E la bibliodiversità? Qualche timore per la sua salute

Sesto capitolo del saggio sull’editoria SI STAMPI!!!
The open book and other multi-coloured books.

E la bibliodiversità? Qualche timore per la sua salute

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Sesto capitolo del saggio sull’editoria SI STAMPI!!!

Se ti sei perso i primi capitoli del saggio:
Capitolo Uno; Capitolo Due; Capitolo Tre; Capitolo Quattro; Capitolo Cinque.

Autori, case editrici, critici letterari, tutti insieme appassionatamente a produrre e/o a proporre libri preconfezionati e sterili per potenziali lettori immaginari (che loro stesso hanno contribuito a creare). Ripeto: è soltanto il mercato, bellezza! Ma è un mercato sempre più asfittico e accade che più diminuiscono i lettori più le strategie di inseguimento per accalappiarli determinano un ulteriore degrado della qualità letteraria. In questo scenario, a volte mi chiedo se possano mai ambire a costruire valori culturali e a trasmetterli tutti coloro che, al tempo d’oggi, dichiarano apertamente “io scrittore o editore con i libri ci devo campare” ovvero “io musicista o produttore con le composizioni ci devo campare” ovvero “io pittore o gallerista con i quadri ci devo campare”. Certo, anche il Caravaggio, attraverso lavori eseguiti per ricche committenze, sulla sua produzione pittorica “ci campava”, ma nei suoi quadri i piedi dei modelli raccolti dalla strada sporchi erano e sporchi li dipingeva, a dispetto delle nobilissime e sfarzose sale nelle quali sarebbero poi state esposte le sue straordinarie opere.

Mi viene un intenso desiderio di lanciare (ma proprio a bassa voce e con tutte le cautele possibili del caso) un primo appello alle case editrici, ai bookstore, ai critici letterari, ai gestori di divulgazione massmediale: “Sui libri ci dovete campare, d’accordo. Ma, tra un libro di intrattenimento e l’altro, abbiate il coraggio di allestire eccellenti vetrine anche per chi ha mostrato in passato o mostra oggi forza/capacità/attitudine/talento nel mettere in campo narrazioni fuori dal coro impreziosite da alta qualità letteraria, contenutistica, stilistica. E, perché no, allestite eccellenti vetrine anche per i piedi sporchi se sono utili a rompere l’assedio della santissima moderazione. Smettetela di inseguire sempre il vostro lettore medio immaginario. Di tanto in tanto, dettate voi le regole e provate a farvi inseguire”.

Appello semplicistico, il mio? Probabilmente sì. Sono perfettamente consapevole di quanto sia estremamente agevole criticare e demolire e di quanto sia molto complesso proporre soluzioni. Quindi, sarebbe oltremodo opportuno esporsi per suggerire quali strategie si potrebbero mettere in campo per tenere insieme esigenze di bilanci aziendali e proposte editoriali più coraggiose, più desuete, più “fuori dal coro”, più mirate a irrobustire la “struttura valoriale” degli esseri umani. Cominciamo a sgombrare il campo da possibili equivoci. Nessuna mente sana potrebbe mai pensare che la “letteratura di cultura” debba ambire a eliminare dal panorama editoriale la “letteratura da intrattenimento” e men che mai affermare che quest’ultima, quando ben confezionata, costituisca qualcosa da rifuggire o da denigrare. Sarebbe una grande sciocchezza, anche perché la nostra vita pretende continuamente momenti di abbandono a pratiche antistress di facile fruizione (praticare o seguire con passione uno sport, sganasciarsi dal ridere con la visione di un film comico, inseguire il piacere della leggerezza dentro il magico labirinto di una storia avventurosa, etc.).

