Crisi dell’editoria di cultura: andiamo a concludere

Settimo e conclusivo capitolo del saggio sull’editoria SI STAMPI!!!
Alarm clock and book.

Crisi dell’editoria di cultura: andiamo a concludere

Alarm clock and book.
Settimo e conclusivo capitolo del saggio sull’editoria SI STAMPI!!!
I precedenti capitoli del saggio: Capitolo Uno; Capitolo Due; Capitolo Tre; Capitolo Quattro; Capitolo Cinque; Capitolo Sei.

Negli ultimi giorni, dovendo mettere ordine tra i vari appunti e/o spunti utili a costruire un capitolo finale per il pamphlet SI STAMPI!!!, sono stato preso da una sensazione di stanchezza. Non essendo un esperto di strategie editoriali, mi è costata un’enorme fatica cucire insieme elementi oggettivi e sensazioni esclusivamente personali. Confesso che, per qualche tratto, mi sono lasciato eccessivamente guidare da gusti, entusiasmi, visioni, disagi e amarezze che affondano le loro radici in un altro tempo, quello della mia giovinezza. Quel tempo della fantastica scoperta di quanto robusto e gradito sostegno la letteratura fosse in grado di fornirmi nel rincorrere il frenetico desiderio di capire qualcosa del mondo prima che il mondo potesse prendere il sopravvento sulla mia vita. Era un tempo straordinario e tutti i libri che mi capitavano a tiro sembravano possedere qualcosa di magico e di unico. Credo che ci fosse qualcosa di alterato/amplificato in quella sensazione e non posso che attribuirlo a quel fenomeno molto comune che si manifesta quando si volge lo sguardo indietro verso un’età della nostra vita così piena di ardore passionale e desiderio irrefrenabile di nuove scoperte.

Tuttavia, credo anche che in quel tempo (anni 60’ e 70’ del novecento) in cui ha avuto modo di prendere forma e irrobustirsi il mio “ego desiderante”, l’aria che si respirava in giro fosse molto diversa da quella che si respira oggi. Gli artisti e gli operatori culturali sembravano avere coscienza del ruolo strategico che dovevano interpretare all’interno della società e si avvertiva chiaramente in tante opere (letterarie, pittoriche, teatrali, cinematografiche, etc.) un forte e condiviso desiderio di volere contribuire al recupero e alla fortificazione di quella “struttura valoriale” degli esseri umani che le follie delle dittature e della guerra avevano ridotto ai minimi termini. Si stava ancora in quel flusso carico di ferrea volontà di ricostruzione che aveva caratterizzato gli anni del dopoguerra. Non era solo un lavoro di recupero di valori offuscati e mortificati. C’era molto di più, una sorta di effetto rimbalzo, un impegno collettivo a posizionare l’asticella sempre più in alto. Ad accompagnare e a sostenere fattivamente questa grande esplosione di energia e di nuova linfa vitale, nel settore letterario vi erano editori del calibro di un Giulio Einaudi o di un Giangiacomo Feltrinelli che, come giustamente ha sottolineato Giuseppe Pontiggia, rappresentavano figure molto prossime a quelle di veri e propri mecenati (“finanziavano case editrici di valore per pura ambizione culturale”). Erano editori che consideravano i libri come strumenti fondamentali per alimentare/rinvigorire valori e orizzonti a cui tutti potessero attingere a piene mani per sentirsi cittadini protagonisti, consapevoli e partecipi dei diritti e dei doveri all’interno di una società autenticamente democratica.

Io non mi sento di affermare categoricamente che, nel panorama attuale, siano del tutto assenti autori e editori che si spendono con passione per mantenere alta e viva un’editoria di cultura. Anzi, alcuni di loro mi sono ben presenti. Tuttavia, preferisco evitare di compilare liste, sia perché compilare elenchi di “buoni e cattivi” comporta sempre una scelta soggettiva del tutto opinabile sia perché si correrebbe il rischio di ridurre una questione molto seria e complessa (il cattivo stato di salute dell’editoria di cultura) a sopravalutazioni di natura etico-moralistica e a sottovalutazioni/negazioni di altra natura (economica, sociologica, etc.). In realtà, il problema che ho cercato di evidenziare fin dall’inizio non è quello di un’assenza assoluta di letteratura di qualità, ma è quello di quanto essa risulti dispersa dentro il mare magnum di una iper-produzione libraria che caratterizza il nostro tempo (capitolo due – Troppi libri stampati in prima edizione: inutilità e spreco). Si ha la sgradevole sensazione che tutti coloro che si spendono per una letteratura di qualità, non riuscendo o non essendo sollecitati/aiutati a “fare squadra”, risultino parzialmente o totalmente sommersi dentro quel mare magnum. Allo stesso tempo, alla presenza di una tale iper-produzione libraria, risulta quasi inevitabile che il libro finisca con l’essere trattato come una delle tante merci presenti sul mercato e soggetto alle sue leggi. Ne consegue che per il lettore risulta davvero complicato procurarsi una bussola che possa indirizzarlo verso quelle opere caratterizzate da qualità letteraria, contenutistica, stilistica, etc.

