FITOTERAPIA: una scienza millenaria tra tradizione e innovazione

Per fitoterapia (termine introdotto ai primi del Novecento dal medico francese Leclerc) si intende l’uso di prodotti vegetali a scopo curativo (i fitocomposti sono i composti vegetali estratti dalle piante). Alcuni circoscrivono la fitoterapia al solo utilizzo della pianta come veicolo del farmaco.
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FITOTERAPIA: una scienza millenaria tra tradizione e innovazione

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Per fitoterapia (termine introdotto ai primi del Novecento dal medico francese Leclerc) si intende l’uso di prodotti vegetali a scopo curativo (i fitocomposti sono i composti vegetali estratti dalle piante). Alcuni circoscrivono la fitoterapia al solo utilizzo della pianta come veicolo del farmaco.

L’industria farmaceutica, oggi, ricorre alle piante per estrarre proprio i principi attivi dei farmaci. Inoltre, una volta individuati e identificati i composti che sono all’origine dell’effetto curativo, la moderna industria del farmaco è in grado di ottenerli per via chimica mediante processi di sintesi in laboratorio.

La fitoterapia rappresenta un’antica pratica che consiste nell’utilizzare i principi attivi di prodotti naturali di origine vegetale per curare malattie ed infezioni. Le origini esatte della fitoterapia sono sconosciuti, tuttavia gli studi più antichi furono eseguiti in Medio Oriente, Cina, Egitto e India. Il rinnovato interesse per le medicine “naturali” ha portato negli ultimi 20 anni ad una ripresa della domanda di erbe medicinali sia perché oltre il 95% della popolazione nei paesi in via di sviluppo fa uso di erbe per curarsi sia perché quasi il 25% dei moderni farmaci hanno origini botaniche.

La Fitoterapia è un approccio terapeutico antichissimo che non va considerato esclusivamente come terapia integrativa in quanto esiste con una sua precisa e salda connotazione scientifica. Non si rivolge unicamente al sintomo, anzi cerca di capire e colpire le cause sviluppando l’aspetto legato alla prevenzione del male. Il ricorso oggi alle erbe nella profilassi e come azione salutistica è in continua affermazione e crescita. Le persone si orientano sempre più verso cure non invasive e che rientrino in una concezione olistica del corpo e del mondo circostante.

Il termine Fitoterapia, derivato dal greco Fito+terapia e introdotto nella scienza dal medico francese Henri Leclerc (1870-1955) indica la terapia praticata con medicamenti di origine vegetale. La storia della fitoterapia è molto antica e presumibilmente è stata una delle prime metodiche terapeutiche intraprese dall’uomo, insieme all’uso dell’acqua, della terra e del sole. L’interrogativo sul come l’uomo riuscì a scoprire le virtù terapeutiche delle piante sollevò, attraverso i secoli, numerose ipotesi.

Si è pensato, prima di tutto, all’istinto che avrebbe attirato l’uomo verso le piante salutari così come succede con molti animali: le capre si purgano brucando l’elleboro, i gatti mangiando i germogli di avena o di altre graminacee selvatiche ecc.. Vi è poi l’ipotesi della “rivelazione”: “Fu il Signore a far crescere le piante medicinali dalla terra, e l’uomo saggio non le disprezza” (Ecclesiaste 38, 4). Maometto, nelle sue hadit (tradizioni) ripete lo stesso concetto: “Dio non ha fatto scendere sulla terra le malattie, senza averne, nello stesso tempo, fatto scendere i rimedi”.

