Il 17 settembre ricorre l’anniversario della morte del grande pittore Giorgione, il cui vero nome era Giorgio Barbarella (o Zorzo da Castelfranco), scomparso a Venezia nel 1510. Nato a Castelfranco Veneto nel 1478, la sua figura rimane avvolta in un’aura di mistero che ha alimentato, nel tempo, una leggenda tanto intensa quanto la sua opera. Gabriele D’Annunzio lo definì più mito che artista, simbolo di un’arte elusiva e poetica.
Ricostruire la carriera di Giorgione risulta particolarmente arduo, poiché raramente firmò le sue opere. Nonostante ciò, è universalmente riconosciuto come uno degli artisti più innovativi del Rinascimento italiano. Il suo contributo fu determinante nella modernizzazione della pittura veneziana, soprattutto grazie all’uso rivoluzionario del colore e alla resa atmosferica dei paesaggi.
Le notizie sulla sua giovinezza sono scarse, specialmente riguardo al periodo antecedente il suo trasferimento a Venezia, dove si ritiene sia stato allievo di Giovanni Bellini. Il giovane Tiziano Vecellio, suo contemporaneo, completò alcune sue opere dopo la prematura scomparsa. L’appellativo “Giorgione”, attribuitogli postumo, riflette la stima e l’ammirazione che seppe suscitare nei suoi contemporanei e nei posteri.
Secondo Giorgio Vasari, anche Leonardo da Vinci, durante un soggiorno veneziano, potrebbe aver esercitato un’influenza sull’artista di Castelfranco, in particolare nella rappresentazione del paesaggio. Sempre Vasari racconta delle umili origini della famiglia di Giorgione, mentre lo storico seicentesco Carlo Ridolfi sostiene al contrario che provenisse da una famiglia agiata.
Artista prediletto della Serenissima, Giorgione visse una vita raffinata, frequentando ambienti nobiliari e culturali, attratto non solo dalla pittura, ma anche dalla musica e dalla poesia. Fu stimato da importanti famiglie veneziane, tra cui i Contarini e i Vendramin, che ne collezionarono e protessero le opere.
Tra i suoi dipinti certi figura “Giuditta con la testa di Oloferne”, un’opera a olio databile intorno al 1505. Il soggetto, tratto dall’Antico Testamento, è reso in modo del tutto inedito per l’epoca. Nei suoi primi anni veneziani, Giorgione si dedica soprattutto a soggetti sacri, come nella “Sacra Famiglia Benson” e nell’“Adorazione dei pastori”. Del 1502 è la celebre “Pala di Castelfranco”, commissionata da Tuzio Costanzo per la cappella di famiglia.
Pur eseguendo pochissime opere pubbliche, preferendo il mecenatismo privato, Giorgione lavorò anche a un telero oggi perduto e ad affreschi decorativi per il Fondaco dei Tedeschi. Particolare rilievo assume il suo legame con Caterina Cornaro, regina detronizzata di Cipro, a cui si collegano dipinti come il “Doppio ritratto” e il “Ritratto di guerriero con scudiero”.
La sua biografia resta frammentaria, così come controversa è l’attribuzione di molte delle sue opere più celebri, tra cui “La Tempesta” e i cosiddetti “Paesetti”, capolavori enigmatici e profondamente innovativi.
Una delle rare firme documentate di Giorgione si trova nel “Ritratto di giovane donna (detta Laura)”, datato 1506. Morì a Venezia nel 1510, poco dopo aver compiuto trent’anni, con ogni probabilità a causa della peste. La sua morte è confermata da una lettera di Isabella d’Este, che ne attesta la data esatta: 17 settembre 1510.
Questa mia opera realizzata con la tecnica della computer art è un omaggio alla sua memoria.
Bruno Pollacci
Direttore dell’Accademia d’Arte di Pisa