Io stesso coltivo senza alcun pudore la passione “tribale” per il calcio. Mi diverte un sacco rivedere per la decima volta qualche film di Totò o dei fratelli Marx, anche se quei film li conosco tutti a memoria. E trovo estremamente gradevoli le opere di Camilleri o di De Giovanni. Il problema nasce quando mi ritrovo a parlare con qualcuno che, come me, ama le cosiddette “buone letture”. Spesso vengo preso da un sentimento di avvilimento quando, nel corso della chiacchierata, viene fuori che l’interlocutore non conosce alcuni libri, da me ritenuti eccellenti, scritti solo qualche decennio fa. “Davvero non hai mai letto Lessico famigliare di Natalia Ginsburg?” mi ritrovo a chiedere, esterrefatto per una tale lacuna. D’accordo, lo ammetto, io sono uno molto strano, di quelli portati a pensare che il mondo debba ruotare intorno al proprio supponente ego. L’altro, il malcapitato interlocutore, chiede timidamente: “Ma di che anno è?”. Ed io, imbarazzato da quel tipo di domanda: “Beh, è stato pubblicato nel 1963. Ma che c’entra l’anno di pubblicazione? Stiamo parlando di qualcosa di unico! È come se tu mi avessi chiesto l’anno di pubblicazione di Madame Bovary”. L’altro ribatte: “Addirittura? Mah, che vuoi che ti dica, quel libro non mi è mai capitato tra le mani”. Ed io, per farmi perdonare quell’odioso tono da “professorino del piffero” che ho appena usato, farfuglio qualcosa del tipo: “Certo, certo, c’hai ragione. Chissà di quanti libri imperdibili io non ne conosco nemmeno l’esistenza”. Poi torno a casa, mi precipito di corsa a consultare il Web e leggo che l’ultima ristampa di Lessico famigliare è del 2014. Sì, è pur vero che quel bookstore online mi segnala che ci sono ancora alcune copie disponibili in vendita. E potrà anche capitare che qualcuno, imbeccato da un amico di cui si fida, ne comprerà una copia. Ma può essere affidata al caso la lettura di un libro che ha insegnato a intere generazioni quale sguardo profondo, affettuoso, feroce, divertito e ironico sarebbe opportuno avere nell’osservare lo scorrere della vita tra le proprie pareti di casa? Ripeto: provo solo un profondissimo sentimento di avvilimento.

Fortunatamente non tutto va nella direzione “storta” da me fin qui denunciata. Penso allo straordinario romanzo Stoner dello scrittore americano John Williams, libro passato quasi inosservato alla sua prima uscita (1965) in quanto narrazione non in linea con l’aria che si respirava in giro in quegli anni (Beat Generation, Guerra in Vietnam, etc.). Oggi è considerato uno dei più importanti romanzi della letteratura moderna e tutti gli editori fanno a gara a pubblicarlo. Racconta la vita denudata di un individuo della classe media americana, ma anche la vita di noi tutti quando si affioca quella luce che la rende preziosa. È una spietata raffigurazione della banalità del male di vivere. È un libro che non vuole commuovere, ma ci mette allo specchio. Raggela il sangue. Ci costringe a riesaminare il nostro percorso di vita. Oppure penso alla scrittrice francese Annie Ernaux, oggi ottantaquattrenne. Penso alla sua coraggiosa caparbietà nel raccontare la sua vita in tanti libri forzando oltremodo l’istinto conservativo che impone mascheramenti. Penso a quel suo ininterrotto mettersi a nudo per condurre con coraggio una battaglia che riguarda tutte le donne. Penso a quanto tempo ci abbia messo per farsi riconoscere meriti letterari e culturali. E penso al coraggio di quegli editori che l’hanno fatta conoscere e apprezzare molto prima che le assegnassero il Premio Nobel per la Letteratura (2022).

E, infine, penso alla strana parabola di Gesualdo Bufalino, stimato professore di Liceo che, pur impegnandosi saltuariamente nell’arte della scrittura, mantenne un basso profilo fino all’età di 61 anni. Poi, miracolosamente, venne allo scoperto con qualcosa di sorprendente.

Avete mai letto il suo romanzo Diceria dell’untore? Se non l’avete ancora letto, ve lo consiglio caldamente. Certo, al primo impatto si fa fatica nell’attraversare quel complicato e strambo vocabolario costruito esclusivamente su sostantivi, aggettivi e verbi direttamente prelevati da un personalissimo iperuranio dell’autore, da un altrove intimo dove è lo stesso male di vivere che, nell’esplicarsi in forma narrativa, sceglie vocaboli desueti e caricati a mille. Narrazione complicata e barocca, ma alla fine della lettura proverete lo stesso stordimento doloroso vissuto dal protagonista di quella storia. Dentro di voi resterà per sempre qualcosa di incancellabile, quella straordinaria sensazione che è prodotta dall’autenticità di una testimonianza e che penetra nel vostro mondo interiore per metterci robuste radici. Eppure, quel libro, portato a termine faticosamente dopo dieci anni di continui rifacimenti, aveva tutte le caratteristiche per essere poco appetibile dal punto di vista commerciale. Per fortuna incrociò l’interesse di Elvira Sellerio che, nonostante le perplessità di qualche editor, lo volle pubblicare così com’era, senza particolari modifiche. Faticoso, complicato, barocco, crudo, cupo, quel libro di Bufalino è un piccolo capolavoro di bibliodiversità. Lo stesso Bufalino era perfettamente consapevole dell’ardua sfida lanciata dalla sua narrazione: “E dopotutto il registro alto, lo scialo degli aggettivi, l’oltranza dei colori, mi pareva, e pare, il modo che ci resta per contrastare l’ossificazione del mondo in oggetti senza qualità e per restituire ai nostri occhi ormai miopi il sangue forte delle presenze e dei sentimenti“. Per fortuna che l’ha descritta lui stesso in maniera magistrale la vera ragione di esistere di quel suo libro. Io mi sarei perduto in un chiacchiericcio banale, rincorrendo con fatica le tematiche intrecciate nella trama (la malattia, il cupo senso di precarietà, qualcosa che somiglia all’amore, etc.). E invece, il centro di quella narrazione è proprio lo scialo delle parole (ac)curate. Giuro che mi commuovo davanti a tanto coraggio intellettuale: “… per contrastare l’ossificazione del mondo… il sangue forte delle presenze e dei sentimenti” attraverso lo scialo degli aggettivi. Che progetto magnifico per dare vita a una storia!