I greci, dal canto loro, attribuivano al Dio Esculapio la scoperta delle piante medicinali. A Roma Plinio scriveva: “È molto evidente che la scoperta delle piante medicinali sia opera degli Dei o che, per lo meno, una ispirazione divina abbia guidato i mortali che l’hanno fatta” (Nat. XXVII, 1). Ebn-El Mathram, uno dei medici del Saladino, formulò una teoria nel XII secolo, che si avvicina addirittura alla metodologia omeopatica, organicamente sistematizzata sei secoli più tardi. Eccola in sintesi: “Una persona con lo stomaco pieno di cibo al punto da causargli nausea, agitazione, dolori addominali, borborigmi ecc. a un certo punto può avere vomito e diarrea, e, una volta liberatosi, tutto il suo male scompare. Qualcun altro nel frattempo può aver utilizzato casualmente qualche specie di pianta lattiginosa con successiva reazione emetica e diarroica. Conosciuto l’effetto di questa pianta, può averla consigliata in piccola dose a chi soffre di egual disturbo, inducendo, nel caso che spontaneamente non insorgano, il vomito e la diarrea e affrettando così la guarigione” (1).

Un’altra ipotesi sostiene che l’uomo, per curare le proprie malattie, cercò nell’ambiente naturale quelle piante che presentavano segni esteriori destinati a indicare gli organi umani ai quali esse corrispondevano, dando un utile rimedio terapeutico in caso di malattia di quell’organo.

Fu così che si affermò la teoria delle signature, erroneamente attribuita ai medici del Rinascimento, i quali cercarono solo di dare una base scientifica alla pratica: vedi il trattato Phytognomonica edito a Napoli nel 1588 di Giovanni Battista Della Porta (1536-1615). In realtà questa teoria risale alla più remota antichità, poiché gli antichi Indiani curavano l’ittero con i fiori gialli, i Cinesi usavano il Panax ginseng L. come corroborante in quanto la sua radice assomiglia al corpo umano, gli antichi Romani impiegavano la radice dell’Orchis erba come afrodisiaco per il fatto che questa radice, doppia, somiglia a due testicoli (Historia naturalis XXVI, 72 Plinio, 23-79 d.C.).

Da allora innumerevoli furono tali analogie ricercate e utilizzate nelle piante per la cura delle malattie. Altre ipotesi potrebbero venire formulate, ma la più semplice è che l’idea di utilizzare le piante per curarsi sia nata dall’osservazione che molti vegetali usati nell’alimentazione o erano tossici o velenosi, oppure oltre alle loro caratteristiche organolettiche e alle proprietà nutritive, producevano anche particolari azioni sull’organismo, quali l’emetica, la narcotica, la digestiva, la lassativa, la diuretica, la stimolante o altro. Tale osservazione probabilmente diede il via alla ricerca di altre piante simili e dei loro eventuali effetti curativi sull’organismo, con il risultato che col tempo si conobbero e si utilizzarono numerose altre specie, magari dal gusto non propriamente gradevole, ma utili per curare. In seguito, attraverso il ragionamento puro, si arrivò, per induzione, a catalogare le piante secondo la loro azione.

In epoca egizia, ai tempi del popolo d’Israele, in Mesopotamia, in India, in Persia, nel Tibet, in Cina, in Giappone, nell’antica Grecia, a Roma, nell’epoca bizantina, presso gli Arabi, nel Medio Evo, nell’America precolombiana, nel Rinascimento, le piante medicinali ricoprirono un ruolo centrale nell’arte medica, e vi è da dire che l’uomo fu talmente affascinato dall’azione terapeutica di questi vegetali, che per secoli attribuì loro proprietà magiche e divine (2), e considerò dono degli dei le piante stesse e la conoscenza delle loro virtù.

Dal XIX secolo il pensiero scientifico si allontana progressivamente dall’empirismo e botanica, chimica e fisica si associano al servizio della medicina e della farmacia. L’uso delle piante viene ricondotto entro i confini della razionalità e i nuovi libri di botanica medica elencano un numero limitato di piante descritte con precisione scientifica.

All’inizio del 1800 numerose sono le scoperte che arricchirono l’arsenale terapeutico dei medici, e fra queste l’isolamento dei principi attivi delle piante: nel 1803 il farmacista Friedrich Wilhelm Sertuner isolò il primo alcaloide conosciuto, la morfina, che egli ottenne cristallizzando l’oppio. Nel 1818 venne isolata la stricnina, nel 1820 il chinino e la caffeina, e in seguito la codeina, l’efedrina, la cocaina, l’ergotina, la digitossina, la reserpina ecc.

