Il disastro nella miniera belga di Marcinelle del 1956

Nel corso della giornata di studi, organizzata dal sodalizio reggino, sono state oggetto di analisi diverse cifre, relative alla tragedia che si verificò nella mattinata di mercoledì 8 agosto, a BoisduCazier, miniera di carbon fossile, nel territorio dell’allora comune di Marcinelle, vicino Charleroi, in Belgio.L’ 8 agosto del 1956 ben 262 minatori, di cui 136 italiani, persero la vita nella miniera di Marcinelle in Belgio. Il fuoco scoppiò alle 8,10 dell’8 agosto 1956 nel condotto che portava l’aria dentro i tunnel sotterranei, provocando enormi colonne di fumo all’interno della miniera, profonda oltre mille metri, che resero quasi impossibili i soccorsi.
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Il disastro nella miniera belga di Marcinelle del 1956

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Nel corso della giornata di studi, organizzata dal sodalizio reggino, sono state oggetto di analisi diverse cifre, relative alla tragedia che si verificò nella mattinata di mercoledì 8 agosto, a BoisduCazier, miniera di carbon fossile, nel territorio dell’allora comune di Marcinelle, vicino Charleroi, in Belgio.L’ 8 agosto del 1956 ben 262 minatori, di cui 136 italiani, persero la vita nella miniera di Marcinelle in Belgio. Il fuoco scoppiò alle 8,10 dell’8 agosto 1956 nel condotto che portava l’aria dentro i tunnel sotterranei, provocando enormi colonne di fumo all’interno della miniera, profonda oltre mille metri, che resero quasi impossibili i soccorsi.