Oggi è in atto una sorta di descolarizzazione e di spaventevole immiserimento nell’uso quotidiano della nostra lingua. Eseguendo una rapida ricerca sulla rete, ho trovato riscontro di tutto ciò in recenti analisi condotte sull’argomento. A fronte di circa 50.000 vocaboli del lessico italiano comune, il lessico di base (quello che tutti noi dovremmo sapere utilizzare per comunicare decentemente) può essere ridotto a 6.500 lemmi. Purtroppo, la maggior parte delle persone (soprattutto i giovani) ne sa utilizzare bene soltanto 1.500. Diversi studi dimostrano che il Quoziente Intellettivo medio della popolazione mondiale sta progressivamente diminuendo, paradossalmente nei paesi più sviluppati. Sembra incredibile, ma quegli studi individuano proprio nell’impoverimento del linguaggio la causa principale della diminuzione progressiva del QI medio. Le cause dell’impoverimento del linguaggio sono tante, ma sul banco degli imputati siede principalmente l’uso dei social media. Inoltre, è ben dimostrato che un lessico povero, oltre a incidere negativamente sul Quoziente Intellettivo, compromette le nostre possibilità di esprimere al meglio le nostre emozioni e, cosa altrettanto grave, di elaborare un pensiero complesso e articolato. Quanti nuovi Bufalino occorrerebbero per invertire la rotta? E poi, quanti editori e critici letterari, consapevoli del valore strategico della sfida, accetterebbero il rischio di clamorosi flop scommettendo coraggiosamente su nuovi Bufalino? E ancora, a prescindere dal caso Bufalino: capiterà mai che nelle scuole primarie e secondarie verrà ritenuto opportuno e indispensabile introdurre lo studio dei “Sinonimi e Contrari” per contrastare il depauperamento in atto della lingua scritta e parlata dalle nuove generazioni?

Credo che ve ne siate accorti. Ho utilizzato il caso Bufalino anche per introdurre di soppiatto un nuovo termine: la bibliodiversità. No, non è un termine che ho inventato io, è stato coniato da un gruppo di editori cileni, in occasione della creazione dell’associazione “Editores independientes de Chile” alla fine degli anni ‘90 del secolo scorso. Successivamente, il termine bibliodiversità è diventato l’emblema di un vasto movimento di editori indipendenti operanti in molti paesi del mondo, movimento che fissò definitivamente le sue caratteristiche identitarie attraverso la stesura della Dichiarazione Internazionale degli Editori Indipendenti (Città del Capo, settembre 2014). In nome di quali valori e obiettivi si proponeva e si propone di operare quel movimento associativo? È tutto ben chiaro fin dalla premessa del loro documento fondativo: “Il libro è essenziale per la costruzione e la diffusione della conoscenza nel percorso formativo dell’umanità e per lo sviluppo di una coscienza critica. Non è quindi solo un prodotto, una merce. Inteso come patrimonio culturale, il libro è parte di un certo tipo di economia che non può essere soggetta esclusivamente alle leggi del mercato”.

Poi, segue una precisazione che va diritta al cuore della questione principe che tanti, ben più autorevoli del sottoscritto, hanno già provato a descrivere evidenziandone tutti i rischi associati: “Sebbene i grandi gruppi contribuiscono, dato il volume quantitativo della loro produzione, ad una certa diversità editoriale, essa non è sufficiente per garantire la bibliodiversità, che non si misura in base al numero di titoli disponibili. Gli editori indipendenti, sebbene preoccupati per l’equilibrio economico della loro casa editrice, si preoccupano principalmente dei contenuti che pubblicano. Le loro opere possono portare una prospettiva diversa e una voce diversa, che si affianca all’offerta editoriale più standardizzata dei grandi gruppi”.