Con la scoperta e l’isolamento dei principi attivi le piante persero importanza come droghe da utilizzare tali e quali in quanto i medici preferivano somministrare i principi attivi sia pure in preparazioni galeniche. Tuttavia le piante assunsero un’enorme importanza nell’industria farmaceutica come materia prima. Oggi le piante medicinali hanno progressivamente ripreso importanza nella terapia sostitutiva della molecola di sintesi e la scienza medica sta rivedendo parte delle sue posizioni riconoscendo per molte piante la validità terapeutica in molti quadri patologici.

DIFFUSIONE ATTUALE DELLA FITOTERAPIA
Attualmente le droghe sono oggetto di ricerche in ambito scientifico e la farmacologia moderna, spesso confermando e ampliando le conoscenze del passato, stimola e viene stimolata dalla sperimentazione clinica controllata. Ogni nuova scoperta in questo campo, peraltro, offre una visione della materia sempre più ampia e meritevole di nuovi studi. Ora possiamo avvalerci di farmaci fitoterapici titolati in principi attivi di cui conosciamo sempre meglio l’azione farmacodinamica, anche se la complessità della formula chimica e del meccanismo d’azione di tali medicamenti possono sempre fornire nuovi elementi di conoscenza.

In tutto il mondo le piante vengono tuttora largamente utilizzate nella cura delle patologie più diffuse. Tale scelta è stata avvalorata anche dai grandi organismi internazionali preposti alla difesa della salute pubblica come l’ONU e l’OMS, che hanno promosso le ricerche sulla utilizzazione delle piante medicinali, la classificazione terapeutica delle stesse e l’elaborazione di norme concernenti la purezza dei prodotti e l’attività delle preparazioni galeniche “… allo scopo di consolidare e sviluppare un’importante realtà terapeutica dal profondo significato scientifico, sociale ed economico” (3, 8).

Accanto ad usi pressoché magici e rituali delle piante medicinali (ma che peraltro spesso sortiscono i risultati desiderati) ancora presenti presso popoli di cultura primitiva, è possibile avvalersi, nelle società più avanzate, di farmaci di origine vegetale estremamente validi anche dal punto di vista scientifico (1, 4, 5). L’attuale complesso di conoscenze ottenuto nel campo della farmacologia vegetale, associato alle potenzialità diagnostiche moderne più raffinate permette di porre in atto efficaci cure mediche con estratti di piante medicinali scientificamente irreprensibili e generalmente dotati di un alto indice terapeutico (6).

CONSUMO DELLE PIANTE MEDICINALI NEL MONDO
Il consumo delle piante medicinali nel mondo, sia nei paesi industriali sia nei paesi in via di sviluppo, è in aumento continuo come dimostrano le statistiche pubblicate dalla Organizzazione di Cooperazione e Sviluppo delle Nazioni Unite (OCDE), con un aumento annuo che supera il 7,5 % (3). Il tasso di crescita che continua a salire ha raggiunto il suo massimo in Giappone, dove l’aumento annuo è mediamente del 30%.

Si stima che ai giorni nostri in oriente oltre due miliardi di persone curino le loro malattie mediante i farmaci tradizionali cinesi (7). La richiesta di piante medicinali aumenta in tutto il mondo, e la domanda supera di gran lunga l’offerta. Le ragioni di questo fenomeno sono dovute al maggior consumo di piante e a una scarsa disponibilità di piante selvatiche ancora difficilmente coltivabili dovuta alla rarefazione o alla scomparsa di molte specie, o al fatto che i raccoglitori cercano impieghi più remunerativi.

