da parte dell’incredulo Girolamo”, scena delle “Storie di San Francesco”, 1317-1325, affresco. Firenze, S. Croce, transetto destro, Cappella Bardi
«L’uomo apostolico beato Francesco nell’anno della incarnazione del Signore 1226, al quarto giorno d’ottobre, felicissimamente passò a Cristo, dopo molte fatiche avendo l’eterno riposo acquistato degnamente essendo al cospetto del suo Signore presentato» (La Leggenda dei Tre Compagni, cap. XVII).

Un vento gelido sussurrava all’orecchio l’avvicinarsi della fine, incontro ineluttabile, porta dell’oscurità, prova suprema e finale per ogni essere vivente, punizione divina per la disobbedienza degli uomini e delle donne nei confronti di Dio. E il piccolo e povero Francesco, il buio lo accarezzava già da un po’ di tempo: a causa di una grave malattia agli occhi contratta durante il viaggio d’oltremare per predicare al sultano d’Egitto («ne la presenza del Soldan superba / predicò Cristo e li altri che ‘l seguiro», Dante, Paradiso, XI, 101-102), non poteva ormai sopportare neanche il gioco di luci e ombre scatenato dalle tenui fiamme delle candele. Era coperto di piaghe, con le estremità degli arti e il costato dolenti per le stimmate ricevute in dono sul monte della Verna, episodio del quale Dante scriverà: «nel crudo sasso intra Tevere e Arno / da Cristo prese l’ultimo sigillo / che le sue membra due anni portarno» (Dante, Paradiso, XI, 106-108); aveva anche dolori al fegato, alla milza e allo stomaco, ma era sempre stato restio a farsi curare nel tentativo di abbracciare il dolore così come aveva fatto Gesù Cristo, trovando anzi i propri affanni minimi rispetto a quanto sofferto dal Salvatore (A. Barbero, San Francesco, 2025, p. 246). Eppure, nonostante le sue condizioni, aveva continuato a predicare per breve tempo in Umbria e nelle Marche, per poi tornare, sfinito, nella sua Assisi. Accudito dai suoi frati, da Santa Chiara e dalle “figlie di Francesco”, e da Frate Elia (che gli succederà alla guida dell’Ordine francescano), l’umile frate, pur sentendo approssimarsi la fine, immerso nella sofferenza corporale più profonda, ebbe un nuovo sussulto nella Fede. Meditò sulla bellezza del Creato e sulle meraviglie compiute dal Creatore, che sostentano e accompagnano l’uomo nel suo percorso terreno, e che l’Umanità, oggi, sta distruggendo.

Da alcune semplici parole, «Altissimu, onnipotente, bon Signore, Tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione», ebbe inizio così la composizione del Cantico di frate Sole, divenuto e conosciuto poi come Cantico delle Creature, uno dei primi scritti in lingua volgare, in italiano, insieme al testo poetico inviato a Santa Chiara e alle sue consorelle Audite, poverelle dal Signore vocate. Perché questo inno di lode, dopo la benedizione del Signore, inizia proprio dall’esaltazione della bellezza del Sole, incontestabile rappresentazione di Dio («bellu e radiante cum grande splendore: / de Te, Altissimo, porta significatione»), e della luce, di cui Francesco è ormai quasi privo, per poi svilupparsi nel lodare i quattro elementi, Fuoco, Aria, Acqua e Terra, essenziali per l’esistenza di ogni essere vivente così come si credeva nel Medioevo (C. Frugoni, Vita di un uomo: Francesco d’Assisi, 2001, p. 150). Probabilmente ispirato a una parte del Libro biblico di Daniele (3, 46-90) e ai Salmi di re David “delle lodi”, dal 144 al 150 (F. Cardini, Francesco d’Assisi, 1989, pag. 257), qui è tuttavia il Creato ad assumere un particolare rilievo: un apprezzamento della Natura principalmente contrario all’idea che ne aveva l’uomo medievale, sempre in lotta contro di essa, vedendola matrigna più che madre. Successivamente vi aggiungerà anche una lode di ringraziamento a Dio nei confronti di coloro che sono capaci di perdonare, profondamente addolorato per gli scontri in corso tra il vescovo e il podestà di Assisi.