In un’epoca dominata da un iperliberismo che punta al massimo profitto attraverso iperproduzione di merci (a volte non di utilità primaria per gli esseri umani), la bibliodiversità è sempre più in pericolo. Precedentemente, mi sono dilungato sull’atipicità del romanzo Diceria dell’untore di Bufalino e mi è piaciuto classificarlo come caso esemplare di bibliodiversità dentro il panorama italiano. Ricordo che, negli anni ’70 del secolo scorso, mi sentivo fortemente motivato a fare esperienza di letteratura straniera che non fosse quella prodotta nel nostro solito orticello (prevalentemente: Stati Uniti, Europa e Sud America). Quando mi lanciai alla scoperta delle voci letterarie più rappresentative del Giappone, gli incontri furono felicissimi in quanto l’editoria italiana di quel tempo puntava su qualità e autenticità delle testimonianze letterarie. Ricordo ancora con emozione la scoperta delle opere di Junichiro Tanizaki e di Yasunari Kawabata. Un mondo sconosciuto e altamente stimolante si offrì alla mia mente affamata di “altro”. Tanti anni dopo, nel riaffacciarmi in quel Paese per capire in che direzione si stesse muovendo dal punto di vista culturale e letterario, non avevo bussole particolari. Mi sono stupidamente lasciato trascinare dal bombardamento mainstream commerciale. Quel bombardamento mi diceva imperiosamente che c’erano due fenomeni che non potevo assolutamente perdermi: Banana Yoshimoto e Haruki Murakami.

Di Banana Yoshimoto ovviamente lessi il suo bestseller mondiale intitolato Kitchen (è del 1988, ma fu pubblicato in Italia nel 1991). Ne ho un ricordo molto vago. Forse libro inutile? Forse libro “dimenticabile”? Non ho certezze al riguardo. So solo che, dopo quel libro, lei ne ha sparati tanti altri sul mercato, a un ritmo da capogiro e sempre accompagnati da una straordinaria grancassa pubblicitaria. Poiché non ricordo quasi nulla di Kitchen, sono andato a leggere il suo profilo di scrittrice: “… è considerata una pioniera nella creazione di una scrittura “più veloce e semplice”, capace di stare al passo con la cultura pop di consumo, proprio come i manga”. Veloce, semplice, cultura pop di consumo, manga. Cavolo! Ma come avrà fatto la mia mente a “vaporizzare” quelle pagine così piene di tanti ingredienti ad “alto valore aggiunto”? Mi devo preoccupare?

Di Murakami ho letto Kafka sulla spiaggia. Ricordo che, mentre lo leggevo, dovevo fermarmi ad ogni pagina perché non riuscivo a trattenere dirompenti esclamazioni di meraviglia: “cavolo!”, “per la miseria!”, “pure questo!”, “urca!”. Insomma, un paio di chilogrammi di carta straboccanti effetti speciali, continui fuochi pirotecnici per stordire il lettore e tenerlo sulla corda nell’attesa della successiva “meraviglia”. Leggo sul suo profilo di scrittore: “… la sua opera è stata influenzata, tra gli altri, da Raymond Carver, da Franz Kafka, da Gustave Flaubert, da Francis Scott Fitzgerald”. Che posso dire? Era meglio che il nostro Murakami si astenesse dal leggere tanta buona letteratura, visto il risultato. Ci sono anche lo shintoismo e Hegel nella sua cultura di base? Ma non ho dubbi! Anzi, ho la strana sensazione che, purtroppo, abbia letto anche Il maestro e Margherita di Bulgakov e abbia pensato: “Ehi, ma è un gioco da ragazzi. Ora ne scrivo io uno decisamente migliore”.

Sono stato troppo cattivo con Yoshimoto e Murakami? Sì, l’ammetto, ho decisamente calcato la mano. Forse non meritavano tanto scherno da parte mia. Il fatto è che sono arrabbiato e disorientato. Non ho una bussola e il mondo della cultura e dell’editoria è sempre più piatto, sempre più omologato su un modello standardizzato. C’è questa benedetta superficie levigatissima e rischiarata da luce intensa, piatta e priva di inciampi fin dove lo sguardo può arrivare. Sono arrabbiato, disorientato e sempre più convinto della necessità basilare di salvaguardare una sana e autentica bibliodiversità, in tutte le sue accezioni possibili.

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Informazioni sulla pubblicazione

Immagine di Alessandro Antonaia

Alessandro Antonaia

Premio Aspera per la poesia XX ed Autore di "Flusso" (racconti) premiato in 5 concorsi letterari. Ha appena pubblicato "Punto di svolta" (romanzo).

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