In molti paesi (fra i quali l’Italia) sono stati istituiti campi sperimentali e produttivi per la coltivazione di numerose specie medicinali (anche per ottenere varietà di piante ricche di principi attivi di buona qualità) (8) e sono state promulgate norme (soprattutto in Cina, in Messico e in alcune nazioni dove vegetano specie medicinali non coltivabili) per la regolamentazione della raccolta delle piante medicinali selvatiche (2).

QUALITÀ DEI FARMACI VEGETALI E LORO CONTROLLO
Le tecniche agronomiche, le varietà delle specie vegetali, il clima, il terreno, le tecniche di raccolta, di conservazione ecc. possono determinare notevoli differenze nella qualità delle droghe e quindi degli estratti fitoterapici. Un ruolo fondamentale nell’assicurare il rispetto di adeguati principi per l’ottenimento di droghe e farmaci di buona qualità è rivestito dalla Farmacopea, una raccolta di documenti tecnici cui i produttori devono attenersi, in cui si descrivono le metodiche e i procedimenti analitici adatti al riconoscimento e alla determinazione quantitativa degli ingredienti attivi e delle impurezze, e che stabiliscono le quantità di ingredienti attivi che devono essere contenute nelle forme farmaceutiche, nonché i limiti di tolleranza per il contenuto in ingredienti attivi e delle impurezze.

Molti sono i problemi che rendono difficoltoso il mantenimento di un adeguato standard di qualità dei farmaci vegetali anche per il rischio, durante la coltivazione delle piante, di contaminazione con pesticidi, diserbanti, concimi chimici, metalli pesanti, radioattività, batteri, funghi patogeni ecc. Si pensa che, almeno in parte, tali gravi problemi di controllo possano essere risolti, per le piante medicinali coltivabili, con il rispetto di adeguate norme agricole (good agricultural practice o GAP) che regolamentino anche i processi di essiccamento e il trasporto. Al fine di standardizzare e controllare tutti questi parametri è stato istituito presso l’Agenzia Europea per la Valutazione dei Farmaci (EMEA, European Medicines Evaluation Agency) l’Ad Hoc Herbal Medicinal Products Working Group. Il raggiungimento di livelli standard di qualità dei farmaci vegetali dovrebbe facilitare la loro circolazione nel mercato comune europeo e il mutuo riconoscimento dei prodotti nella stessa UE (28).

I FARMACI VEGETALI
In base alle norme attualmente vigenti nell’Unione Europea, un farmaco vegetale (herbal remedy) può essere definito come un prodotto medicinale che contiene come ingredienti attivi esclusivamente piante medicinali o preparazioni di piante medicinali. Una preparazione di piante medicinali (vegetable drug preparation) consiste in piante medicinali sminuzzate o polverizzate, estratti, tinture, oli essenziali e grassi, sughi di spremitura ecc. (in generale tutte le preparazioni ottenute con procedimenti di frazionamento, purificazione, concentrazione). Possono far parte delle preparazioni di piante medicinali solventi, diluenti e conservanti. In alcuni casi la pianta intera o sue parti (parte aerea, fiori, sommità fiorite, foglie, foglie e rami giovani, radice, rizoma, corteccia ecc.) possono, dopo adeguata essiccazione, triturazione ecc. essere fornite direttamente al paziente affinché lui stesso provveda a preparare infusi e decotti. In altri casi gli stessi ingredienti attivi possono essere formulati in compresse o capsule (28).

MOLECOLE FARMACOLOGICAMENTE ATTIVE
“È pianta medicinale ogni vegetale che contiene, in uno o più dei suoi organi, sostanze che possono essere utilizzate a fini terapeutici o preventivi, o che sono i precursori di emisintesi chemiofarmaceutiche”. Questa è la definizione che l’OMS ha proposto per le piante medicinali, specificando che per “droga vegetale” si intende la parte della pianta medicinale utilizzata ai fini di cui sopra. Tale impostazione coincide con l’indirizzo seguito da chimici e farmacologi nel nostro secolo, tendente a determinare nelle piante (considerate un contenitore di molecole), le sostanze utili ai fini terapeutici per isolarle, purificarle, cristallizzarle, impiegarle allo stato di molecola pura e specificamente attiva, eventualmente riottenendole per sintesi o trasformandole artificialmente (3, 10).