Quando si dice che la crisi dell’editoria di cultura è “una questione molto seria e complessa” bisogna avere poi il coraggio di cominciare a mettere sotto la lente di ingrandimento elementi sostanziosi e che abbiano tutte le caratteristiche per ricoprire ruoli altamente impattanti sull’esacerbazione di tale crisi.

Nei precedenti capitoli mi sono spesso soffermato su come “l’aria che respiriamo in giro” sia stata fortemente alimentata/ingigantita da quello straripante e caotico ammasso di “infocultura” e di intrattenimento sulla rete, sui social, sulle piattaforme, etc. Non è solo una questione di tempo e di attenzione sottratti e, quindi, negati ad altre occupazioni “a maggiore valore aggiunto”. Quel modo di occupare il nostro tempo libero determina una modifica sostanziale del nostro “ego desiderante” e della postura che assumiamo nel “posizionarci nel mondo”. Sono le stesse sinapsi mentali che subiscono una vera e propria mutazione. Si dice che oggi viviamo in un tempo “fluido”. Sembrerebbe soltanto un’espressione “a effetto” ma in realtà descrive molto bene questo nostro tempo. Ciò che era vero un minuto prima può essere dichiarato falso e ciò che era falso può essere elevato a verità assoluta. In un solo attimo tutto può essere sovvertito, invertito, affermato, trasformato, falsato, negato. In questo modo, avviene che la nostra stessa mente, una volta che si è assuefatta al “tempo fluido”, sia indotta a rigettare i vecchi meccanismi dell’accumulo e della stratificazione progressiva di elementi di conoscenza acquisiti con fatica e con lentezza. Essendo la letteratura di cultura proprio questa cosa qui, la nostra mente (che è sempre alla ricerca di un qualche nutrimento) percepisce la letteratura di cultura come alimento estraneo alla sua dieta quotidiana. Alimento estraneo, alimento di gusto sgradevole e, in assenza di certi enzimi culturali scomparsi nelle nostre sinapsi, alimento di difficoltosa digestione.

Eppure, esiste un luogo deputato a contrastare o, quantomeno, a limitare i “danni collaterali” del tempo “fluido” nel quale siamo tutti immersi. Questo luogo è la scuola, a condizione che essa risulti davvero incardinata sia sul principio dell’emersione e della crescita/maturazione/valorizzazione di connotazioni e attitudini del singolo allievo sia sul principio della partecipazione sana ed equilibrata a una comunità. Favorire la crescita di futuri cittadini, liberi nell’esprimere giudizi e coscienti della complessità del mondo. Questo dovrebbe essere il ruolo cruciale della scuola, un luogo dove ancora agiscano i meccanismi dell’accumulo e della stratificazione progressiva di elementi di conoscenza acquisiti con fatica e con lentezza. Ma non basta. Vi ricordate cosa ho sostenuto con convinzione in uno dei precedenti capitoli? La “struttura valoriale” è quell’impalcatura che dona a ciascun individuo una “dignità quasi sacrale” e che, erroneamente, immaginiamo inscalfibile. Al contrario, essa è fatta di una sostanza facilmente aggredibile e degradabile se non alimentata di continuo. Ecco, io credo che la scuola, oltre alle cose dette prima, dovrebbe anche avere il compito di trasmettere e fare assorbire bene questo precetto di “buona salute”. Mantenere la “struttura valoriale” sempre in forma, offrirle un riparo quando l’azione abrasiva dell’aria che si respira nel mondo tende a scalfirla oltre un certo limite tollerabile, trasmettere ai giovani forte il messaggio che la cultura e la letteratura non vanno accantonate dopo aver conseguito il titolo di studio. I libri, oltre a essere fonte di forti e salutari emozioni, sono nutrienti essenziali per continuare a tenere in vita le nostre passioni, sono medicine utili a difenderci da nuovi e subdoli patogeni che ogni mutazione epocale produce nelle sue fasi di repentina accelerazione. In definitiva, il “sistema mondo” è troppo complesso e sta rotolando velocemente (follemente?) in una precisa direzione senza trovare freno/contrasto in un pensiero critico forte e sufficientemente condiviso. In questo scenario, io non posso fare altro che spostare tutta la mia attenzione su come mettere in atto, sulla prima barriera temporale, una fortificazione preventiva. Questa prima e fondamentale barriera è la scuola. È dentro quel luogo che bisogna operare per fortificare la consapevolezza di quanto la letteratura di cultura rappresenti un nutriente essenziale e altamente salutare. Se la scuola fosse in grado di assolvere appieno questo compito così impegnativo, le sane esigenze di una larghissima schiera di individui dotati di affidabili bussole potrebbero prendere il sopravvento sulle malsane esigenze elaborate sulla “costruzione/costrizione dell’aria che tira in giro” e utilizzate per definire il benedetto “lettore medio immaginario”. Ne potrebbe venire fuori una nuova idea di “egemonia culturale” caratterizzata, questa volta, da una spinta proveniente dalla presa di coscienza e dalla sensibilità della base della piramide della cultura (i cittadini che comprano e leggono libri). Da questa “nuova egemonia culturale”, contrastante “l’aria che tira in giro”, ne dovrebbe trarre giovamento il mondo dell’editoria, riposizionandosi su nuovi criteri di emergenza e opportunità.

