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Chet Baker in Italy

Chet Baker: l’anima bianca del jazz. Una passeggiata nella storia di uno dei suoi indimenticabili protagonisti, il trombettista Chet Baker: la permanenza e il particolare rapporto con il nostro Paese e con i suoi artisti e musicisti.
Michiel Hendryckx

Chet Baker in Italy

Michiel Hendryckx
Chet Baker: l’anima bianca del jazz. Una passeggiata nella storia di uno dei suoi indimenticabili protagonisti, il trombettista Chet Baker: la permanenza e il particolare rapporto con il nostro Paese e con i suoi artisti e musicisti.

Molti trombettisti spiccano nella storia del jazz ma due sono quelli che lo hanno caratterizzato maggiormente: Louis Armstrong e Chet Baker. L’alfa e l’omega del jazz: due musicisti dal suono inconfondibile che si riconoscono dalle prime note ascoltando i loro brani; due stili completamente differenti, lirico e intimista quello di Baker, intenso ed emotivo, quello di Armostrong perché, sebbene entrambi statunitensi, sono uno anglossassone, l’altro afroamericano. Il jazz nasce come musica nera ma verrà poi ripreso anche dai bianchi e, col tempo, i diversi stili si confonderanno. Ma Baker e Armstrong rimangono unici, ognuno nel proprio modo di suonare.

Chesney Henry “Chet” Baker, Jr. nasce a Yale in Oklahoma il 23 dicembre 1929 da Chesney Henry Baker, Sr., chitarrista, e da Vera Moser, ex pianista che lavorava in una profumeria. Si trasferisce bambino in California e si avvicina alla musica cantando in concorsi amatoriali e nel coro della chiesa. Il padre gli compra un trombone, poi sostituito da una tromba, essendo il primo troppo grande per il ragazzo. Mostra subito un talento intuitivo per la musica che sopperirà ad una formazione accademica: in un’intervista del 1970, Baker dichiarò di essere in grado di leggere una melodia ma che le sigle degli accordi non avevano per lui alcun significato. Nel 1946, a sedici anni, lascia la scuola e si arruola nell’esercito. Rientrato negli Stati Uniti nel 1948, dopo una permanenza a Berlino, in seguito a test psichiatrici, viene ritenuto inadatto alla vita militare: ottiene così il congedo definitivo dall’esercito che gli permette di dedicarsi alla carriera professionistica nel mondo del jazz.

Baker era famoso in tutto il mondo e particolarmente legato all’Italia. Possedeva un’Alfa Romeo che guidava durante le sue tournée in Italia e in Europa, suonò spesso nei locali della Versilia negli anni ’50 e ’60, fu detenuto per un anno nel carcere di Lucca per possesso di stupefacenti e al termine della detenzione, i suoi amici e colleghi musicisti gli organizzarono un concerto al Teatro del Giglio, e sempre con musicisti e altri artisti italiani ebbe diverse collaborazioni, vediamo quali: nel 1960 incise in Italia due album nei quali suonava con musicisti italiani, tra i quali ricordiamo Franco Cerri, Gianni Basso e Fausto Papetti: Chet Baker in Milan e Chet Baker with Fifty Italian Strings.

Ma Baker fu un artista poliedrico: non si limitò a suonare ma collaborò anche a numerosi film. Il più famoso è sicuramente Audace colpo dei soliti ignoti (1959) di Nanny Loy, del quale scrisse la colonna sonora. A questo seguì il musicarello Urlatori alla sbarra (1960) di Lucio Fulci, in cui esordì come attore a fianco di Celentano, Mina ed altri cantanti degli anni ’60 e di attori italiani tra i quali Lino Banfi.

Proseguì poi la sua carriera cinematografica con Tromba Fredda (1963) di Enzo Nasso, film nel quale fu sia attore che compositore della colonna sonora e con altri film realizzati in altri Paesi dei quali compose le musiche. Infine, negli anni ’80 tornò in Italia dove collaborò col pianista e compositore Enrico Pieranunzi e col flautista Nicola Stilo. Prese parte anche a registrazioni col cantautore Nino Buonocore, col quale suonò diversi brani, fra i quali il più famoso rimane Rosanna che registrò nel 1988, anno della sua scomparsa. Fu questo il suo addio all’Italia.

Il 13 maggio 1988, infatti, Chet Baker muore a soli 58 anni, incontrando una fine quanto mai prematura e tragica. L’uso delle droghe potrebbe esserne stato la causa: Baker cade da una finestra del Prins Hendrik Hotel di Amsterdam. Si presume un suicidio, probabilmente sotto l’effetto di stupefacenti. Le circostanze della sua morte restano comunque, ad oggi, oscure (esiste una versione per cui sarebbe stato spinto da un poliziotto che aveva strozzato la fidanzata), tanto che nel  2018 viene girato il film “Jazz Noir – Indagine sulla misteriosa morte del leggendario Chet (titolo originale: “My foolish heart”) – uscito poi nelle sale nel 2021 – che indaga i contorni fumosi della sua fine. Un altro film che racconta la storia degli ultimi anni di Baker è “Born to be blue” del 2015 ma, per quanto maggiormente blasonato rispetto al film olandese, fallisce l’obiettivo restando piatto e ancorato ai cliché dell’artista maledetto e autodistruttivo. Unica nota di merito, l’interpretazione di Ethan Hawke nel ruolo del protagonista. Merita, infine, di essere segnalato il bel documentario del 1988, quasi una sorta di testamento, “Let’s get lost – Perdiamoci” di Bruce Weber – premiato al Festival di Venezia e candidato all’Oscar nella sezione documentari – dove Chet Baker è “supremo cantore di se stesso e del proprio mistero”.

Chet Baker è sepolto nel cimitero di Inglewood, in California.

 

Foto: Michiel Hendryckx fonte wiki – Chet Baker in Belgio nel 1983.



Informazioni sulla pubblicazione

Testo inviato da Raimondo Banchetti
Michiel Hendryckx
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Raimondo Banchetti

Laureato in lettere ad indirizzo storico-artistico, appassionato di musica, ha studiato diversi strumenti, sia a fiato che a corda.