Gli organismi viventi possono essere considerati come un laboratorio di biosintesi atto a provvedere e a sostenere i bisogni degli esseri viventi stessi (3, 4). Tali composti chimici possono essere utili all’uomo come materiale nutritivo (carboidrati, proteine, grassi, vitamine, sali minerali ecc.), come materiale tecnologico (cellulosa, pectine, lignina, pigmenti ecc.), come materiale farmaceutico (glicosidi, alcaloidi, tannini, olii essenziali, amari ecc.) (3, 4, 5).

Per ragioni economiche e pratiche, ancor oggi l’uomo tende a separare dalla compagine vegetale di ogni pianta le parti che possono essergli utili, separando i “costituenti attivi” dai “costituenti inerti”. Farmacologicamente l’operazione è ineccepibile poiché la molecola pura permette di comprendere i processi di interazione fra sostanza chimica e cellula umana, di conoscere gli effetti basilari di una molecola sull’organismo sano e su quello malato, di intervenire in caso di terapia d’urgenza anche per via parenterale, applicando peraltro dosaggi molto precisi.

Ciò non deve però far dimenticare che i “farmaci a molecola pura” producono, oltre alla loro azione terapeutica spesso energica, la comparsa di effetti collaterali che non di rado incidono negativamente sulla cenestesi del paziente. Gli estratti in toto delle droghe non tossiche invece, accanto ad effetti curativi più blandi e lenti originano, come vedremo, effetti indesiderati spesso irrilevanti o senz’altro più sopportabili e gestibili. (3, 9).

DROGHE IN TOTO
Diverso dal concetto della molecola pura e farmacologicamente attiva sta l’uso integrale delle droghe delle piante medicinali: di esse non si usa un composto chimico puro isolato, ma la droga in toto o le sue preparazioni galeniche (le forme medicamentose sotto cui le droghe stesse vengono somministrate ai pazienti). In questo modo, nel preparato che viene somministrato sono presenti sia i “costituenti attivi” sia i “costituenti inerti” (3, 4, 10, 16, 17) (in realtà questa suddivisione è arbitraria ed è utile solo ai fini di una sistematica espositiva o di una classificazione didattica) (3).

In questa concezione la pianta medicinale viene vista come un organismo unitario nel quale ogni costituente ha una propria ragione di esistere: nell’economia di una pianta tutte le sostanze hanno una funzione ben precisa, e tutte queste funzioni interagiscono reciprocamente dando luogo al suo metabolismo (3, 4).

Isolando un composto che ai fini pratici è farmacologicamente attivo (es. glicoside, alcaloide, tannino ecc.), esso viene separato dall’insieme degli altri composti (“inattivi o meno attivi”) che nel tessuto vegetale lo accompagnano e ne integrano, anche per sinergismo, la funzione (enzimi, amidi, cere, albumine, mucillagini, gomme, sali minerali ecc.) (3, 4, 17). Un esempio fin troppo banale che viene spesso fatto è quello del vino, in cui il principio attivo (l’alcool etilico) viene accompagnato da una serie di sostanze fra cui l’acqua, gli zuccheri, i sali minerali, gli acidi organici, i pigmenti ecc. i quali integrano in modo determinante l’azione del principio attivo modificandone l’assorbibilità, l’attività, la tossicità e aggiungendo essi stessi alcune proprietà, oltre che nutrizionali, anche blandamente medicinali (3).

Altro esempio viene fornito dalla Potentilla erecta Hampe (conosciuta come tormentilla), il cui tannino isolato e somministrato allo stato puro come antidiarroico agisce in modo drastico e violento. La droga intera invece ha azione blanda e graduale e risulta più tollerata dai pazienti, risultando, in definitiva, terapeuticamente più attiva (3).