Immagine: Giotto e scuola, ciclo Storie di San Francesco. La morte di Francesco, 1295-1297/1299, affresco cm 270×230, Assisi (PG), Basilica Superiore di San Francesco

Convinto dai suoi frati, nell’ultimo anno o poco più che gli restava da vivere, e dopo un periodo di riposo in S. Damiano, effettuò comunque alcuni piccoli viaggi nel tentativo di trovare delle cure. Soggiornando all’eremo di Fonte Colombo, vicino Rieti, fu visitato da un medico, il quale lo incise con un ferro rovente di fianco all’occhio, nella speranza di riequilibrare gli umori secondo le teorie mediche medievali: Francesco soffrì in silenzio quella che noi considereremmo una tortura più che una cura, lodando quel fratello Fuoco (nel Cantico chiamato «bello et iocundo et robustoso et forte»), che lo stava facendo soffrire. Tentò poi altre cure a Siena, ma la sua condizione fisica, nel frattempo, si era aggravata ulteriormente. Dietro richiesta dei suoi frati, rilasciò un primo Testamento, con le ultime indicazioni per i suoi, ribadendo la fondamentale importanza di esercitare l’amore caritatevole, confermare la fedeltà alla Chiesa con l’obbedienza, avere devozione all’Eucaristia con la Fede e abbracciare sempre la povertà, «la donna sua più cara» (Dante, Paradiso, XI, 113), non tralasciando l’impegno per il lavoro.

Alla fine dell’estate del 1226, e prima di rientrare in Assisi (il nome dell’epoca era Ascesi), Francesco sostò all’Eremo delle Celle, nei pressi di Cortona, dove dettò un secondo Testamento. Poi, dopo un passaggio a Bagnara, nuovamente il rientro nella sua città d’origine con una scorta di cavalieri. Il suo corpo, in odore di Santità, era già considerato una reliquia: il popolo temeva che, se fosse morto fuori di Assisi, sarebbe stato trattenuto in un’altra città, magari nemica. Fu deciso di alloggiarlo nella sede del vescovo assisiate, per essere accudito fino al momento del trapasso, con un gruppo di guardie poste intorno al palazzo per vigilare sul continuo andirivieni di persone. Nonostante l’approssimarsi della fine, Francesco appariva sofferente ma sereno, allietato dai cori che intonavano il Cantico di frate Sole, a cui fu aggiunta una melodia nel frattempo. Ma l’opera non era ancora terminata. In un ultimo slancio di vitalità, inebriato dall’Amore di Dio e dalla Grazia dello Spirito Santo, elaborò un’ennesima strofa, dedicata all’ultima “sorella”, «sora nostra Morte corporale». Nessuno prima di allora aveva lodato la Morte e ringraziato il Signore per la fine della vita. Eppure Francesco stava dimostrando come qualsiasi evento, materia o condizione segua la precisa volontà di Dio Onnipotente, come si recita nel Padre Nostro («fiat voluntas tua, sicut in caelo et in terra»), e che, quindi, era comunque da lodare, in attesa della Resurrezione della carne e di una nuova vita.

Negli ultimi momenti di vita terrena, quell’uomo coperto di piaghe, che aveva affrontato innumerevoli privazioni e penitenze, aveva avuto solo pochi e ultimi desideri: ritornare alla chiesetta della Porziuncola, dove tutto era iniziato; incontrare di nuovo Chiara; rivedere Giacoma dei Settesoli, nobile romana sua amica che chiamava teneramente Frate Jacopa, a cui scrisse di giungere prima possibile ad Assisi, portandogli candele e un panno color cenere per i suoi funerali, e un piatto di mostaccioli, dolcetti romani a base di mandorle, farina e miele che il povero frate apprezzava moltissimo. Poi, al tramonto del sabato del 3 ottobre 1226 – per la liturgia cattolica era iniziata già la domenica del 4 – Francesco rinacque al Cielo, nella Gloria del Signore Gesù Cristo: «(…) un frate vide la sua anima salire al cielo sotto l’aspetto di una stella brillantissima», scriverà San Bonaventura da Bagnoregio, (ministro generale dell’ordine francescano dal 1257 al 1274) nella sua Legenda maior (XIV, 6), uscendo così «dal mare tempestoso di questo mondo», (XV, 6): e «(…) irradiando dall’alto la luce della visione beatifica, cominciò a risplendere per frequenti e strepitosi miracoli» (edizione curata da P. Luciano Canonici, 1973, pag. 203). Papa Gregorio IX canonizzerà Francesco appena due anni dopo.