Tuttavia, ho forte la sensazione che la scuola da me descritta abbia connotati eccessivamente ideali e poco reali. Come facciamo a dimenticare che, solo qualche anno fa, fu lanciata l’idea di riformare la scuola attraverso la rivoluzione delle “tre i” (internet, inglese, impresa)? In sostanza, la scuola al servizio delle richieste/necessità del mercato del lavoro. Il messaggio era chiaro: questa società non ha bisogno di futuri cittadini culturalmente temprati, autonomi e liberi da qualsiasi condizionamento nell’esprimere giudizi e, infine, coscienti della complessità del mondo. Questa società ha bisogno di giovani già bene girati e rigirati nella “farina del bieco utilitarismo materialista” per potere essere immediatamente trasferiti nel grande friggitore della produzione delle merci e dei servizi. E pensare che per anni si è discusso su come superare la scuola cosiddetta classista voluta e codificata da Giovanni Gentile. Ah, altri tempi! Stupido io che, ancora oggi, sto a chiedermi come sia possibile che alcuni ragazzi escano dagli istituti tecnici ed entrino nella vita adulta senza avere mai incrociato il pensiero di Socrate, di Hegel, di Nietzsche o di altri grandi maestri capaci di trasferirci basilari tecniche di indagine sulla nostra natura umana e strumenti utili per governarla al meglio. In definitiva, per quell’idea di scuola da me auspicata, QUANTO LAVORO CI SAREBBE DA FARE!!!

Potrei chiudere qui il mio breve saggio SI STAMPI!!! su “qualità e modalità della produzione libraria oggi”. Potrei chiudere dicendo che, dopo tanto affannare dentro la complessità di questo mondo in repentina e inintelligibile mutazione, una possibile soluzione per salvare l’editoria di cultura credo di averla individuata all’ultimo miglio: la scuola, a condizione che essa sia intesa come luogo dove ancora agiscono i meccanismi dell’accumulo e della stratificazione progressiva di elementi di conoscenza acquisiti con fatica e con lentezza. Allo stesso tempo, sia anche il luogo dove si trasmette con efficacia quanto sia importante (per il singolo e per l’intera società) mantenere in “buona salute” la “struttura valoriale” attraverso la lettura di libri “ad alto valore aggiunto”. Ripeto, potrei chiudere qui. Tuttavia, sento il desiderio di aggiungere una notazione strettamente personale, un’intima confidenza che, finita questa faticosa/impervia/opinabile prova da saggista, riconduca l’attenzione verso la mia vocazione più autentica: sfogliare pagine di libri per leggere/introiettare testimonianze di altri esseri umani.

Notazione finale: Le storie interrotte

La gran parte delle opere di narrativa prevedono un incipit e un finale. A prescindere da quale sia il finale (lieto, riparatorio, sorprendente, eticamente esemplare, tragico, etc.) che va a chiudere una narrazione, mi capita troppo spesso di avvertire come esso produca sulla mia mente qualcosa di simile a una spennellata di bianchetto. Chiudo il libro, prendo nota che la parabola tracciata da quella storia ha avuto il suo punto di caduta e dico a me stesso: “D’accordo, la cosa è andata a finire così, amen!”. Il guaio è che, a quel punto, sono costretto a registrare con amarezza come il mio saldo “centro di gravità permanente” non si sia spostato nemmeno di un solo centimetro. Detto in termini brutali: letta l’ultima pagina, chiuso il libro, ho la sensazione che anche quella storia si possa tranquillamente catalogare come caso risolto o come caso prescritto per decorrenza dei termini. Tutte quelle emozioni vissute durante la lettura finiscono chiuse in un faldone. E quel faldone finisce su un alto ripiano a impolverarsi.

Diversamente, avverto che durano per un tempo lunghissimo le vibrazioni suscitate e/o risvegliate dalle narrazioni interrotte, quelle che non mi conducono da nessuna parte, quelle che continuano a visitarmi a sorpresa bussando rumorosamente con il pugno sulla mia porta, quelle che mi ricordano che certe ferite sono ancora aperte e sanguinanti, che certe disperazioni continuano a pungere dolorosamente il tempo e la vita, che certi amori travolgenti devono ancora affrontare la prova più dura, che la fiamma di certe illusorie felicità sta ancora tremando per un improvviso colpo di vento gelido, che quell’uomo rimasto gravemente ferito in un cantiere sta ancora venendo giù dall’impalcatura. Ancora urla durante il suo tragico volo… ancora urla… ancora. Adoro le narrazioni interrotte perché non chiudono mai definitivamente la partita. Perché quella partita ci riguarda molto più di quanto siamo disposti ad ammettere.

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Informazioni sulla pubblicazione

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Alessandro Antonaia

Premio Aspera per la poesia XX ed Autore di "Flusso" (racconti) premiato in 5 concorsi letterari. Ha appena pubblicato "Punto di svolta" (romanzo).

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