Così anche per la Digitalis purpurea L. i cui glicosidi cardioattivi per alcuni autori non esercitano l’azione terapeutica completa della foglia di digitale: nella droga infatti sono presenti glicosidi cardioattivi (digitossina, gitossina, neogitostina, glucogitalossina, strospeside, glucogitofucoside ecc.), glicosidi non cardioattivi (diginina, digitalonina, digifoleina, digipurpurina, digipronina, purpnina ecc.), glicosidi saponinici (digitonina, gitonina, tigonina ecc.) e altri componenti fra i quali acidi organici (antirrinico, digitalico, ferulico, caffeico, p-cumarico, isovalerianico, butirrico, acetico, propionico, formico, citrico, isocitrico, ascorbico, digitoluteina, flavonoidi (digitoflavone), acetilcolina, colina, enzimi della classe delle idrolasi, sostanze grasse (miristina, palmitina), manganese, sali di calcio ad azione sinergica dei glicosidi cardioattivi, sali di potassio che abbreviano la durata di fissazione dei principi attivi sul tessuto cardiaco e che riducono i sintomi da intossicazione digitalica (3, 4, 6, 9, 12).

A queste sostanze, che una volta venivano spregiativamente chiamate “sostanza zavorra”, da alcuni autori viene attribuita la prerogativa di potenziare l’attività dei glicosidi cardioattivi modificandone la solubilità e l’assorbimento (3, 4, 10). Vi è da dire però, che, almeno per quanto riguarda la digitale, tali sostanze “inerti” rendono più problematico il dosaggio e quindi in cardiologia si preferisce somministrare i glicosidi cardioattivi puri.

Secondo l’attuale orientamento di molti settori della scienza in generale e della fitoterapia in particolare il considerare i composti “non attivi” delle piante medicinali come inutili e generatori di confusione è spesso il risultato di un atteggiamento mentale riduzionista e fatalmente semplificativo nei riguardi dell’ambiente naturale, con il rischio di sottovalutare realtà che ci danno fastidio solo perché difficili da inserire nei nostri schemi mentali.

Recentemente si è assistito al recupero della centralità farmacologica attribuita a sostanze naturali precedentemente neglette come i polisaccaridi: glicani che si sono rivelati ipoglicemizzanti, arabinogalattani svelatisi immunomodulanti e immunostimolanti, ramnogalatturani ipolipidemizzanti, pectine antiflogistiche ecc. (17). Un’altra considerazione spesso citata è il fatto che l’organismo umano si compone di un’aggregazione coordinata di circa 50 miliardi di cellule, ognuna delle quali costituisce una società di circa 200 milioni di diverse molecole. La vita di una cellula è a sua volta il risultato di migliaia di reazioni biochimiche finalizzate, ciascuna catalizzata da un enzima specifico, e lo svolgimento di queste reazioni avviene in modo coordinato e armonico nel quadro della omeostasi del metabolismo.

Quindi lo stato patologico dell’organismo può essere influenzato positivamente solo in piccola parte da una sola molecola, poiché esso, a causa di questa fitta rete metabolica, è sempre polimorfo e altamente complesso. Una pianta in toto invece, contenendo sempre alcune centinaia di molecole differenti, può esercitare un effetto terapeutico più composito e globale potendo interagire con più di un ciclo metabolico perturbato (4), fenomeno che in qualche caso può essere positivo.

SCOPO DELLE SCIENZE FITOTERAPICHE
Tornando alla disciplina che stiamo trattando, è noto che una caratteristica saliente dei rapporti fra scienza e tecnologia consiste nel fatto che quasi sempre, prima si scoprono i fenomeni naturali e si impara ad adoperarli a vantaggio dell’uomo, e solo successivamente si giunge a comprendere le leggi che li governano.