“Nel 68° anniversario della strage di Marcinelle” è il titolo della conversazione organizzata dal Circolo Culturale “L’Agorà”. Nel corso della giornata di studi, organizzata dal sodalizio reggino, sono stati oggetto di analisi diverse cifre, relative agli eventi che si svolsero nella cittadina belga. Il nuovo incontro, predisposto dal sodalizio culturale organizzatore, ha registrato la presenza, in qualità di relatore, di Gianni Aiello, Presidente del sodalizio organizzatore. Nel corso della giornata di studi, organizzata dal sodalizio reggino, sono state oggetto di analisi diverse cifre, relative alla tragedia che si verificò nella mattinata di mercoledì 8 agosto, a Bois du Cazier, miniera di carbon fossile, nel territorio dell’allora comune di Marcinelle, vicino Charleroi, in Belgio. Le cause sono da ricercare ad un incendio, verificatosi a seguito della combustione d’olio ad alta pressione innescato da una scintilla elettrica. A 975 metri di profondità, trovarono la morte, per le ustioni, il fumo, ed i gas tossici, 262 minatori di dodici diverse nazionalità, di cui 136 immigrati italiani.Il disastro di Marcinelle è il terzo per numero di vittime tra gli immigrati italiani all’estero dopo i disastri di Monongah e di Dawson.Il 6 dicembre 1907, 361 uomini, fra cui oltre 170 italiani, furono vittime del più grave incidente minerario occorso negli Stati Uniti e della storia dell’emigrazione italiana, verificatosi nella miniera di Monongah (West Virginia), dove trovarono la morte quaranta calabresi provenienti da diverse località della regione, tra i quali Pasquale Agostino e Tommaso Borzonia provenienti da Gioiosa Jonica. Mentre a Dawson, nella contea di Colfax, nel Nuovo Messico, il 22 ottobre del 1913 trovarono la morte 263 minatori e dieci anni dopo, l’otto febbraio si registrano, nella stessa miniera, le morti di 123 lavoratori. Dopo la fine del secondo conflitto mondiale, nel Belgio si verificò la necessità di manodopera, tenuto anche conto che i minatori locali non erano più disposti a lavorare nelle antiquate e poco sicure locations carbonifere del territorio. Il Bois du Cazier fu la prima miniera in Vallonia, aperta nei primi decenni dell’Ottocento. Aveva strutture a dir poco antiquate. Avrebbe dovuto essere chiusa ma il prezzo internazionale del carbone dopo il ’45 permetteva a questa vetusta miniera di rimanere attiva.Il 23 giugno 1946 fu firmato il Protocollo italo-belga che prevedeva l’invio di 50 000 lavoratori in cambio di carbone. Nacquero così ampi flussi migratori verso il paese, uno dei quali, forse il più importante, fu quello degli italiani verso le miniere belghe. Nel 1956, fra i 142 000 minatori impiegati, 63 000 erano stranieri e fra questi 44 000 erano italiani.Tra il 1946 e il 1956 più di 140mila italiani varcarono le Alpi per andare a lavorare nelle miniere di carbone della Vallonia. Era il prezzo di un accordo tra Italia e Belgio che prevedeva un gigantesco baratto: l’Italia doveva inviare in Belgio 2mila uomini a settimana e, in cambio dell’afflusso di braccia, Bruxelles si impegnava a fornire a Roma 200 chilogrammi di carbone al giorno per ogni minatore.Dei 262 operai tragicamente deceduti nella strage di Marcinelle, 136 erano italiani, quasi tutti provenienti dal mezzogiorno d’Italia. Metà erano abruzzesi, e buona parte erano calabresi provenivano da Reggio Calabria, Cosenza, e da altre aree della regione. Quattro i calabresi morti nello spaventoso incendio di cui 3 reggini.Tra il 1946 e il 1955, quasi 500 operai italiani trovano così la morte nelle miniere belghe, senza contare i deceduti a causa delle malattie d’origine professionale. Ritornando a quanto verificatesi nella mattinata dell’otto agosto del 1956, 275 uomini erano scesi in quelle profondità che conoscevano così bene per raggiungere il loro posto di lavoro. Fu alle 8.10 che accadde la tragedia: un grande incendio si propagò per tutta la miniera. In quelle tragiche e tristi circostanze si registrarono le morti, dovute alle ustioni , il fumo, ed i gas tossici, 262 minatori di dodici diverse nazionalità, di cui 136 gli italiani, 95 belgi, 8 polacchi, 6 greci, 5 tedeschi, 3 algerini, 2 francesi, 3 ungheresi, 1 inglese, 1 olandese, 1 russo e 1 ucraino. Tra i 136 immigrati italiani, metà erano abruzzesi, e buona parte erano calabresi provenivano da Reggio Calabria, Cosenza, e da altre aree della regione. Tra le vittime calabresi si registrano i nomi di: Pietro Pologruto era nato a Petrizzi (Catanzaro) il 23 novembre del 1927, sposato. Delle quattro vittime, tre erano reggini: Vincenzo Sìcari, nato a Rosarno (Reggio Calabria) il 22 luglio del 1927, celibe; Pasquale Papa, nato a Reggio Calabria l’11 novembre del 1925, sposato con 4 figli ed Antonio Danìsi, nato a Reggio Calabria il 21 gennaio del 1924, sposato con 4 figli.E proprio quest’ultimo Antonio Danìsi sul quale vogliamo soffermarci nella parte conclusiva di questa breve disamina. A tal proposito si riporta quanto effigiato sulla lastra tombale del nostro concittadino: Cristo è la mia speranza, la morte mi ha ghermito nella fossa mentre lottavo per il progresso dell’umanità. Possa il sacrificio di uomini di ogni parte del mondo insegnare ai superstiti a vivere da fratelli. Quanto in precedenza evidenziato, rappresenta un importante “documento” della memoria storica di un territorio “sfregiato” per l’indifferenza di chi dovrebbe invece occuparsi di tenerlo sempre vivo, valorizzarlo e farlo conoscere alle nuove generazioni. Non essere capaci di appropriarsi della nostra esperienza corrisponde in fondo a non sapersi confrontare con le nostre eredità e la memoria storica riguarda tutti. Un territorio che non conserva con gelosia la sua memoria storica, è un territorio destinato al declino ed alla morte storico culturale locale. Lavorare sulla memoria significa estendere i confini e costruire sulla storia le basi del futuro. La memoria è il ricordo del passato e aiuta a far capire quello che è accaduto per non sbagliare nel futuro. Al di là delle frasi di circostanza e degli slogans di facciata, le autorità locali hanno il dovere di rendere omaggio alla memoria delle vittime della tragedia di Marcinelle.Queste alcune delle cifre che sono state oggetto di analisi da parte di Gianni Aiello (Presidente del Circolo Culturale “L’Agorà”). La conversazione, organizzata dal sodalizio culturale reggino, sarà disponibile, sulle varie piattaforme Social Network presenti nella rete, a far data da giovedì 8 agosto.



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Informazioni sulla pubblicazione

Immagine di Emiliano Cecchi

Emiliano Cecchi

Web designer presso PuntoWeb.Net, opero nel campo dell’editoria online fin dal 1996. Ideatore e curatore di vari prodotti editoriali, sono co-fondatore di LiquidArte.it, dove ricopro il ruolo di content manager. Coltivo un vivo interesse per la storia e per ogni ambito del sapere in grado di arricchire il mio orizzonte culturale.

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