Diana Scultori fu una straordinaria protagonista del Cinquecento e la prima donna ad affermarsi come artista nell’ambito dell’incisione e della stampa. Fu celebrata sia in vita che postuma.
Origini e Formazione a Mantova
Diana nacque a Mantova intorno al 1547. La data esatta di nascita è ignota, ma una dichiarazione dello stato d’anime del 1596 a Roma la indicava come quarantanovenne.
Era figlia di Giovan Battista Veronesi, meglio noto come Scultori, e di Osanna da Acquanegra. I suoi genitori generarono due artisti illustri attivi nell’incisione: Diana e suo fratello Adamo Scultori (nato intorno al 1530). Sebbene suo padre adoperasse il cognome Veronesi, né lei né il fratello lo utilizzarono: Diana si firmava normalmente DIANA, aggiungendo SC (sculptor o sculptrix) solo nel giovanile San Giorgio e il drago, e precisando l’origine mantovana forse a partire dal suo trasferimento a Roma. Nel 1642, Giovanni Baglione la definiva “Diana Mantovana”.
La sua nascita nel 1547 esclude qualsiasi collaborazione diretta con Giulio Romano, morto l’anno precedente. Tuttavia, la ripresa di invenzioni giuliesche nelle sue prime opere si spiega con l’accostamento al linguaggio figurativo che fungeva da abecedario per la generazione mantovana del Cinquecento.
Diana fu precoce: non aveva ancora vent’anni quando, nel 1566, Giorgio Vasari la incontrò a Mantova e rimase “stupefatto” dalla sua abilità nell’intagliare il rame e dalla bellezza delle sue opere. Diana si applicò invariabilmente alla tecnica del bulino su rame per tutta la vita; il suo tratto era più pulito e meno denso di quello del padre e tendeva a tracciare nitide volumetrie.
Tra le sue prime opere, presunte tra il 1560 e il 1575, si annoverano la Deposizione di Cristo dalla croce (su disegno del padre), quasi un passaggio ereditario del bulino, e riprese da Michelangelo (Ester, Assuero e Aman) e da Giulio Romano (Orazio Coclite al ponte e Cristo deposto nel sepolcro). È stata anche ipotizzata una sua attività giovanile come orafa, o come rifinitrice di nielli e placchette paterne. Alla morte del padre, avvenuta prima del 23 febbraio 1576, Diana ricevette beni per oltre quattrocento scudi, incluse pietre preziose, anelli e carte stampate.
Il Trasferimento e l’Affermazione a Roma
Una tappa fondamentale nella sua vita fu il matrimonio con l’architetto volterrano Francesco Capriani. L’unione, avvenuta forse l’11 maggio 1575 a San Pietro a Roma, la portò a stabilirsi nell’Urbe e condizionò i successivi sviluppi della sua arte. Capriani era un architetto influente, impegnato per i Salviati, i Caetani e Papa Gregorio XIII.
La sua presenza a Roma è attestata dal 5 novembre 1575, quando partecipò a un battesimo. In quell’anno, abitava con il marito nella contrada della Scrofa, vicino alla chiesa di San Trifone.
Un momento cruciale della sua carriera fu l’ottenimento di un privilegio papale da Papa Gregorio XIII il 5 giugno 1575. Questo eccezionale documento le permise di firmare le proprie lastre per indicarne la proprietà intellettuale e materiale e le garantiva l’esclusiva sulla distribuzione delle sue stampe per dieci anni. Il privilegio menzionava cinque lastre specifiche, tra cui tre incisioni da Giulio Romano e una da Daniele da Volterra (San Girolamo).
Intorno al 1575, Diana ampliò il suo repertorio, abbandonando gradualmente Giulio Romano per includere artisti che gravitavano intorno ai cantieri diretti dal marito. Non si conoscono sue stampe basate su sue invenzioni, ma solo opere di traduzione.
Tra le sue più importanti collaborazioni a Roma vi fu quella con Raffaellino Motta da Reggio, un artista molto promettente che viveva con Diana e Francesco dall’aprile del 1575. La loro collaborazione produsse opere come la Sacra Famiglia con san Giovannino (1575) e i Gemelli (1577), quest’ultima caratterizzata da una curiosa iconografia a figure intercambiabili.
Il 10 aprile 1580, Diana raggiunse l’apice dell’affermazione sociale con l’ammissione all’Accademia dei Virtuosi al Pantheon a Roma, rompendo le barriere di un sistema fino ad allora esclusivamente maschile.
Dal 1579, in concomitanza con i lavori del marito per la cattedrale di Volterra, Diana iniziò a firmarsi “civis volaterana” (cittadina volterrana), avendo ottenuto la cittadinanza estesa. In quel periodo incise soggetti volterrani, come le pitture “antiche” di Domenico Ghirlandaio (1583) e Luca Signorelli (1585), come omaggio alla tradizione artistica locale.
Il suo repertorio includeva una vasta gamma di maestri contemporanei e passati, come Michelangelo, Baccio Bandinelli, Francesco Salviati, Federico Zuccari, Durante Alberti, Correggio (da cui incise la Sacra Famiglia nel 1577), e opere tratte dalla statuaria classica come lo Spinario e il Toro Farnese (entrambe del 1581).
Vita Personale e Ultimi Anni
Diana e Francesco Capriani ebbero almeno un figlio documentato, Giovanni Battista, battezzato l’11 settembre 1577, il cui padrino fu il pittore Durante Alberti.
L’attività di Diana sembra declinare negli anni Ottanta; non sono note sue prove successive al 1588 o comunque datate.
Suo marito, Francesco Capriani, morì il 16 settembre 1594. Diana si risposò il 24 novembre 1596 a Roma con l’architetto Giulio Pelosi, un discepolo del suo primo marito. Il pittore Gaspare Celio, che li conobbe di persona, riferì in modo pungente che Diana era “tanto brutta di volto, quanto valorosa nel taglio” e che, dopo il secondo matrimonio, diede i suoi averi al giovane nuovo marito, morendo “non contenta”.
Diana Scultori morì a Roma nel 1612 e fu sepolta il 5 aprile nella chiesa di San Lorenzo in Lucina. La sua notorietà in vita la collocò in un ristretto numero di donne celebri del XVI secolo, includendo artiste come Properzia de’ Rossi, Lavinia Fontana e Sofonisba Anguissola.
Ritratti
Il volto di Diana è noto grazie ad almeno tre ritratti coevi:
- Disegno di Federico Zuccari (circa 1580), che la raffigura giovane, con velo e ampia gorgiera, attributi che sottolineano la sua distinzione sociale e identità intellettuale.
- Medaglia siglata TR (attribuita a Timoteo Refati, circa 1575-1580), realizzata come pendant a quella del marito. Il rovescio mostra il suo strumento di lavoro, il bulino, con il motto AES INCIDIMVS (incidiamo il rame). Si ritiene l’unica medaglia cinquecentesca dedicata a una donna artista.
- Stampa di Cherubino Alberti (databile non oltre il 1594), che riporta l’iscrizione «DIANA MANTOANA CIVIS VOLATERANA».
La sua abilità nell’incisione a bulino, una tecnica che richiede grande precisione e fermezza, si manifesta nella sua capacità di tradurre le invenzioni pittoriche di grandi maestri in composizioni ricche e articolate. Si può pensare a Diana Scultori come a un catalizzatore culturale, un ponte che, attraverso la diffusione della stampa, portò le invenzioni pittoriche dei circoli mantovani e romani ad un pubblico più vasto, proprio come un tramite essenziale che permette alle idee artistiche di viaggiare e lasciare un’impronta duratura.