Nella grande doppia Basilica di Assisi, eretta per conservarne e onorarne le spoglie, Giotto e la sua scuola dipingeranno il ben noto ciclo di affreschi dedicato alla vita dell’umile frate, e ispirata proprio allo scritto di San Bonaventura. Nell’opera specifica dedicata alla sua morte, si vede una scena divisa in due: nella parte inferiore, un gruppo di frati piange e prega sul corpo di Francesco attorniati da una folla di religiosi; nella parte superiore, uno stuolo di angeli accompagna l’anima del pio uomo in Cielo (su questo affresco la critica si divide ancora in merito all’attribuzione dell’esecuzione completamente a Giotto o piuttosto al suo secondo capo bottega e ai rispettivi aiuti).

Per ricordare gli ottocento anni dalla sua scomparsa, sono moltissime le iniziative che ricorrono nel corso dell’anno. Anzitutto nella Chiesa Cattolica: Papa Leone XIV ha infatti indetto un Anno Santo Straordinario, in cui sarà possibile lucrare l’indulgenza plenaria visitando e pregando in una chiesa francescana; nella Basilica papale e Sacro Convento di S. Francesco in Assisi, invece, è possibile prenotarsi, fino al 22 marzo 2026, per pregare di fronte alle spoglie mortali del Santo esposte per l’occasione (https://sanfrancescovive.org); lo Stato italiano ha invece ripristinato la data del 4 ottobre come festa nazionale, creando un apposito comitato nazionale (https://sanfrancesco800.cultura.gov.it). Varie istituzioni, poi, hanno organizzato seminari e incontri in tutto il Paese: a Pisa, ad esempio, l’Università degli Studi e l’Arcidiocesi hanno organizzato una serie di incontri che vedono, fino almeno ad aprile, la presenza di artisti ed esperti quali Aldo Cazzullo, Angelo Branduardi, Tomaso Montanari, Luciano Fontana, Alessandro Barbero, Agnese Pini, Franco Cardini, Giovanna Botteri e molti altri, secondo un fitto programma realizzato dal prof. Riccardo Zucchi, Magnifico Rettore dell’Università di Pisa, dal prof. Saulle Panizza, dalla Dr.ssa Claudia Napolitano, dal prof. Mauro Ronzani e dal prof. Pierluigi Consorti dell’Università di Pisa (https://sanfrancesco2026.unipi.it).

Oggi non possiamo certo fare a meno di ricordare questo piccolo grande uomo. Indipendentemente dall’essere credenti o atei, religiosi o laici, è indubbio come San Francesco parli ancora oggi alle nostre coscienze: lui che aveva preferito la fratellanza e la pace, in un mondo sconvolto dalle battaglie; che cantava la bellezza di quel Creato che l’Umanità combatte da sempre; che aveva abbracciato l’umiltà, la povertà e incontrato la sofferenza degli ultimi in un’epoca in cui molti si arricchivano smisuratamente, accaparrandosi ogni sorta di privilegio, mentre poveri e lebbrosi vivevano emarginati e sofferenti. Una lezione e una proposta di vita da apprendere indubbiamente per realizzare una società migliore.

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Informazioni sulla pubblicazione

Immagine di copertina – Giotto, “Morte di San Francesco, la cui anima viene portata in cielo dagli angeli; verifica delle Stimmate da parte dell’incredulo Girolamo”, scena delle “Storie di San Francesco”, 1317-1325, affresco. Firenze, S. Croce, transetto destro, Cappella Bardi
Immagine di Fabio Figara

Fabio Figara

Toscano, laureato in Storia, giornalista pubblicista. Ho collaborato con vari quotidiani, e ho all'attivo pubblicazioni di narrativa e saggistica. Sono stato direttore responsabile per dieci anni della rivista OMNIBUS, periodico specializzato dedicato al Terzo Settore e all'associazionismo sportivo.

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