Esempio illustre è quello di Galileo, che ha inventato il telescopio senza avere la benché minima conoscenza delle leggi dell’ottica, la cui esistenza è stata rivelata molto più tardi. In campo medico, l’acido acetilsalicilico è stato usato in terapia fin dai 1890, ma solo a metà degli anni 1970 è stato possibile conoscere i meccanismi responsabili dell’attività anti-infiammatoria che questo farmaco possiede. Potremmo quindi asserire che nelle scienze mediche e farmaceutiche, quella che in definitiva conta è la dimostrazione della sicurezza e dell’efficacia clinica di un farmaco: conoscere da cosa dipende l’efficacia è importante soprattutto per il progresso futuro, ma l’impossibilità attuale di pervenire alla conoscenza dei meccanismi responsabili dell’efficacia stessa non è un motivo sufficiente per decretare l’esclusione di un farmaco dall’impiego terapeutico.

Altrettanto avviene per le piante medicinali: se, per le ragioni descritte, non è possibile individuare e/o isolare i principi attivi in esse contenuti, devono essere utilizzate le piante come tali, o le loro preparazioni, quando ne siano dimostrate le caratteristiche di sicurezza e di efficacia terapeutica.

Le scienze fitoterapiche, che sono un’attività scientifica spiccatamente multidisciplinare avvalendosi di competenze specifiche nel campo della chimica, della biologia, della biochimica, della farmacologia e della biometria, sono dunque una specializzazione nell’ambito delle scienze farmaceutiche e mediche che ha lo scopo di cercare e scoprire piante dotate di proprietà farmacologiche, studiandone i componenti biologicamente attivi sfruttabili per scopi terapeutici. Ma ove non sia possibile individuare o isolare un principio attivo pur in presenza di un’attività farmacodinamica della droga in toto e dei suoi estratti, è scopo delle scienze fitoterapiche condurre studi atti a progredire nelle conoscenze in modo da poter attuare un impiego razionale della droga stessa (28).

La fitoterapia è la risposta ideale alle malattie che caratterizzano la nostra società odierna, come lo stress, l’insonnia, la depressione e l’obesità.

Secondo Dankoure (2005), sono cinque le ragioni dell’attuale entusiasmo per l’uso delle piante:

• La prima è una constatazione storica. La medicina tradizionale è parte integrante, fin dalle origini, del patrimonio socio-culturale e la sua utilità è sempre stata riconosciuta dalle popolazioni per risolvere alcuni problemi di salute;
• La seconda ragione è una constatazione economica, legata alla povertà delle persone svantaggiate, che purtroppo sono la maggioranza, e che hanno sempre più difficoltà a sostenere il costo dei farmaci chimici (di sintesi);
• La terza ragione è legata al fatto che alcuni pazienti sarebbero delusi dai risultati della medicina allopatica, soprattutto per le malattie croniche;
• La quarta ragione è una constatazione di credenza secondo cui tutto ciò che è naturale può solo essere benefico per la salute e privo di effetti collaterali indesiderati;
• La quinta ragione è una constatazione scientifica. Alcune delle virtù terapeutiche delle piante medicinali possono essere affrontate sia in modo tradizionale che scientifico. La medicina tradizionale offre importanti e gratificanti percorsi di ricerca.

Fonti:

• Alessandro Formenti intesto estratto da: LE MEDICINE COMPLEMENTARI a cura di P. Bellavite, A. Conforti, A. Lechi, F. Menestrina, S. Pomari O.M.C. Verona © Utet periodici, Milano 2000
• Dr.Lagarde in https://salute-prevenzione.it/chi-e-il-dr-lagarde/

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28) Rombi M: 100 piante medicinali. Romart Ed., 1993

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Informazioni sulla pubblicazione

Immagine di Diana Millan

Diana Millan

Magistero in Scienze Religiose conseguito presso l'ISSR "Beato Niccolò Stenone" di Pisa, lavoro per comunicati-stampa.net e sono responsabile editoriale di LiquidArte.it. Appassionata di cinema e libri.

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